Parla la curatrice dell'«Art Program» Galvani, un'italiana regina di quadri della Banca Mondiale MILANO - È abituata a lottare per l'identità, e non tanto perché fa parte di quel gruppo ristretto di italiani che ha raggiunto posti di rilievo nelle istituzioni internazionali. Marina Galvani, economista bocco-niana specializzata a Vienna, storica dell'arte con doppia laurea nella capitale asburgica e master all'Università del Maryland, preferisce definire il suo talento di confine attraverso i pregiudizi degli altri: «Per gli economisti sono una transfuga - dice - per gli storici dell'arte un'eretica». Per il presidente della Banca mondiale Paul Wolfowitz, e prima per il suo predecessore James Wolfensohn che l'ha assunta, Marina Galvani è invece semplicemente la curatrice dell'«Art Program» dell'istituzione di Bretton Woods. Quest'anno nella Banca, al cuore della Washington politica e di quella della burocrazia finanziaria, organizzerà una mostra di 150 opere di artisti israeliani e palestinesi; l'hanno scorso aveva raccolto i quadri della pittrice filippina Pacita Abad, quello prima gli artisti del Vietnam dopo le guerre d'Indocina. Il suo tipo mecenatismo poi si muove all'incrocio fra diplomazia, interessi politici contrapposti e fondi a disposizione scarsi e, per di più, pubblici. Marina Galvani ha il compito di selezionare e acquistare per la Banca opere di artisti dei Paesi più in basso nella scala dei redditi o dello sviluppo. Ma non tutta l'arte è benvenuta: ogni autore, ogni pezzo viene sottoposto al veto possibile di ciascuna delle vicepresidenze in cui sono rappresentati su base regionale i Paesi azionisti della Banca. Qualunque riflesso politico o sociale resta fuori, se sgradito a uno solo dei 148 governi. «Non siamo un museo - si difende la curatrice - ma una struttura internazionale che deve mantenere i suoi equilibri». Malgrado il fascino, sembra appunto il lavoro ideale da disprezzare per i tecnici di qualunque vecchia, ben definita categoria. «Gli storici dell'arte sono spesso scettici. Per gli economisti tradizionali poi la mia è un'area che non ha molto senso» nota la 39 enne Marina Galvani. Nella voce, neanche un'ombra di rammarico per non essere compresa. E non è un'impressione data dal suo italiano che ha ormai più venature ella East Coast americana che di Vicenza, dov'è nata e cresciuta. È più probabilmente un'abitudine ai territori di confine: alla Bocconi scelse un indirizzo internazionale ma fu la prima a scrivere una tesi sulla protezione del patrimonio culturale. «Era la fine degli anni '80 e i professori milanesi erano infastiditi da questi argomenti anomali», ricorda. Ora di acqua ne è passata sotto i ponti, ma Marina Galvani trova che in Italia il divorzio fra arte e economia non si sia mai davvero ricomposto. «Una politica culturale ben fatta può avere un impatto notevole sullo sviluppo di una città o di una regione», sostiene. Il turismo, per una volta, non c'entra: «La competizione fra città in Europa o in America oggi si vince attirando giovani con talenti professionali. Le capitali economiche devono esserlo anche sul piano della cultura». A Washington, l'Italia dimostra di averlo capito: il governo di Roma è fra i più attivi finanziatori del programma culturale della Banca mondiale. O magari è la dottrina, tutta economica, del vantaggio comparato: ognuno deve competere in ciò che sa fare meglio. Marina Galvani vi ha attinto a fondo quando Wolfensohn la intervistò nel 2004 per il posto che ora occupa. «Mi chiese perché mi era candidata, risposi che sono un'economista internazionale. Ma da italiana l'arte è nel mio sangue».