Su trecento chiese esistenti, ottanta sono attive e duecentoventi chiuse, abbandonate, depredate o distrutte; inoltre due terzi degli alloggi hanno urgente bisogno di restauro e un terzo è in condizioni allarmanti; mentre sopravvivono circa diecimila "bassi". A via Marina, oggetto del piano di ricostruzione post-bellico, resistono indisturbati dopo sessantanni ruderi dei bombardamenti, mentre da allora nei dodici quartieri storici sono stati costruiti quasi 500 edifici privi di qualità compreso il grattacielo della Cattolica (1957), un attentato al paesaggio, corrispondenti a 65 mila vani. Intanto, la riduzione degli abitanti ha mutato la struttura economica della città storica attraverso una terziarizzazione incalzante e una contrazione delle attività artigianali tradizionali. Nel decennio 1981-91 le unità produttive sono calate da 3.944 a 1.258 con una riduzione del 65,6 per cento e una caduta degli addetti da 25 mila a 14 mila, del 40 per cento. In merito agli standard previsti dal decreto 1444 del 2.04.68, basti ricordare che il deficit complessivo di verde, attrezzature, servizi, parcheggi, è di oltre sei milioni di metri quadrati. I maggiori proprietari nel centro storico sono quattro: Comune, Curia, Risanamento e Banco di Napoli-San Paolo; ma dalla mole dei problemi irrisolti appare che essi riescono a fare ben poco. Con grandi limiti economici opera la stessa Soprintendenza, mentre recentemente un contributo al recupero è venuto dal Consorzio Sirena. Tuttavia questultimo agisce con tre condizionamenti: interviene solo nelle parti comuni degli edifici; distribuisce i finanziamenti affidandosi alle richieste occasionali degli utenti; non esclude dalle risorse gli edifici post-bellici privi di qualità. I dati suddetti, misconosciuti o rimossi, evidenziano in estrema sintesi la gravità delle patologie del centro storico e, dunque, linadeguatezza delle terapie adottate. Ma è possibile superare questa condizione di stallo e, soprattutto, lindifferenza della maggioranza dei napoletani di fronte alla dilapidazione di tale patrimonio storico-artistico? È verosimile sovrintendere a esso senza un piano strategico-gestionale, strutture e fondi adeguati? Cioè senza quello che prescrivono lUnesco con la legge 77 del 20 febbraio 2006 e lo stesso "Codice dei beni culturali e del paesaggio" approvato con il decreto 42 del 22 maggio 2004? Infatti mentre il primo recita nellarticolo 3: «per assicurare la conservazione dei siti italiani Unesco e creare le condizioni per la loro valorizzazione sono approvati piani di gestioni (comma 1); i piani di gestione definiscono le priorità di interventi e le relative modalità attuative, nonché le azioni esperibili per reperire le risorse pubbliche e private necessarie (comma 2)»; il Codice precisa: «la conservazione del patrimonio culturale è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro» (articolo 29, comma 1). Considerato che il centro storico è definito "un unicum inscindibile", è evidente che solo un piano strategico-gestionale ne può garantire la conservazione nella sua organica interezza, stratificata in una eccezionale sequenza di mura, spesso obliterate, di epoca greca, angioina, aragonese, vicereale e borbonica. Ma in attesa di un tale piano è possibile uscire dalla logica dellemergenza, degli interventi episodici e disorganici, e valutare opportunità ancora trascurate? Proviamo a segnalare allamministrazione comunale e alle municipalità tre tipi di interventi inediti realizzabili in tempi brevi. 1 - Lutilizzazione dei suddetti 150 ruderi di edifici esistenti finora ignorati, al fine di ridurre il deficit di verde, attrezzature e servizi dei quartieri storici in cui sono ubicati; senza escludere la possibilità di destinarli a case parcheggio per avviare il recupero degli edifici circostanti. 2 - Il restauro di 12 piazze-campione, una per ogni quartiere storico. Procedendo oltre il recupero dei singoli complessi monumentali bisogna coinvolgere nel restauro tutti gli edifici prospicienti tali spazi pubblici, compresi le pavimentazioni e larredo urbano. In tale contesto si può prevedere la rottamazione delledilizia post-bellica priva di qualità e non antisismica mediante una accorta politica di incentivazione. 3 - Il restauro delle strade che collegano le suddette dodici piazze tra loro e, possibilmente con le nuove stazioni del metrò, in modo da realizzare una rete di itinerari completamente restaurati; da estendere in progressione connettendoli alle altre aree storiche già recuperate. Intanto, per rendere più fattibile tale programma integrato sarà utile coinvolgere nelloperazione i suddetti maggiori proprietari in tale area, utilizzando anche la opportunità offerta dalla "fiscalità di vantaggio" promossa dal Comitato di difesa ecologica dei magistrati. Infine, in analogia alla pianificazione strategica degli enti locali, il restauro del centro storico anche nella prima fase che ricomincia dai tre tipi di interventi suddetti, può essere guidata da un pool interistituzionale composto da Regione, Provincia, Comune, Municipalità, Sovrintendenza, Università, Associazioni culturali, al fine di neutralizzare i conflitti di competenza tra gli uffici e garantire la partecipazione attiva della collettività nella più ampia trasparenza e nella prospettiva condivisa della salvaguardia integrale di un patrimonio da considerare unico e irriproducibile.