Lo dicono i numeri. In Italia l'arte di vendere l'arte non esiste. O per lo meno non è messa a frutto. Il confronto tra la redditività del patrimonio culturale della Penisola e quella di cui sono capaci altri Paesi è impietoso. Basta un esempio. Nel 2001 gli incassi lordi derivanti dalla vendita di gadget (soprattutto riproduzioni di opere d'arte), libri e cataloghi, è stato di circa 17 milioni e mezzo di euro. Una somma pari appena al 15 per cento raccolto nello stesso settore non da tutti gli Stati Uniti ma dal solo Metropolitan museum di New York. Quella stessa cifra assicurata cinque anni fa da tutti i luoghi e gli i istituti di cultura italiani messi insieme equivale al 60 per cento di quanto ricavato nello stesso anno dall'Unione dei musei nazionali francesi dalla vendita del solo Cd-rom del Louvre. E questo nonostante il 2001 non abbia rappresentato l'annata peggiore, sul fronte del merchandising ricavato dai beni culturali. Negli anni successivi infatti i cosiddetti "servizi aggiuntivi" - oltre a librerie e punti vendita, anche i luoghi di ristoro o le visite guidate - che il ministro Alberto Ronchey aveva provato a rilanciare nel biennio '99-2000, sono stati aperti in numero sempre minore. Nel 2003 ci sono state soltanto 9 nuove aperture di centri di commercializzazione e ristoro, mentre nel '99 erano state 69. Fino al 2004, quando si sono contati tre servizi in meno rispetto all'anno precedente. I dati sono assai negativi non solo sul fronte dei beni mobili ma, come ha rilevato la Corte dei conti, anche per quanto riguarda gli immobili. E in particolare la magistratura contabile attesta sistematicamente che i musei statali rendono assai meno rispetto agli immobili non culturali di proprietà pubblica concessi a terzi. Nell'anno 2005, ad esempio, la prima voce, comprensiva di qualsiasi luogo d'arte italiano, ha fruttato solo 9 milioni e 600 mila euro, contro i 55 milioni assicurati dagli immobili comuni dati in concessione. Un rapporto di 1 a 6. Come se il pregio storico-artistico di un bene fosse una sorta di deminutio, non un valore aggiunto capace di valorizzarlo.
Incapaci di vendere l'arte
In Italia, l'arte di vendere l'arte non è messa a frutto. I dati mostrano che il patrimonio culturale della Penisola non genera redditività. Nel 2001, gli incassi lordi derivanti dalla vendita di gadget, libri e cataloghi furono di circa 17 milioni e mezzo di euro, pari al 15% di quanto ricavato dagli Stati Uniti. Cinque anni dopo, la stessa cifra assicurata dai luoghi e istituti di cultura italiani equivale al 60% di quanto ricavato dall'Unione dei musei nazionali francesi. I servizi aggiuntivi, come librerie e punti vendita, sono stati aperti in numero sempre minore negli anni successivi.
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