Compie un secolo la "rivoluzione" di Nathan, il sindaco inglese. Fu espressione del blocco liberale e popolare. Un libro ne ricorda un secolo dopo la modernità le intuizioni e i meriti culturali La foto più diffusa rimanda ai posteri un signore alto, l'aria austera, la tuba, il cravattino, gli occhialini pince-nez. Era nato a Londra nel 1845. Si chiamava Ernesto Nathan, suo padre Mayer Moses, ricco agente di cambio, morì quando lui aveva 4 anni. Ernesto sin da giovinetto incarnava idee radicali, le stesse che sua madre Sara Levi, legatissima a Giuseppe Mazzini, aveva inculcato agli altri 11 figli. Si presentò alle elezioni a capo di un blocco liberal-democratico e il 26 novembre del 1907, all'età di 62 anni, andò ad occupare lo scranno più alto dell'Aula Giulio Cesare. E' passato un secolo eppure ancora oggi fa un certo effetto pensare che un inglese sia stato il tenutario del più panoramico balconcino di Roma. Quest'anno ricorre il centenario di quell'esperienza unica, la più laica che un governo capitolino abbia mai conosciuto. E la domanda si riproporrà puntuale: che ci faceva cent'anni fa quel gentleman dal tipico accento inglese in Campidoglio? Di Ernesto Nathan, del suo essere ebreo, gran maestro della massoneria d'Oriente, primo cittadino non papalino, s'è detto e scritto molto. Stesso dicasi per l'inedito blocco liberal-popolare che lo sostenne a cui si aggiunse anche «II Messaggero», allora diretto da Luigi Cesana. In quegli anni fu arginata la speculazione edilizia legata al trasferimento della Capitale, varato un imponente programma di istruzione per l'infanzia (150 asili), realizzate nuove scuole, sostenuta la formazione professionale, promossa la cultura del fare. Altri sindaci, in tempi più recenti, si sono richiamati a quell'esperienza cercando un filo. Carlo Argan innanzitutto, ma anche il Rutelli che muoveva i primi passi in sintonia con Pannella. E lo stesso Veltroni; in più occasioni, si è voltato indietro alla ricerca di una identità comune. Difficile trovarla neh"anticlericalismo che animò lo scontro tra Vaticano, laicisti e e massoneria. Tempi di scomuniche, bolle papali, a cominciare dal non expedit imposto ai cattolici. Per contro molto poco si è esplorato il filone per così dire culturale di Ernesto Nathan, un campo vergine, da disvelare. Lo ha fatto Silva Cecchini, restauratrice e studiosa. Ha avuto accesso a fonti preziose, gli archivi fotografici del Comune, quelli riordinati della X Ripartizione, verbali di giunta e consiglio, carte del Gabinetto del sindaco. Ne è nato un libro (Necessario e superfluo. Il ruolo delle arti nella Roma di Ernesto Nathan, Palombi editore), realizzato anche grazie al contributo dell'Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici del Comune di Roma. Tanto per non cambiare, anche Nathan dovette fare i conti con enormi problemi di bilancio. Sorretto da una giunta di cui faceva parte anche il rettore dell'Università Alberto Tonelli, assessore alla Storia e all'arte, fece le sue scelte. Puntò ad un'ampia autonomia dal governo centrale e pose al primo posto «l'alimento morale e intellettuale della popolazione», rivendicando nella "città sacra" il primato della civiltà laica. Il primo scontro, ricorda nel suo libro la Cecchini, si presentò nel 1908 a proposito dell'acquisto degli acquerelli di Ettore Roesler Franz. Una prima serie era stata già acquistata dal Comune nel 1897 ma per la seconda e terza occorreva tirare fuori 35 mila lire. Nel consiglio comunale si accese un durissimo dibattito, ci fu chi contestò anche il valore artistico degli acquerelli; il consigliere Musanti arrivò a dire che non trovava giustificata questa spesa «per un'amministrazione democratica che ha tante sofferenze da allievare. Tonelli replicò sostenendo che «l'arte e la storia hanno la loro necessità come ogni altro servizio pubblico». E vinse. L'anno successivo in bilancio venne prevista la voce «Acquisti e finanziamenti per l'arte». Per finanziarla vennero tagliati i fondi per la "Festa della girandola", sacrificati i giochi pirotecnici. In compenso, furono acquistati dall'amministrazione, alla mostra organizzata come ogni anno al Palazzo dell'Esposizione, quadri per 4 mila lire. Fu solo l'inizio di una lunga serie di acquisizioni. Si propose inoltre di istituire una commissione per l'acquisto delle opere in vista dell'apertura della Galleria comunale di arte moderna. La giunta Nathan rimase in carica sei anni e lasciò un segno profondo nella città. Marco De Nicolo, nel libro Roma capitale, curato da Vittorio Vidotto, ricorda la frase divenuta poi il manifesto politico dell'anglosassone amministrazione Nathan, «guardare più al Country Council di Londra che alla Prefettura della Senna di Parigi». Alla vigilia dello scandalo della Banca romana che travolse l'italietta giolittiana, il sindaco inglese di Roma mette al primo posto l'etica della politica, la Capitale diventa un centro di vita associativa. Propone un modello di sviluppo in totale antitesi con il blocco dell'opposizione. Nasce l'Azienda elettrica (Aem), che comprende anche il servizio di erogazione del gas, parte un ambizioso programma di illuminazioni, viene varato il piano regolatore del 1909, quello del Sanjust di Teulada. Definisce quali sono le aree fabbricabili, in tempi in cui il 55 di queste è in mano a otto proprietari. La spinta culturale la da il conte Enrico di San Martino, ex assessore alle Belle Arti della giunta uscente. Personaggio chiave, è lui che decide l'acquisto e la gestione del Teatro Costanzi. Il 26 dicembre del 1909 si apre la stagione lirica con la Walkiria di Wagner. Tre anni dopo, nel 1912, però i tempi sono cambiati. In Consiglio comunale alcuni consiglieri bocciano quella sovvenzione, sollevano la «pregiudiziale socialistica». Chiedono che quei soldi, 240 mila lire, vengano spesi «per scopi più utili». L'anno dopo Nathan, accerchiato da destra e da sinistra, lasciato solo anche da Giolitti, rassegna le dimissioni. Inglese, laico e mazziniano guidò la Capitale per 6 anni Fece costruire case e scuole, asili ma senza "tagliare" l'arte 1907-2007 ILCENTENARIO IL RITRATTO DI BALLA Ritratto di Nathan, 1910, il quadro, opera di Giacomo Balla, fu acquistato dal sindaco Nathan e donato al Comune di Roma PADIGLIONI. Furono costruiti per l'Esposizione del 1911 I GATTI DI TORRE ARGENVNA Nacque con Nathan la battuta "Nun c'è trippa pe' gatti" riferita ai felini che abitavano i monumenti dì Roma L'ANEDDOTO Niente soldi per sfamare i mici "Qui nun c'è trippa pe' gatti" II problema delle finanze comunali è antico. Per Roma chiamata a guidare il nuovo Stato unitario lo fu ancora di più. Racconta Richard Burdett, nipote di Emesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907 al 1913, che il nonno ebbe il suo da fare per decidere i tagli. Quando vide che in bilancio era stata inserita la voce «frattaglie per i gatti» chiese spiegazioni ai funzionari comunali. Gli risposero che quei soldi servivano per mantenere la colonia felina che già all'epoca viveva tra i ruderi di piazza Argentina. Fu cosi che Nathan prese la penna e tracciò un rigo cancellando quella voce servita in passato a sfamare i gatti utilizzati per difendere dai topi i documenti conservati negli archivi capitolini. D'ora in avanti i mici avrebbero dovuto sfamarsi dando la caccia ai rodi tori. Da qui il detto «nun c'è trippa pe' gatti». Al di là dell'anedotto, resta il rigore morale dell'unico primo cittadino "straniero". Roma era attraversata dalle prime automobili. Sfrecciavano a 12 km all'ora e già fioccavano le contravvenzioni (nel 1913 ne furono emesse 10.856). Amante di arti e cultura, studioso di statistica, Nathan cercò un equilibrio tra sviluppo urbano e tutela della città storica. Fece realizzare tra l'altro i busti del Pincio. Acquistò a titolo personale numerose opere d'arte e quadri, specie di futuristi (sua figlia Annie andò a lezione da Balla). Promosse il mecenatismo e l'associazionismo, nel tempo libero ascoltava musica classica e suonava il violino.
Il Messaggero
4 Gennaio 2007
Nathan, il gentleman del Campidoglio
CL
Claudio Marincola
Il Messaggero
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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