La residenza restaurata a una fondazione e nellarchivio piove dentro Alcuni addetti che hanno protestato sono ora bersaglio di azioni disciplinari Con un colpo di mano il governo ha cancellato lidea di farne un museo La struttura centrale delledificio nelle mani della Plaza Infiltrazioni dacqua nello chalet che ospita preziosi reperti Nello chalet del Villino Favaloro, in piazza Virgilio, piove dentro. Le pompe di calore fanno le bizze e larchivio della fototeca regionale rischia di andare in malora. Pochi metri più in là si sta per completare il restauro del corpo centrale della residenza. Servirà ad ospitare non meglio precisati «eventi». La fine del restauro è preceduto da un rullio di tamburi che preannuncia a breve un debutto in pompa magna per lennesimo «contenitore». Con buona pace degli impegni tutti tesi a fare del villino il museo della fotografia. Ora, non solo è stato mandato in soffitta il progetto di una galleria, ma è pure passata di mano la titolarità del bene. In queste condizioni lo chalet e il suo archivio, lunica testimonianza di quel che il gioiello liberty avrebbe dovuto essere, rischiano perfino di diventare una presenza ingombrante. Sarà anche per questo che il deterioramento delle strutture e del suo contenuto non sembra aver provocato alcun sussulto ai piani alti dellassessorato regionale ai Beni culturali. Un passo indietro per ripercorrere tutte le tappe di una vicenda definita «scandalosa» da una nutrita schiera di intellettuali capitanati da Enzo Sellerio, firmatari di un appello per la realizzazione del museo. Sul finire degli anni Ottanta il villino Favaloro viene acquisito dalla Regione che intende ospitarvi il centro regionale per il catalogo. Va al villino anche la fototeca. A settembre del 2002 la scossa di terremoto che interessa Palermo assesta un colpo che si rivela provvidenziale per i disegni futuri della residenza. Si certifica che il sisma ha reso inagibile ledificio centrale. È la premessa che rende possibile il trasloco. Dallimmobiliare Costa Bianca, con un contratto di affitto da 350 mila euro più Iva lanno, la Regione rileva lex sede della Finanza in piazza Sturzo e vi sistema il centro. Non cè ancora una stima su quanto occorra per ripristinare il villino Favaloro che resta vuoto, mentre la fototeca continua a occupare lo chalet. Nel silenzio si consumano mesi. Il governo Cuffaro, a dicembre del 2003, annuncia che vuole fare della dimora liberty una sede di rappresentanza. Scatta la rivolta degli intellettuali e lallora assessore ai Beni culturali Fabio Granata riconferma limpegno per il museo. A Granata succede Alessandro Pagano e a dicembre del 2005 si consuma lepilogo. Nellultima riunione di giunta di quellanno il governo Cuffaro decide di cedere per 30 anni, il villino Favaloro a una Fondazione onlus sconosciuta, la Plaza, nata appena qualche mese prima. Lha costituita una società di Naro, la Rps Consulting in partnership con lassessorato regionale ai Beni culturali. La Rps Consulting, nata nel 2003. La guida Antonio Fabbrizio, imprenditore di Canicattì, nel settore della formazione sanitaria. Per statuto alla Rps spetta esprimere il presidente della Plaza, allassessorato che ci mette casa e soldi solo la vicepresidenza. La Plaza sembra costruita apposta per loperazione Favaloro. Nel suo statuto infatti è previsto che «i «partecipanti fondatori» possano contribuire con soldi, ma anche beni immobili per almeno 30 anni. E le cose, appena qualche mese dopo, vanno esattamente così. Nel novero dei sostenitori del progetto entrano ed escono società private e altre istituzioni pubbliche: lUniversità e gli assessorati al Lavoro e allIndustria. Pagano stacca anche un assegno da 500 mila euro per il mantenimento del villino. Il commissario dello Stato però impugna il provvedimento. Quando il bene ha già cambiato mano si arriva al finanziamento del restauro del villino per i danni del terremoto. Si scopre così che bastavano appena 160 mila euro per rimettere in sesto la struttura e realizzarvi il museo. Ma del progetto originario non si parla più per far largo ai programmi di Plaza. Resta lo chalet. E il suo archivio. Gli impiegati lanciano allarmi su allarmi e per risposta finiscono sotto procedimento disciplinare. Chiedono in massa di essere trasferiti. E ai Beni culturali non vedono lora di accontentarli.