A sostenerlo è la Corte dei conti nell'indagine di controllo sulla verifica dei beni culturali approvata nei giorni scorsi. In altri termini, la temuta aggressione del patrimonio culturale, che sarebbe stata perpetrata dai precedenti governi non si è mai verificata. Altro che vendita del Colosseo, come pure hanno affermato gli storici dell'arte imputando all'ex ministro Urbani di voler svendere monumenti. Del resto il problema della vendita dei beni pubblici e, in particolare, di quelli culturali, inizia ben prima del Governo Berlusconi. Senza risalire necessariamente alla legge Bottai del 1939 che già ne permetteva l'alienazione è a partire dal 1997, che si sviluppa un programma legislativo favorevole alla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico. L'inizio di tutte le polemiche nasce però con la costituzione, nel 2002, della società pubblica Patrimonio dello Stato s.p.a. finalizzata alla valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio immobiliare statale. Il timore che cominciò ad essere alimentato è che con questo strumento il governo volesse svendere il tesoro degli italiani per "fare cassa". Un falso allarme. Secondo i dati della Corte dei conti infatti, l'entità dei beni d'interesse culturale dismessi e trasferiti alla società è "di limitato rilievo" e riguarda «per lo più una serie di edifici già appartenenti alle strutture carcerarie». Oltre a questi, i beni culturali effettivamente alienati sono davvero una manciata. Per esempio a Venezia, i Palazzi Zaguri (a San Marco), Costa (a Corner), Bonfadini e Nani (entrambi a Cannareggio), Foscari - Contarini (a S. Croce), Colleoni (a Murano) e la sede dei Vigili urbani di Venezia Lido che, insieme ad altri 7 lotti, hanno fatto incassare 60,1 milioni di euro, rispetto a una base d'asta di circa 45 milioni, e un valore di cartolarizzazione fissato nel 2004 di 29,5 milioni. A Perugia, invece, è stato dimesso il Palazzo Bianchi (XVIII sec.), davanti al "Teatro Morlacchi" oltre ad alcune tombe monumentali del Sei-Settecento collocate nel cimitero cittadino e che erano state precedentemente ereditate proprio dal Comune a titolo gratuito. Tra molte polemiche, a Genova, invece, il Comune ha di recente venduto per 4.750.000 euro in favore della Fondazione Carige la villa cinquecentesca Cambiaso Giustiniani in Albaro, mentre in precedenza, sempre nel capoluogo ligure, sono stati pure venduti il Palazzo della Meridiana (XVI sec.). La Regione Liguria, sta procedendo alla vendita della villa (settecentesca) Raggio di via Pisa, sede dell'ex ospedale ortopedico, mentre la locale soprintendenza ha negato l'autorizzazione alla vendita per Villa Gruber, a Castelletto. Nessun acquirente è stato trovato ancora per il Museo dellAttore invece, rimasto in proprietà comunale, mentre è in corso la vendita dei fondi dell'Accademia Ligustica di Belle Arti. Politica analoga è stata adottata a Catania, dove la "Catania risorse s.r.l." ha messo in vendita una serie di immobili pubblici, anche di rilievo culturale, tra cui l'ex Monastero di S. Giuliano. C'è da notare che molti degli esempi citati si riferiscono a realtà amministrate dal centrosinistra. Da dove cioè era partito l'allarme per la svendita del patrimonio monumentale. Paradossi della politica italiana.
Ora è ufficiale: la svendita del patrimonio culturale italiano per fare cassa non c'è mai stata
La Corte dei conti ha condotto un'indagine di controllo sulla verifica dei beni culturali e ha confermato che non ci sono state vendite del patrimonio culturale. La società Patrimonio dello Stato s.p.a. è stata creata nel 2002 per valorizzare, gestire e alienare il patrimonio immobiliare statale. Il timore che cominciò ad essere alimentato è che il governo volesse svendere il tesoro degli italiani. Tuttavia, i dati della Corte dei conti mostrano che l'entità dei beni d'interesse culturale dismessi e trasferiti alla società è "di limitato rilievo".
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