La nuova caverna di Platone è una rete di cunicoli sepolta sotto settanta metri di roccia nei monti della Pennsylvania. Qui, in un eterno crepuscolo al neon a venti gradi sotto zero, venti milioni di immagini, solo in parte digitalizzate, sfidano i secoli È stato Bill Gates, fondatore dellagenzia Corbis, a spostare nel 2002 il suo tesoro visuale, acquistato dal grande "mercante di scatti" Otto Bettmann, da un palazzo di Manhattan a questa città sotterranea L80 per cento del materiale è un deposito ancora inesplorato Nella nuova caverna di Platone il tempo è due volte immobile: al minuto e allingrosso. Non scorrono i giorni in questo perenne crepuscolo di luci al neon, non cambiano le stagioni nelleterno autunno a temperatura costante, senza pioggia e senza vento. Ma anche la grande Storia qui è ferma: letteralmente congelata in venti milioni di fotografie ibernate a venti gradi sotto zero, sepolte sotto settanta metri di roccia calcarea, pronte a sfidare i secoli. Nel mito più celebre della filosofia greca le immagini del mondo reale si riflettono nelle viscere della montagna, dove schiavi incatenati le credono vere. Anche in fondo alla penombra di queste chilometriche gallerie troverò le immagini speculari del mondo esterno. Ma non mi aspetto che a custodirle siano semiselvaggi ingenui e abbrutiti. Infatti, «Benvenuto sottoterra!», quando in fondo a una galleria laterale un portone blindato rosso si apre, è unelegante signora bionda ad accogliermi con un sorriso. Si presenta: Ann Hartman, manager del Film Preservation Facility di Corbis, lagenzia fondata da Bill Gates nel 1989. È la vestale della memoria visiva degli ultimi centocinquantanni. La sacerdotessa del più ambizioso e fantascientifico progetto di conservazione iconografica mai tentato: mettere in salvo il fragile specchio del pianeta, tenerlo al riparo da uragani, terremoti, attentati terroristici e guerre nucleari, per centinaia, forse migliaia di anni, in fondo a una vecchia miniera di minerali ferrosi, sessanta miglia a nord della capitale americana dellacciaio: Pittsburgh, Pennsylvania. Arrivarci non è facile. Anche Luca e Silvia di Corbis Italia, filiale aperta da pochi mesi, hanno unidea vaga di dove si trovi il cuore del loro patrimonio aziendale. Scivoliamo in auto dentro una cartolina della provincia americana, fra colline boscose, laghetti e casette di legno col dondolo sotto il portico. Il villaggio rustico di Boyers è lultimo riferimento, poi si va a intuito. Niente segnali: solo un parcheggio e una stradina chiusa da una sbarra presidiata da uomini armati suggeriscono che siamo arrivati. «Stop please», sorridenti, ma col mitra ben in vista, perquisiscono lauto con cortese efficienza. Chiedono due documenti per ogni visitatore. Verificano via radio: sì, siamo attesi. Otteniamo un pass e un piccolo estintore rosso: «Tenetelo sempre con voi», non è rassicurante. La sbarra si alza, la strada si tuffa allingiù, sinfila sotto la collina. Sembra un tunnel come un altro, ma appena dentro si apre in un dedalo di grandi gallerie asfaltate, scolpite nella roccia grezza, trenta chilometri di incroci, curve, corsie che sfumano nella foschia biancastra dei neon. Se qualcuno non ci facesse strada sarebbe impossibile arrivare a destinazione. Dietro una curva un incongruo pupazzo di Babbo Natale, ma non i segnali che taspetteresti, neppure per luscita di emergenza. Motivi di sicurezza: «Chiunque riesca a ingannare i controlli, è meglio che non sappia orientarsi». Bagliori di fari, nella penombra incrociamo altre automobili. Cè traffico nel labirinto sotterraneo. Corbis non è il solo abitatore del luogo: oltre i finestrini scorrono decine di portoni blindati rossi, la maggior parte anonimi, identificati da un codice, alcuni invece con insegne molto famose, che però devo promettere di non citare. Oltre duemilacinquecento tra uffici governativi e aziende private hanno affittato pezzi di galleria per i loro archivi più preziosi. È un caveau grande come una città. Una multinazionale della conservazione, la Iron Mountain, fondata da un ex coltivatore di funghi che comprò la miniera dismessa nel 1950. Anni di guerra fredda: lAmerica pareva ossessionata dallolocausto nucleare, e qui doveva sorgere un enorme bunker per la sopravvivenza dei più previdenti, o più importanti, o più ricchi. Curioso: gli americani preferirono salvare i loro ricordi più che i loro corpi. La città dei rifugiati diventò un condominio di scantinati di lusso, una enorme cassaforte supertecnologica. Ma anche così brulica di vita come un termitaio. Nella città senza tempo lavorano millesettecento persone. «Abbiamo un corpo di vigili del fuoco con sei automezzi, squadre di tecnici, impiegati, archivisti. In caso di necessità abbiamo viveri per trenta giorni, ed energia per una settimana», elenca Charles J. Doughty, vicepresidente di Iron Mountain, al volante del carrello elettrico, di quelli che girano sui campi da golf, con cui ci ha prelevato da uno dei parcheggi interni. Guida e intanto fa da cicerone, girato allindietro, tanto lui il labirinto lo sa a memoria: «Una volta mi lasciarono dentro a luci spente. Trovai luscita a tentoni. Lavoro qui sotto da trentaquattro anni...». Unesperienza davvero underground. «Non è diverso che lavorare al sessantesimo piano di un grattacielo. Col vantaggio che gli impiegati non escono a farsi una passeggiata», ride. Ci fermiamo davanti a un portone con il logo di una celeberrima major cinematografica: dietro, centinaia di pile ben ordinate di "pizze" in scatole tonde dalluminio. Le copie master dei film. Sulle etichette, titoli che hanno fatto la storia del cinema. È incredibile quante cose lumanità pensa debbano essere conservate in eterno. I brevetti di tutte le invenzioni americane. I registri matrimoniali della contea di Somerset. I prototipi dei gioielli di una notissima firma. I biglietti depositati dalla pietà popolare sul luogo (non lontano da qui) dove si schiantò lUA93, l«aereo degli eroi» dell11 settembre. «Carta, microfilm, bytes, in qualsiasi modo lumanità voglia lasciare traccia di sé, noi la aiutiamo a farlo», commenta mr Dougthy con orgoglio aziendale. Lingresso di Corbis è il più elegante di tutti. Luce bianca, tappeto, piante in vaso, uno schermo al plasma su cui scorrono le più celebri immagini dellarchivio. E dimprovviso, varcato il portone, svanisce la claustrofobia. Lambiente è ampio, luminoso, ben arredato, fiori, poster, pavimenti scintillanti, computer, reticoli di tubature gialle, blu, rosse. Altre due archiviste di Corbis e tre stagisti saggirano nel ronzio dellaria condizionata, come in qualsiasi ufficio di città, ma senza il rumore del traffico. Cè una piccola mensa con dispensa, microonde e bollitore del caffè. «Vuole favorire? Qui non è comodo scendere al bar allangolo». Solo le pareti scalpellate al grezzo, ma laccate di bianco, ricordano che laria aperta è lontana come il tetto di un palazzo di venti piani. Ann C. Hartman dirige il Fpf dal 2002, poco dopo il gran trasloco. Fu unoperazione quasi militare, efficiente e riservata. Una colonna di diciotto camion frigoriferi partì da New York, precisamente dal palazzone sulla 44 strada che per mezzo secolo era stato il regno di Otto Bettmann, il più straordinario mercante dimmagini che la storia ricordi. Bibliotecario a Lipsia, fuggiasco nel 1935 dalla Germania nazista, sbarcò a Manhattan con pochi vestiti ma con due bauli pieni di fotografie. Portava con sé, in esilio, le immagini di unEuropa minacciata dalla barbarie. Sinventò un mestiere, quello di venditore di fotografie, e fondò quella che oggi si chiamerebbe una stock image agency, ma che allora era poco più di un mestiere da trovarobe. Fu lungimirante: la civiltà dellimmagine era in pieno boom. E Otto, meticoloso come un tedesco, aveva inventato un sistema di archiviazione che nellera pre-Google gli consentiva di rintracciare in pochi minuti, tra le migliaia presto divenute milioni, limmagine giusta per il cliente di turno. Era lefficientissimo servizio da archivista borgesiano, più che il valore delle foto, che i giornali e gli editori gli pagavano volentieri. Tanto da permettergli, nel 1981, di ritirarsi in pensione in Florida. Senza bauli, questa volta. Le sue foto, undici milioni, restarono orfane. E sammalarono. Contrassero la tremenda lebbra dei negativi. Scattate quasi tutte su pellicole di deperibile acetato, andavano letteralmente in pappa. La puzza di aceto, nelle stanze dellarchivio, era soffocante quando Bill Gates andò a visitarlo, nel 1995. Al signor Microsoft era venuta unidea: diventare il proprietario, e il rivenditore, di quante più immagini possibile. Aveva appena fondato Corbis, che in latino vuol dire cesto, e un cesto aspetta di essere riempito. Larchivio Bettmann (assieme ad altri archivi di agenzie e giornali nel frattempo acquisiti da Gates, per un totale di venti milioni di reperti) era un ottimo inizio. Ma rischiava di veder subito la fine. Gates seguì il consiglio di un esperto, Henry Wilhlem: «Scegli il freddo. Congela le foto e dureranno in eterno». Ed eccoci qui, nella ghiacciaia dellimmaginario mondiale. «Questa è la sezione vip, very important photos», Ann apre lo sportello zincato di un congelatore: sui ripiani, in buste numerate di plastica sottovuoto, scatole beige ospitano a venti gradi sotto zero gli originali delle immagini più note dellarchivio Bettmann, ovvero le più vendute: la vertiginosa merenda sulla trave dei muratori del Rockefeller Center, Einstein che fa la linguaccia, Rosa Parks che viaggia orgogliosa sul bus non più riservato ai bianchi, eccetera. Dal loro gelido letargo, le foto da hit parade escono solo in casi eccezionali: «Riportarle a temperatura ambiente è unoperazione rischiosa». In giro vanno i loro duplicati digitali ad alta definizione. Ma lemozione vera deve ancora arrivare. Sta in fondo al primo tunnel, dietro un portello bianco con oblò e maniglia dacciaio, tipo cella del macellaio. «Si metta il giaccone», fa Ann, «andiamo in miniera». Uno stanzino di acclimatazione. I piedi sappiccicano al pavimento: un tappeto adesivo preleva la polvere dalla suola delle nostre scarpe. Si apre il secondo portellone. Il salto di temperatura è brusco: siamo a sette gradi centigradi, umidità 35 costante. Nel biancore polare, il colpo docchio è straordinario: centinaia di scaffali, migliaia di cassetti, allineati in corridoi lunghi come due campi di calcio. Vecchi schedari di metallo grigio, classificatori di lamiera, casse di legno: è il mobilio di Bettmann, portato qui tale e quale, contenitori e contenuto, perché era più urgente salvare che riordinare. Eccole, dunque. Abitano qui le icone della memoria ottica collettiva. Le immagini che abbiamo scolpite nella mente, senza le quali non sapremmo più pensare la storia. Sono qui i fragili originali di carta, celluloide o vetro, di alcune delle foto più famose del mondo. LHindenburg che brucia, Hitler che passeggia al Trocadéro, Mao che sguazza nello Yangtze, Neil Armstrong che saltella sulla Luna, papa Wojtyla che saccascia ferito in piazza San Pietro, lignoto eroe di piazza Tien An Men davanti al carro armato, Stalin Roosevelt e Churchill sulla panchina di Yalta, lo sguardo livido dei gerarchi nazisti a Norimberga. Sono qui, accanto alle loro sorelle, le immagini dimenticate o inedite, ma altrettanto preziose. La guerra civile americana, il fondo più antico. Limpagabile archivio Upi sul Vietnam. I reportage della seconda guerra mondiale. Archivi interi di grandi fotografi: Riis, Weegee. I ritratti glamour dei divi di Hollywood. Da grandi poster sui muri, Malcom X e Martin Luther King che si stringono la mano, Audrey Hepburn, Babe Ruth sembrano i santi patroni della gelida cattedrale silenziosa. Ci infiliamo guanti bianchi di cotone, apriamo con trepidazione uno, due, tre cassetti a caso. Ecco le immagini lebbrose, corrugate come pelli di coccodrillo o sollevate come pasta sfoglia: «Ma il degrado è bloccato. Le recupereremo col restauro elettronico». Per ora riposano nellordine che stabilì lui, il tedesco geniale. La sua calligrafia inclinata spunta a tratti dal dorso di una foto, su una scheda. Un oceano di scatti che nessuno guarda da decenni. Solo il venti per cento degli originali è stato scannerizzato e digitalizzato. Ancora meno, poche centinaia di migliaia, sono le foto che chiunque può sfogliare online sul sito di Corbis. Tutto il resto, parliamo di milioni di immagini, è un deposito archeologico ancora da scavare. Per quanto ne sappiamo, capolavori ignoti della fotografia mondiale potrebbero essere sepolti in questo enorme freezer. Ogni apertura di cartella dà il brivido della scoperta. Peschiamo a caso: Italia, fascismo, dopoguerra. Spuntano, tra veline dattiloscritte, ingiallite e fragili come ostie, le eccezionali immagini dei reporter dellInternational News Photos, grandi professionisti anonimi. Personaggi, eventi pubblici, ma anche scene di strada, vita quotidiana: le scarpe fuori misura degli scugnizzi, lo sberleffo di un Balilla tra i piccoli camerati, sciuscià che giocano alla morra nelle strade di Roma liberata, «ecco questa è inedita», conferma Ann dando unocchiata al retro. Una busta ha un titolo particolare: «Mussolini, esecuzione». Ci vuole stomaco forte: ecco la tristemente nota impiccagione di piazzale Loreto, ma anche una serie di scatti più terrificanti, il volto del Duce tumefatto, lautopsia, la ricomposizione dentro una cassa di legno grezzo, tra un frate benedicente e donne che ridono. Ann distoglie lo sguardo: «È orribile, ma è storia. E la storia va conservata tutta quanta». Certo. Ma per chi? Quando Corbis annunciò loperazione grande freddo, la stampa si scatenò. Gates seppellisce in una tomba la memoria visiva del mondo, accusarono editorialisti del New York Times e del New Statesman. «Da allora ci sforziamo di smentire quel pregiudizio», dice Ann. Larchivio è accessibile, su appuntamento, a storici e ricercatori, ma pochi ne approfittano. «Abbiamo cinquanta richieste a settimana, ma quasi tutte via email. Troviamo noi le immagini che cercano. Fisicamente vengono qui solo cinque ricercatori allanno». Certo, il viaggio è scomodo. «Ma un posto come questo non cera alla periferia di New York». Be, un edificio refrigerato forse si trovava. Ma la caverna delle immagini è molto di più di un magazzino commerciale coscienziosamente gestito. È una fantasia post-human, è il sogno di scavalcare almeno in effigie la fine della nostra specie. Sotto fresche e asciutte coperte di calcare, anche quando finirà lelettricità le fotografie continueranno a mantenersi, forse per migliaia di anni. È un monumento allhomo photographicus, lunico animale creatore e consumatore dimmagini, ad uso degli archeologi, forse dei paleontologi, di chissà quale futura epoca o razza. I bauli di Bettmann, un po più gonfi di quando fuggirono dallEuropa in fiamme, sono partiti per un altro viaggio, temendo forse unaltra apocalisse. I viventi che abiteranno la Terra dopo di noi decifreranno questi geroglifici di carta dissepolti dalla piramide di Pittsburgh. Se avranno occhi, vedranno come eravamo. Ma noi non ci saremo.
la Repubblica
7 Gennaio 2007
PITTSBURGH - Nellarchivio visivo dellumanità
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Michele Smargiassi
la Repubblica
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