LA PROVOCAZIONE Ma senza il capolavoro dellAlessi ora siamo tutti sicuramente più poveri I termini della discussione, in un recente convegno internazionale sul rapporto tra le città e il verde storico a Wuhan nella lontana Cina centrale, si sono orientati, alla conclusione dei lavori, sul tema più ampio della partecipazione dei cittadini alle decisioni delle amministrazioni circa le scelte che investono la delicata sfera di beni di comune godimento. I colleghi, specie canadesi e svedesi, sottolineavano con forza il controllo che la popolazione esercita su queste operazioni - dal singolo progetto alle scelte urbanistiche - in modo che le soluzioni risultino condivise e quanto più vicine alle esigenze e alla volontà della cittadinanza. Tutto ciò si trasformava in una specie di "lezione di democrazia" ai colleghi cinesi impegnati in un difficilissimo, spesso irrisolvibile, confronto tra conservazione di un patrimonio culturale e forza delle trasformazioni in atto, con un ruolo decisionale, assoluto e pianificatore, svolto a livelli politici. Sebbene sia mancata anche da noi la capacità di coinvolgimento nei confronti di una cittadinanza spesso inconsapevole, avrei voluto intervenire per sottolineare la particolarissima situazione italiana nella quale lo Stato, attraverso le sue meritorie strutture di tutela, si è assunto storicamente il ruolo di garante dei beni ambientali e storici. Una proposizione fondata sulla presenza di questo assunto allinterno della Costituzione e che ha determinato - quando il governo di centro destra propugnò la cartolarizzazione del patrimonio, temuta premessa di una vendita anche di significativi monumenti di pubblica proprietà - una virtuosa battaglia, condotta da Salvatore Settis e sottolineata con vigore da forze illuminate, con il supporto anche di esponenti politici, in special modo allinterno dalla allora opposizione di centro sinistra. Allora si era ironizzato paventando che qualche governante o amministratore - come Totò nel famoso film - potesse arrivare a vendere la Fontana di Trevi, il Colosseo o che altro. Con lapprovazione del Codice dei Beni Culturali si era sopito - almeno apparentemente - il timore di inopinate alienazioni. Tornando al nostro convegno, in realtà non sono stato in condizioni di intervenire per sostenere quanto sopra accennato: i fatti dimostrano che la via alle vendite dei gioielli del patrimonio pubblico è ormai aperta. Se quello che ai tempi del governo Berlusconi avevamo temuto non è avvenuto per i più preziosi soggetti del patrimonio del demanio dello Stato, qui, a Genova, le cose sono andate ben diversamente per i beni pubblici di proprietà comunale: molti tra quelli venduti o in vendita hanno un rilevante interesse storico e artistico. In particolare - dopo un primo parere tecnico contrario allalienazione da parte della Soprintendenza per i Beni Architettonici e del Paesaggio - sembra che nessun parere negativo si sia frapposto alla già avvenuta vendita, da parte del Comune, di Villa Giustiniani Cambiaso. Forse ai genovesi è passato inosservato - anchio me ne sono accorto con molto ritardo - che il Consiglio comunale, esattamente un anno fa, aveva deliberato di vendere la splendida villa dellAlessi, ledificio di villa più prestigioso della città, forse uno dei più significativi monumenti cittadini, acquistato dalla civica amministrazione nel 1919. Per Genova si tratta di un soggetto fondamentale per la comprensione dellarchitettura cittadina, paragonabile proprio a quei monumenti che si ponevano nella polemica come inaccettabili casi di monetizzazione e che pensavamo si configurassero come "inalienabili", tutelati dalle norme nellambito della disciplina delle vendita dei beni pubblici. La decisione di alienare Villa Giustiniani Cambiaso appare comunque in totale contrasto con scelte di campo affermate da leaders nazionali della attuale maggioranza che abbiamo eletto e alla quale si richiamano gli amministratori cittadini. Loperazione si inserisce in un quadro complesso e ampio di alienazioni che investe lintera realtà cittadina ed è fatto angosciante che tutto questo sia avvenuto e avvenga in totale assenza di un dibattito. Su che basi e con quali modalità? La maggioranza in Consiglio Comunale ha consapevolmente deciso lalienazione di un bene storico artistico con la giustificazione che "non produce alcuna redditività"? Ha ritenuto utile privarsi di un monumento di tale rilevanza giudicando congrua una valutazione di 4.750.000 Euro? Come può coniugarsi questo con un minimo di coerenza "ideologica", se il termine si può ancora utilizzare? Ma soprattutto appare in contrasto con la fedeltà al tante volte affermato ruolo alto ed educativo del patrimonio artistico, con lindividuazione, in questo nostro povero paese, dei beni culturali quale immagine unificante, come sostegno al senso di appartenenza a una nazione e ad una comunità, bene "civico" per eccellenza. Sono evidentemente passati i tempi in cui Andrea Emiliani invitava i cittadini a frequentare i musei e quindi i complessi monumentali pubblici con la consapevolezza di esserne i proprietari, con la voglia di affermare e conoscere questa collettiva proprietà. Oggi tutto questo viene negato e non vale dire che il nuovo proprietario sarà la Fondazione Cassa di Risparmio di Genova e Imperia. La natura delloperazione e lesemplarità negativa - nei confronti del legame tra cittadino e bene culturale - non cambia. Lacquirente, seppure no profit e di risaputo protagonismo nellintervento economico a vantaggio delle attività culturali, è "persona giuridica privata": con quellIstituzione, come con un privato, bisognerà trattare, o sono state trattate, le condizioni di godibilità di un bene che "era" nostro. Oggi siamo tutti più poveri. storico dellarte