Museum. Next Generation. Il futuro dei musei, Electa-Mondadori editore. Il libro in realtà è il catalogo di una mostra tenutasi a ottobre al cantiere del Maxxi di Roma (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) progettato da Zaha Hadid e che verrà inaugurato l'anno prossimo. Il bel volume, curato dalla Darc (Direzione generale architettura e arte contemporanee del ministero dei Beni culturali) in collaborazione con Pippo Ciorra, ideale da sfogliare in questi ultimi scampoli di vacanze natalizie, è molto interessante perché in sostanza altro non è che una fitta ricerca sui musei d'arte contemporanea più innovativi. Anzi meglio: su quei casi di museo ormai impossibili da identificare semplicemente alla stregua di edifici statici, o in strutture comunque chiuse e compatte, avulse dal contesto urbano. Obiettivo del libro: «Investigare come le nuove istituzioni museali post 2000, già costruite o in fase avanzata di realizzazione, si rimodellino uscendo dagli edifici tradizionali, in funzione delle nuove relazioni che si stabiliscono tra l'arte contemporanea, lo spazio fisico della città e quello concettuale del mercato e dei media dell'arte». Tra i «casi museali» analizzati nel catalogo ecco allora ad esempio il Dashanzi 798 a Pechino, la Metropolitana d'arte a Napoli, il Palais de Tokyo a Parigi, la Fiumara d'Arte di Antonio Presti a Castel di Tusa, il nuovo Museo del mondo ellenico di Atene, il Chichu art museum di Naoshima in Giappone, il Corcoran Gallery of art di Washington, appunto il Maxxi di Roma, l'ampliamento del Denver art museum progettato da Daniel Libeskind, il centro Paul Klee di Berna di Renzo Piano, il nuovo museo dell'Acropoli sempre ad Atene, il Centro di arte contemporanea di Melbourne in Australia e via elencando. Insomma un libro che mappa e declina al futuro le funzioni museali, intese non più come luoghi asettici rispetto al contesto urbanistico in cui risiedono, bensì, esse stesse, veri e propri vettori di pianificazione urbana. Ma soprattutto, un libretto ideale da compulsare per gli amministratori di una città come Milano, piena zeppa di aree urbane da rifunzionalizzare e alla vigilia di una tornata imponente di grandi progetti destinati comunque a ridisegnare, nell'arco del prossimo decennio, il volto e la fisionomia della metropoli. E invece.., invece Milano nel libro non viene nemmeno menzionata. Grave omissione dei curatori? Affatto. Perché, paradossalmente, la città che ama definirsi e viversi come la capitale dell'innovazione e della modernità italiana per eccellenza (e per molti versi, anche architettonici, lo è, intendiamoci), continua a mancare di un museo di arte contemporanea, cioè di uno spazio, un luogo di incontro, di sperimentazione, di scambio di esperienze creative. E nemmeno c'è l'ha in calendario per il prossimo futuro, almeno a oggi e al di là di qualche pur meritoria promessa di un Vittorio Sgarbi e alle battaglie della collega della Provincia, Daniela Benelli. Senza contare, ad esempio, che anche il glorioso Museo della Scienza e della tecnica, per anni e anni grande vanto ambrosiano, come concept resta profondamente ottocentesco. Come spiega il critico d'arte Philippe Daverio, che il libretto Museum next generation l'ha proprio regalato (forse a monito) al sociologo milanese Guido Martinotti nel corso della puntata televisiva di capodanno del suo Passepartout, «Milano purtroppo è ormai fuori dal circuiti di arte contemporanea che contano, almeno da un decennio buono. Certo - prosegue l'ex assessore alla Cultura di palazzo Marino - resta ancora un porto in cui la creatività contemporanea giocoforza approda. C'è l'editoria sofisticata (Skira e Electa), c'è l'indotto pubblicitario, c'è il salone del mobile, c'è la moda. Ma oggi si sogna di essere uno dei centri del mondo come lo era quando si andava in Vespa, negli anni Sessanta, e quando uno che abitava a Parma non poteva esistere senza venire a Milano. Quando nel '56 John Cage venne per la prima volta in Europa, lui che era il musicista più sofisticato dell'avanguardia americana, venne proprio a Milano, perché qui c'era il laboratorio di fonologia musicale legato alla Rai. Beh, oggi che ci verrebbe a fare in città, a vedere la l'ennesima edizione di un'opera di Verdi?». Milano, culturalmente, sembra in effetti ripiegata su se stessa. Autolimitandosi a poche istituzioni di prestigio (Scala e Piccolo), e chiusa a ogni boccata di ossigeno improntata alla novità e alla sperimentazione. Così la città un tempo capitale assoluta dell'innovazione oggi si ritrova a guardare da bordo campo metropoli più coraggiose che si rilanciano, o si sono rilanciate nel passaggio dal fordismo al terziario, attraverso grossi investimenti sulle funzioni musealiculturali. Senza scomodare il caso scuola di Barcellona, basterebbe citare Newcastle e Glasgow, Bilbao e Valencia. E in parte, sul lato della riqualificazione urbanistica, anche Francoforte, che per stazza economico-finanziaria assomiglia molto a Milano. E questo perché, dal volumetto lo si evince perfettamente, oggi la cultura e principalmente la sua appendice museale, è un pezzo di ragionamento che sta dentro all'innovazione sociale e alle trasformazioni urbanistiche di un territorio o di una città. Anche per questo, quindi, come non si stanca di ripetere appunto Daniela Benelli, «è necessario che Milano vada oltre la concezione corrente di consumo culturale, oltre la logica del grande evento, o della grande mostra una tantum, che finiscono quasi mai per incidere sul tessuto economico e sociale del territorio. Aprendosi invece al confronto con la contemporaneità, su cui la città ha accumulato un pesante ritardo. Il dramma, infatti, è che Milano ha smesso di produrre immaginari, quando design e moda sono diventati storicamente centrali per la città proprio perché qui, fin dagli anni Cinquanta e Sessanta, si faceva ricerca estetica e sperimentazione creativa, che poi le aziende hanno assorbito, trasformandole in idee commerciali e brevetti». Ed è un paradosso, perché a Milano i talenti non mancano. «Esiste ancora sottopelle un grado di creatività incredibile e inaspettato», chiosa Daverio. «Solo che magari la gente intelligente oggi sta alla Bovisa o alla Barona o viene da Caserta, non necessariamente vive in via Bagutta». Una next generation, a cui bisognerebbe dare voce e luoghi per esprimersi.