LE IDEE Le riflessioni espresse da Aldo Loris Rossi su questo giornale, riguardo alcune strategie per il centro storico di Napoli, sono pertinenti soprattutto in relazione allidea di legare eventuali soluzioni di rigenerazione urbana o a più larga scala metropolitana, ad un livello di governo e di amministrazione di tipo trasversale, interistituzionale, teso a limare i conflitti di competenza, con il fine della rigenerazione urbana, della salvaguardia e, buono ultimo, dello sviluppo. Il riferimento potrebbe essere al piano strategico, ma, più in generale, a tutti i metodi di governo urbano meno deterministici, che fanno riferimento a come e in quali modi sia possibile quantomeno costruire unimpalcatura di "fiducia" sulla quale, poi, anche altri strumenti, altre competenze, altri piani, si facciano carico di operare. I piani urbanistici tradizionali, comè noto, per come sono definiti nel nostro ordinamento, e a cui anche Loris Rossi fa riferimento, non funzionano. O meglio, come dicono gli urbanisti, non sono "efficaci". Cioè non consentono in tempi brevi e con procedure trasparenti di tradurre unidea, un progetto di città, in realtà. Sono documenti complessi, costruiti sulla base di un sapere tecnico, tradizionalmente lontani dallesigenza di comunicare con la società e con i cittadini al fine di far intendere principi, obiettivi e progetti. Per decenni, in questa (ma anche in altre) città si è creduto che uno strumento come il piano regolatore generale, affidato ad un professionista più o meno bravo, potesse risolvere per legge i mali della città. Uno strumento che, in una decina di tavole grafiche e una relazione, potesse prevedere tutto (e, spesso, il contrario di tutto), dalla dimensione dei marciapiedi, alla localizzazione di centri commerciali e direzionali; dalla dimensione delle finestre, alla riqualificazione di enormi aree di dismissione industriale. E si è creduto (e si crede ancora), soprattutto, che le previsioni in esso contenute fossero verità da non dimostrare, certezze, migliori di qualsiasi proposta alternativa, tacciata solitamente di impronta speculativa, nei casi peggiori, o semplice vezzo di progettisti visionari, in quelli migliori. Questa convinzione, quasi una credenza, ha fatto sì che le proposte, i progetti, le delibere, le volontà di investimento, passassero, inevitabilmente, da sopra al banco al di sotto di esso, negli anfratti della politica della confusione, dove per anni (e nonostante i piani regolatori vigenti) è stato concesso tutto (e, paradossalmente, il contrario di tutto). Il Carlo Fermariello di "Mani sulla città" (di cui in questi giorni ricorre lanniversario della morte) esprimeva bene questo scenario, frutto dellillusione regolativa di un piano regolatore, che faceva il paio con lanomìa della realtà di allora. Dopo anni di disincanto è oggi opinione condivisa che un piano, o qualcosa di simile, può realizzarsi solo se mira a rendere possibili obiettivi su cui vi sia il più ampio consenso: dei cittadini che possano credere in una città più abitabile, degli imprenditori che possano con sicurezza investire i propri capitali, delle forze sociali che possano vedere nel piano il sostegno allo sviluppo e alla crescita collettiva. Esperienze di questo tipo, del resto, si stanno moltiplicando. Torino, ad esempio, sta affrontando in modo vincente le sfide del declino industriale, sul modello di quanto è stato fatto a Barcellona che, a partire dalle Olimpiadi del 92, è diventata la città che oggi è sotto i nostri occhi. Queste esperienze hanno in comune la costruzione di un dialogo stabile tra istituzioni, cittadini e soggetti in un processo continuo: attraverso la costruzione di tavoli di discussione permanenti, che, in genere, sono stati definiti piani strategici. Mettere in campo un piano strategico, come anche Napoli sta tentando di fare, vuol dire costruire in forma condivisa obiettivi che possano tradursi in progetti fattibili, improntati sui valori che interessano tutti: la sostenibilità delle trasformazioni, la valorizzazione dei patrimoni (storico-paesaggistici), la sicurezza, la qualità dello spazio pubblico e dei servizi collettivi. Su questi valori è necessario costruire un disegno politico di sviluppo, in una prospettiva di breve-medio periodo. In questa visione, non si tratta di aggiungere un piano agli altri già esistenti (forse non è corretto nemmeno chiamarlo "piano"); si tratta di un processo, che deve essere costruito con una ferma guida politica, e con una partecipazione aperta di tutti i soggetti che sentono di essere coinvolti, non ultime le istituzioni, di concerto tra di loro. Tuttavia limpressione è che alla tangibilità di azioni concrete (ancorché fuori dalla legalità, o poste ai suoi limiti), il piano strategico rischia di sostituire la genericità della proposta libera, la retorica di intenzioni buone al ragionare e non al fare, che questa città ormai fatica a digerire ancora. Meglio, cioè, la retorica della fiducia che quella della sfiducia, quella che impedisce di leggere linnovazione dei comportamenti e degli stili di governo, quandanche essi siano presenti in stato embrionale. Strade diverse, negli anni in corso, appaiono difficili da immaginare per una gestione credibile della città e del territorio.
NAPOLI. Il tramonto dei piani urbanistici
L'articolo discute le strategie per il centro storico di Napoli, sottolineando l'importanza di un piano strategico che tenga conto del consenso dei cittadini, degli imprenditori e delle forze sociali. L'autore critica i piani urbanistici tradizionali che non sono efficaci nella traduzione di idee e progetti in realtà. Si sostiene che un piano strategico deve essere costruito in forma condivisa, con un dialogo stabile tra istituzioni, cittadini e soggetti, e che deve essere improntato sui valori della sostenibilità, valorizzazione dei patrimoni, sicurezza, qualità dello spazio pubblico e servizi collettivi.
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