Il poeta e storico dellarte aveva 92 anni: oggi la salma in SS. Annunziata, domani i funerali Sei anni fa, nel Salone dei Dugento gremito per la presentazione della sua opera omnia, Alessandro Parronchi non volle sedersi al tavolo degli ospiti. Scelse una poltroncina di seconda fila, e assistette alla cerimonia con sobria gratitudine, ma come se riguardasse qualcun altro. Non era soltanto una scelta dettata dalla riservatezza. Era limmagine di tutta una vita, passata deliberatamente al riparo dalla storia, in quel cono dombra protetto dal silenzio dove si può osservare, pensare, ricordare. Alessandro Parronchi non ha mai avuto fiducia nella storia, eppure con la sua morte, avvenuta ieri mattina nella sua casa di via Settembrini, finisce per Firenze un pezzo di Novecento: il secolo che per lui, nato il 26 dicembre 1914, era stato «il vero tempo della vita». Intendeva dire il tempo degli affetti, dellamicizia, del lavoro, speso tra le pareti dellappartamento dove avevano vissuto i suoi genitori, dove suo padre si era suicidato nel 1929, lasciandogli in eredità un mistero senza soluzione, e dove erano nate le sue figlie Rosa e Agnese. Ma anche, soprattutto, il tempo della poesia. Prima che ai tavolini delle Giubbe Rosse e di Paszkowski, la stagione dellermetismo fiorentino era cominciata, per Parronchi, nelle aule delluniversità. E lì che aveva conosciuto Mario Luzi, lamico di sempre che nel 1954 sarebbe stato il suo testimone di nozze, reclutato a bruciapelo, al solito caffè, la sera prima della cerimonia; e lì, nello scambio quasi quotidiano dei giudizi, nellattenzione reciproca, talvolta anche nella critica, erano nati due poeti diversissimi, ma uniti dalla stessa passione per la verità. Anche se nellermetismo Parronchi vedeva «solo il momento del mio ingresso nella vita letteraria e loccasione per dare concretezza a una vocazione fino ad allora trascurata», gli anni tra le due guerre e quelli dellimmediato dopoguerra furono per lui il periodo fondativo, quello in cui si decidono le coordinate di unesistenza. Furono per Parronchi gli anni dellamicizia con Piero Bigongiari, Alfonso Gatto, Ottone Rosai e Mario Marcucci, il pittore viareggino dal temperamento di marinaio, così diverso da lui e da lui così ammirato; gli anni del crollo del fascismo e del pendolarismo avventuroso tra le macerie di Firenze e la casa di campagna a Greve in Chianti; gli anni dellesordio con «I giorni sensibili», nel 1941, e della scoperta definitiva di quello che per lui sarebbe sempre stato «il vero»: il lento abbandonarci delle cose, lo scorrere del tempo, le morti impercettibili, inesorabili, che screziano la quotidianità. Questo poeta della perdita, educatamente ma tenacemente in dissidio con il proprio tempo, tutto poteva essere tranne che un uomo pubblico. Anche le sue battaglie di storico dellarte, una passione giovanile diventata professione, le ha combattute con la pazienza e con la discrezione che ha messo nellinsegnamento universitario, che si trattasse di una nuova attribuzione donatelliana o michelangiolesca, come quella del Crocifisso di Michelangelo scovato nel 1959 nelloratorio della chiesa di San Rocco a Massa, o di rendere giustizia agli artisti toscani - e non solo - più amati. Solo una volta ha lasciato che la politica entrasse nella sua vita, e i modi e loccasione dicono tutto della sua idea del vivere civile: è stato nel 2003, quando Parronchi ha proposto, insieme alla Comunità di SantEgidio, un emendamento allarticolo 4 dello Statuto regionale, chiedendo il riconoscimento degli anziani come «soggetti pienamente titolari di personalità e umanità anche quando si infermano». La dignità di un vecchio contava per lui più dei problemi della globalizzazione, il diritto di un malato più di una polemica sul Social Forum. Cause perse, forse. Oppure messaggi di lungimiranza messi in bottiglia e affidati al mare del tempo. Neanche in quello credeva Parronchi - «ho smesso di credere nella capacità chiarificatrice del tempo», diceva spesso negli ultimi anni, trascorsi lottando contro la malattia e riordinando i carteggi con i suoi molti compagni di strada, da Vasco Pratolini a Vittorio Sereni. Con lui, però, il tempo è stato generoso. Gli ha regalato, in tarda età, una splendida e inaspettata primavera creativa, e laffetto ammirato della sua città. Dopo la pubblicazione, per i tipi di Polistampa, di tutta la sua opera in versi nel 2001, quattro anni fa il poeta è stato festeggiato da «Leggere per non dimenticare» con la presentazione della sua raccolta più recente e con una mostra di fotografie realizzate da lui stesso. Nel dicembre del 2004, infine, la cerimonia per i novantanni nel Saloncino della Pergola, sempre nellambito di «Leggere per non dimenticare». A poco più di un mese di distanza dal novantesimo compleanno di Mario Luzi, Firenze diceva grazie a un altro dei suoi grandi vecchi, come a chiedergli conferma di una continuità della memoria e delle generazioni, con un abbraccio collettivo e con la targa del Comune di Firenze, donata a Parronchi dal sindaco Domenici. «Non posso dirmi pienamente soddisfatto della mia vita e del mio lavoro - aveva detto in quelloccasione - ma complessivamente non sono scontento: credo di avere lavorato molto e di essere stato anche un uomo fortunato». Oggi lultimo saluto: dalle 10.30 la salma del poeta sarà esposta nella Cappella di San Luca, detta «degli artisti», nel chiostro della SS. Annunziata. Il funerale si terrà alle 15 di domani nella basilica, alla presenza delle autorità cittadine e del Gonfalone di Firenze.