La campagna di Asor Rosa per un piano in realtà vecchio di 20 anni mette in discussione il futuro del paese. Ma il problema sono gli errori del passato Il piccolo centro di Monticchiello, la città fortificata della Val D'Orcia nota per la bellezza del suo paesaggio, tanto da essere stata inserita dall'Unesco nel 2004 tra i «patrimoni dell'umanità», è dalla scorsa estate agli onori della cronaca, quasi fosse di nuovo minacciato, come nel 1553, dai lanzichenecchi dell'imperatore. Il grido è stato lanciato dal professor Alberto Asor Rosa ed è stato amplificato dalla stampa nazionale creando sconcerto sia a livello nazionale che locale. Il pericolo verrebbe dalla costruzione di una decina di edifici a due piani, sicuramente discutibile, ma comunque prevista dal vecchio piano regolatore, al di fuori del centro storico. Improvvisamente, nell'Italia dell'abusivismo e del saccheggio del territorio, Monticchiello, la Val D'Orcia, e la Toscana tutta, fino al giorno prima considerate realtà amministrative modello (non solo in Italia) - sono così divenute paradigmi di malgovemo territoriale e accomunate a ben altri "eco- mostri" nazionali. Ma come stanno veramente le cose in questo delizioso angolo della Toscana? L'oggetto della vicenda, controversa sin dai suoi inizi, è una lottizzazione di 20.000 metri cubi, posta a fianco della più recente espansione di Monticchiello e dunque di elevato impatto paesaggistico - pianificata dal 1997 (ma con una storia che risale al 1989) ed i cui lavori erano avviati fin dal 2003- che è stata paragonata in modo del tutto improprio dal professor Asor Rosa (del resto da tempo a conoscenza dell'iniziativa) alla costruzione di 600 milioni di metri cubi alle porte di Roma. Ad una campagna che ha rasentato spesso il linciaggio mediatico non hanno comunque aderito le istituzioni chiamate in causa; il Ministero per i beni e le attività culturali ha avviato invece una collaborazione con il comune di Pienza per vedere come sia possibile mitigare e correggere l'intervento, mentre la Regione Toscana non ha raccolto minimamente l'invito a cambiare i suoi ormai sperimentati rapporti di leale cooperazione con gli enti locali. Il Convegno nazionale «Monticchiello, Toscana; il paesaggio italiano» tenutosi alla fine di ottobre in val D'Orcia - complici sia una gestione degli interventi assai poco pluralista, sia l'assenza fragorosa degli amminisiratori locali, non invitati - ha consolidato tre principali linee di pensiero: una diffusa sfiducia sia nelle istituzioni comunali (cui la Regione Toscana avrebbe il torto di attribuire eccessive competenze) sia in quelle statali, provinciali e regionali; la richiesta di rapporti più autoritari tra i diversi livelli di governo ed infine il rimpianto per l'urbanistica tradizionale che sarebbe snaturata dalla nuova nozione partecipativa di «governo del tenitorio» assunta nelle leggi regionali più recenti. I convenuti, in sostanza, hanno inteso affermare che i problemi di Monticchiello (nonché della Toscana) vengono dal presente e dal futuro, ovvero dalle innovazioni introdotte dalla legislazione regionale più avanzata d'Italia, trascurando del tutto invece le ben più pesanti responsabilità del «passato». La lottizzazione incriminata era stata concepita quasi 20 anni fa con l'intenzione di offrire opportunità residenziali ai monticchiellesi espulsi dai costi elevatissimi delle abitazioni dentro le mura. Si voleva dunque contrastare le leggi di mercato, ed il mercato si è vendicato in tre mosse. La prima impedendo che la nuova lottizzazione avesse natura di edilizia residenziale pubblica dal momento che tutte le disponibilità di legge erano state assorbite dal capoluogo (Pienza). La seconda riconducendo la totalità dei suoli edificabili in mano ad un unico promotore che l'ha utilizzata - con rozzezza - per quello che era, ovvero una lottizzazione privata. La terza travolgendo, grazie ad una campagna mediatica del tutto asimmetrica, la credibilità e la dignità degli amministratori stessi. In realtà, anche a voler limitare il discorso alla sola Vai d'Orcia, la lottizzazione di Monticchiello non è certo il peggior pedaggio che il passato sta richiedendo al presente ed al futuro. Sono ben visibili, a S. Piero in Campo, le vestigia incompiute di una gigantesca diga concepita quando la Val d'Orcia era un'area agricola come tante, i cui lavori sono stati informalmente sospesi quando è apparso chiaro che le dinamiche di sviluppo sarebbero state altre, legate al turismo attratto dalla integrità del paesaggio. Caso analogo è rappresentato dalle cave, alcune ancora da aprire - previste dalla pianificazione regionale - nel delicatissimo alveo dell'Orcia, oggi area protetta, ma in passato considerato mero serbatoio di braccia per le grandi infrastrutture. Il problema vero è che la pianificazione urbanistica tradizionale possiede rigidità interne che la rendono incapace di adeguarsi alle mutate condizioni. E la Val d'Orcia di mutazioni profonde dal dopoguerra ad oggi ne ha maturate molte, prima con il crollo della mezzadria, il dimezzarsi della popolazione e i cambiamenti radicali del paesaggio (indotti dall' affermarsi della pastorizia e della agricoltura estensiva) e poi - dai primi anni '90 - con la veloce crescita del turismo, che ha più che decuplicato le potenzialità ricettive e riconfigurato il sistema produttivo. Il «miracolo» della Val d'Orcia - e dei suoi abitanti - è stato, quello di aver gestito queste trasformazioni senza compromettere la qualità del territorio, tanto da essere istituita in area protetta nel 1999 e da ottenere nel 2004 il prestigioso riconoscimento come sito Unesco (e ciò nonostante la lottizzazione di Monticchiello fosse ben documentata nella relativa istruttoria). La maggior parte della ricettività è in agriturismi (quindi con recupero di edifici esistenti e gestioni familiari, in massima parte locali) e l'unica nuova grande struttura ricettiva - l'Adler Thermae - con 100 nuovi posti di lavoro e oltre 60.000 presenze, è stato costruita all'interno di una cava dismessa, praticamente invisibile dall'esterno. Che i cittadini e gli amministratori della Val d'Orcia non siano quelli dipinti dalla campagna mediatica di questi mesi risulta chiaro da alcuni fatti incontrovertibili. S. Quirico d'Orcia approverà un Piano strutturale in cui le nuove occupazioni di suolo per i prossimi 15 anni saranno limitate agli spazi necessari per costruire 40 alloggi di edilizia residenziale, in buona parte per fasce a basso reddito; tutte le rimanenti trasformazioni si compiranno all'interno di aree già urbanizzate, riqualificandole. A Bagno Vignoni sono stati eliminati oltre 7000 mc di previsioni del vecchio piano, compreso un nuovo centro termale pubblico: il territorio aperto è disciplinato con nuove regole che intendono non solo proteggere ma migliorare il paesaggio. Il nuovo piano di Pienza, ancora in formazione, è per molti versi ancora più coraggioso, dovendo fare i conti con la riqualificazione di un'area industriale dismessa più vasta dell'intero centro storico, con la riduzione delle volumetrie industriali previste dal vecchio piano e con la eliminazione delle cave. Queste scelte sono rese possibili proprio dalla innovativa legislazione toscana che ha «sdoppiato» lo strumento urbanistico in due componenti: una contenente il disegno di governo a lungo termine (ma che non assegna diritti edificatori) e l'altra contenente previsioni che o vengono realizzate a breve termine (5 anni) oppure decadono senza lasciare diritti acquisiti. Non potrà quindi quindi accadere più quel che si è verificato a Monticchiello, ovvero che previsioni di piano vengano realizzate quando la loro ragion d'essere è cessata. Il vero rischio del «caso Monticchiello» è ora proprio quello - pur essendo gli organizzatori della campagna animati dalle migliori intenzioni - di oscurare le responsabilità del vecchio e, in suo nome, chiedere l'azzeramento del nuovo, di quanto di positivo le amministrazioni locali stanno cercando di fare.
il manifesto
5 Gennaio 2007
La disfida di Monticchiello. Così cambia la Val d'Orcia
ST
Stefano Chiarini
il manifesto
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