Recentemente nell'Abbazia di Santa Maria di Rosano a Rignano sull'Arno, vicino a Pontassieve, in provincia di Firenze, è stato ufficialmente riconsegnato al culto, dopo un sapiente restauro, eseguito dall'Opificio delle Pietre Dure, un magnifico Crocifisso lìgneo dipinto, opera già attribuita al maestro di Vico l'Abate, risalente al XII secolo, ora ricollocata sopra l'altare maggiore della chiesa. Il Monastero fu fondato come si legge in un'iscrizione affissa sulla facciata della chiesa - da un non meglio conosciuto Ursone e dalla sua consorte nel 780. Devastato e saccheggiato nel 1143 in seguito alle aspre lotte fra famiglie nobili toscane, quattro anni dopo i Conti Guidi del Casentino lo restaurarono e, in seguito, la Badessa Berta promosse ulteriori lavori, che consentirono di allargare gli spazi della chiesa (un'aula romanica sostituì quella precedente altomedievale) e di edificare un nuovo campanile in stile romanico, movimentato da monofore, bifore e trifore. Purtroppo dagli inizi del Trecento l'abbazia fu implicata in dolorosi eventi bellici, che avevano interessato la vicina Firenze e dovette subire spoliazioni e depredazioni, tanto che le monache benedettine dovettero trovare asilo per due anni a Firenze, dopo di che tornarono nel loro cenobio. Proprio a quel periodo si attribuisce l'esecuzione di un altro capolavoro che Rosano conserva, ossia l'Annunciazione di Jacopo di Cione. In epoca successiva il monastero si arricchì di altre opere, fra le quali si possono ricordare almeno un altro trittico a tempera, quattrocentesco, con s. Giovanni Battista e s. Nicola e un pregevole fonte battesimale in pietra serena, decorato con una grande croce e con rosoni. Nel Cinquecento si eseguirono lavori di profonda trasformazione della chiesa, rielaborando anche l'abside romanica e costruendo il chiostro, sviluppato su due piani, con annesse sale di riunione, il refettorio e le cucine. Ulteriori rifacimenti della fine del XVIII secolo, improntati ad uno stile barocco decadente, cancellarono ancor di più l'impronta medievale di chiesa e monastero, che dopo un disastroso terremoto del 1887 e i bombardamenti subiti nel secondo conflitto mondiale un restauro radicale della seconda metà del secolo scorso ha cercato, almeno in parte, di ripristinare. Il Crocifisso dell'Abbazia è una preziosa testimonianza degli sviluppi della pittura toscana nel XII secolo. Il Cristo, barbato e con la lunga capigliatura che scende sulle spalle, raffigurato vivo, con il capo nimbato reclinato e con gli occhi aperti, mentre nei cosiddetti tabelloni compaiono la Madonna e san Giovanni addolorati ed altri episodi del ciclo della Passione della Risurrezione, fra i quali la Deposizione dalla Croce e nel Sepolcro e l'Angelo che appare alle Pie Donne. L'attento restauro, "durato un decennio, non ha avuto solo un fine conservativo, ma ha consentito di analizzare anche le caratteristiche tecniche dell'opera, cosa che ha visto la fattiva collaborazione, con i tecnici dell'Opificio delle Pietre Dure, anche di specialisti di altri enti di ricerca. Si ha avuto modo così di appurare che la croce è formata da assi di castagno, cui fu applicato dapprima un duplice strato di una tela sottile, poi varie preparazioni e infine una lievissima pittura, che dopo la pulitura ha rivelato tonalità cromatiche insospettate. La composizione è di una tale finezza, da richiamare le miniature dell'epoca. Si è potuta anche individuare una piccola cavità di cui si ignorava prima l'esistenza , nella quale erano state collocate una piccola reliquia ossea e una crocetta di pietra originaria della Terra Santa, dove si sa che era andato, al seguito dei Crociati, il fratello della badessa Sofia. Una miscela di oli, resine e gomme naturali, eccezionalmente ben conservata, costituiva i colori originali del dipinto, che il tempo aveva notevolmente scurito ed alterato. I restauratori, dopo un meticoloso studio di tutte le possibilità di intervento, hanno cercato di conservare la vernice primitiva, intervenendo solo sullo strato più superficiale, senza integrare le lacune, dovute a cadute di colore nel corso dei secoli. La soprintendente al Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini, ha anticipato, in occasione dell'inaugurazione del Crocifisso restaurato, che fra pochi mesi apparirà uno studio complessivo su quest'opera, che sarà corredato anche dalle relazioni dei diversi tecnici, che hanno lavorato su di essa. Si riconsidererà, quindi, un capolavoro di un artista ancora non identificato con certezza, ma di notevoli capacità e di matrice essenzialmente occidentale, che sapeva usare modi vigorosi, sapienti chiaroscuri e dettagli plastici molto efficaci, oltre ad avere un particolare senso descrittivo. Il Crocifisso di Rosano, comunque, si inserisce in una particolare serie di Crocifissi medievali dipinti, che seguono una nuova tipologia rispetto ai precedenti, poiché la forma della croce latina venne ampliata da tabelle alle estremità dei bracci e ai lati del Crocifisso per dare spazio a scene della storia sacra. Essi iniziano a diffondersi proprio in Toscana, dalla metà circa del XII secolo o vengono prodotti fino alla meta del XV (è sufficiente ricordare, in questo arco cronologico, i capolavori di Cimabue, di Giotto e di Giovanni da Rimini). Sono grandi croci dipinte su legno o su fogli pergamenacei fissati su supporto ligneo, che potevano essere sospese all'arco trionfale o poste al di sopra dell'iconostasi. Si ritiene che la più antica conservata sia quella della cattedrale di Sarzana, firmata e datata dal maestro Guglielmo nel 1138; altre sono custodite in tante località, soprattutto nell'Italia centrale, da Pisa a Lucca, da Assisi a Spoleto. Così, proprio dalla cattedrale di Pisa proviene il Crocifisso, riferibile agli inizi del XIII secolo, che mostra una variante significativa, resa con accenti drammatici, rispetto ai precedenti esemplari: il Cristo morto è il Cristo sofferente ed ha il capo chinato sulla spalla e il corpo dolorosamente inarcato. Più o meno coevo al precedente è il Crocifisso pugliese dello Isole Tremiti ritenuto uno degli esemplari più alti della regione, che mostra diverse affinità con icone cipriote. Pur riprendendo ugualmente l'iconografia del Crocifisso, molte sculture lignee raffigurano il medesimo soggetto, tra la prima e la seconda metà del XII secolo. Basti ricordare gli esempi conservati nell'abbazia di S. Antimo presso Montalcino, nella cattedrale di S. Eusebio a Vercelli, a Pavia, a Casale Monferrato, ad Arezzo e ad Abbadia San Salvatore sull'Amiata. Molto particolare è il cosiddetto «Volto Santo» di S. Martino a Lucca, un grande Crocifisso databile al volgere dell'Xl secolo, verosimilmente di origine iberica, in cui Cristo è visto come sommo sacerdote, con i grandi occhi aperti, le braccia tese orizzontalmente, il volto allungato, la lunga tunica manicata cinta che lo copre completamente. Questo tipo sarà, poi, ripreso anche in un dipinto della Basilica di Aquileia.
L'Osservatore Romano
10 Gennaio 2007
✓ Entità verificate
Una preziosa testimonianza della pittura toscana del XII secolo
DA
Danilo Mazzoleni
L'Osservatore Romano
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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