Cosa attende Amato a revocare il mandato al prefetto DAscenzo risanatrice mancata? «Chi non punisce il male comanda lo si faccia» (Leonardo da Vinci "Scritti letterari"). Se un viaggiatore allimprovviso, sceso da un treno qualunque a Porta Nuova, decidesse di negarsi il centro della città e di risalire invece via Sacchi e poi corso Turati, per varcare la soglia di quella piccola cittadella del dolore e della malattia che si chiama "Umberto I" ma che i torinesi conoscono come "Mauriziano", delle sue impressioni e della sua reazione siamo sicuri. Un che di sconfortante, di incerto, di incompiuto, un senso di smarrimento incolpevole sugli occhi di medici e di infermieri, quasi uno scusarsi spaventato per un dovere che si sta compiendo con assoluto rigore e grande umanità, ma dei cui risultati (la guarigione del male o quantomeno la sua cura) non si è più certi sino in fondo e non per propria responsabilità. Il tutto accompagnato da un timore incombente di un tracollo possibile, forse vicino e non più rinviabile o, comunque, di una grande dignità passata e che ora non cè più. Poi, se il viaggiatore continuasse lungo il grande corridoio che si allunga parallelo al controviale alberato di corso Turati, e alzasse gli occhi alle pareti, allora scorgerebbe le grandi lapidi di marmo dei benefattori, le memorie di pietra di una lunga gara di solidarietà cominciata con i Savoia e i loro nobili e proseguita con i nuovi viceré di Torino, gli Agnelli e la loro corte di borghesi. Una targa, però, manca e cè da augurarsi che essa non debba essere collocata su quei muri, nel giorno infausto in cui quel tracollo, aleggiante nei grandi padiglioni dellOttocento, dovesse mai compiersi. Poche parole sarebbero sufficienti: «Ecco i nomi di coloro che hanno accompagnato la fine di questopera nata dalla generosità della tradizione della Cavalleria medioevale e giunta sino ai tempi della Costituzione repubblicana». Nomi che, a differenza di questo nostro breve viaggio immaginario, sono invece ben reali e conosciuti, e le cui responsabilità sono ormai evidenti dopo che, nello scorso anno, due sentenze della Corte dei Conti (lultima è di pochi giorni fa) hanno scritto la verità definitiva sul "saccheggio" politico e amministrativo dellospedale Mauriziano e sullo scioglimento di un Ordine antico che gestiva opere darte, possedeva terreni molto appetiti dai "pescecani" delle autostrade e delledilizia subalpini (una parte già divorati dal "saccheggio"), offriva soprattutto assistenza. I verdetti hanno mandato assolti gli amministratori dellospedale e hanno detto invece che essi agirono con la copertura totale della Regione Piemonte che, nel 2001, decise allimprovviso di smettere di versare il denaro che spettava al Mauriziano sancendo così unenorme voragine di bilancio e scatenando il commissariamento dellOrdine e, infime, il suo scioglimento: con un iter e una legge che resero necessario persino lintervento della presidenza della Repubblica, poiché quellantica istituzione dei Savoia era indicata nelle disposizioni transitorie della Costituzione che regolavano i conti dellItalia nata dalla Liberazione con la dinastia che aveva affidato il paese al fascismo. Fu la Regione del presidente Enzo Ghigo, dellassessore alla Sanità Antonio DAmbrosio e di quello al Bilancio Angelo Burzi (eccoli i primi nomi per la targa) che decise di giocare quellazzardo incompetente e spregiudicato sul debito della sanità piemontese facendolo ricadere sulla pelle del Mauriziano, dopo aver costretto (anche qui una lettura attenta delle due sentenze della Corte dei Conti non lascia dubbi) lantico ospedale a sobbarcarsi le sorti allora miliardarie di unaltra grande iniziativa benefica, sorta negli Anni Ottanta del secolo scorso dallintuizione di una grande famiglia torinese, lIstituto per la ricerca contro il cancro di Candiolo, ma del tutto avulsa dal sistema sanitario nazionale e, soprattutto da quello dellUniversità e della ricerca medica torinesi. I mancati e illegittimi versamenti regionali configurarono un "buco" di 295 milioni euro e determinarono la chiamata del prefetto "di prima classe" Anna Maria DAscenzo (ecco un altro nome per quella targa) a gestire lingestibile, mentre in corso Turati cominciavano a scarseggiare bende e siringhe, a fuggire medici importanti e ad andare a rischio stipendi e forniture. Oggi, dopo lo scioglimento dellOrdine e la caduta del governo Berlusconi che la nominò, il prefetto DAscenzo continua a restare al suo posto pur avendo fallito il suo obiettivo di risanamento: a ottobre 2006 infatti, il disavanzo era salito a 412 milioni di euro, nonostante la stessa DAscenzo avesse concordato, proprio con Enzo Ghigo, di ritirare tutti i ricorsi per ottenere quanto spettava al Mauriziano in cambio delluna tantum regionale di 50 milioni (i primi 25 furono prontamente versati dal centrodestra e gli altri 25 da una forse troppo frettolosa Mercedes Bresso). Che cosa aspetta adesso il ministro degli Interni Giuliano Amato a revocare il mandato a quel prefetto "di prima classe"? E che cosa hanno da dire governo e presidenza della Repubblica attuali sulla legge che sciolse lOrdine Mauriziano ma che oggi, alla luce delle due sentenze della Corte dei Conti, si basa sul presupposto inesistente che il bilancio dellente fosse extra ordinem? E che cosa si preparano a fare, soprattutto, Mercedes Bresso e i suoi assessori per un rilancio vero dellospedale di corso Turati? Il dibattito di queste ore è abbastanza sconfortante e sembra indicare solo uno scontro tra certi ambienti cattolici della Margherita e gli intramontabili capi della "sinistra sanitaria" del Pci-Pds-Ds per aggiudicarsi limprobabile consiglio di amministrazione di un Ordine redivivo, ma che per adesso non cè più e, forse, non potrà mai ritornare. Con un ospedale tolto di nuovo alla gestione diretta della Regione e riportato a un suo passato ormai perduto. E con il rischio di allungare lelenco dei nomi su quella targa soltanto per poco ancora immaginaria.