Rilancio dei grandi musei, dall'Egizio di Torino alle Gallerie veneziane, dagli Uffizi a Brera; creazione di altri poli museali, dal design alla moda allo sport; illuminazione di monumenti e aree archeologiche: rivitalizzazione delle migliaia di piccoli centri ricchi di cultura che caratterizzano la nostra penisola. Sono alcuni degli impegni del ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani, ieri a Milano per presentare il suo volume Il tesoro degli italiani. Allora, ministro Urbani, siete giunti ad un chiarimento definitivo sull'annosa questione della vendita dei beni culturali? Il Colosseo resta un bene inalienabile? «Tutto è nato, com'è noto, con la nascita della "Patrimonio spa", che però è stata concepita con finalità che non hanno nulla a che fare col patrimonio artistico, ma per utilizzare e valorizzare i beni demaniali al fine di ottenere risorse economiche per avviare le infrastrutture e contribuire alla diminuzione del debito pubblico». Lei esclude allora che monumenti nazionali possano essere interessati? «Nella maniera più assoluta. Esistono già leggi che impediscono che possano essere intaccati beni demaniali di rilevanza artìstica. La protesta è scoppiata da parte di chi ha detto che la norma non basta e andrebbe rafforzata, ma dal nostro punto di vista è molto chiara e funziona, che senso ha duplicarla?». C'è anche chi vi ha proposto di stilare un elenco dei beni culturali intoccabili... «Un elenco di beni? Grazie al cielo le persone di buon senso ammettono che è impensabile». Ma pochi giorni fa Italia Nostra è tornata a sollevare obiezioni. «Le confesso che non ne so nulla». E allora? Lo stesso professor Salvatore Settìs - recente autore del volume Italia spa, uscito da Einaudi - in un colloquio che abbiamo avuto - pubblicato su Repubblica nei giorni scorsi, ndr ha detto che è impossibile. Stiamo parlando di un Paese in cui il catasto è nelle condizioni in cui è e il censimento del nostro patrimonio artìstico richiederebbe molti anni». Lei ci tiene dunque a rassicurare gli italiani. E contrattacca con le nuove risorse messe a sua disposizione dalla finanziaria. Ci può spiegare meglio cosa rappresenta quel 3 per cento che verrebbe destinato ai beni culturali? «È stata introdotta la novità che la spesa per le infrastrutture venga legata a quella per i beni e le attività culturali Non era mai successo. Cosa accadrà? Che saranno messe a disposizione del ministero risorse fino ad ora impensabili. Non si può fare una cifra precisa, ma noi sappiamo che per i prossimi 8-10 anni è prevista per le infrastrutture una somma oscillante: attorno a 280mila miliardi delle vecchie lire: una cifra enorme. Il 3 per cento equivale a una somma davvero considerevole». Come investirete tutti questi soldi? «Sono tantissimi i progetti in corso, che toccano- musei da realizzare o da rilanciare. Oppure aree archeologiche». Ci può fare qualche esempio? «Vogliamo fare finalmente i Grandi Uffizi a Firenze? Oppure la Grande Brera a Milano? Potrei dirle della Reggia di Venaria, del Museo dell'Olocausto di Ferrara, del Museo delle Forze Armate sul modello di Les invalides parigini, del Museo della moda che vogliamo realizzare a Milano, del Museo dello sport che stiamo studiando...». Si è parlato per Milano anche del Museo del design. A che punto siamo? «Buono. Innanzitutto abbiamo sciolto il dilemma se farlo ex novo o utilizzando la Triennale che c'è già. Abbiamo deciso di puntare sulla Triennale e si va verso un accordo di programma fra Stato, Regione Lombardia e Comune di Milano per progettare e realizzare il museo. Non sarà un lavoro di allestimento gigantesco, intanto perché l'edificio c'è già e poi perché ci sarà una parte fissa e una parte che cambierà». Un altro suo cavallo di battaglia è l'illuminazione notturna dei monumenti... «Abbiamo già realizzato quest'idea a Pompei e alla Villa Reale di Monza. Con risultati splendidi. A proposito, sa quanto costa illuminare la facciata della Villa Reale di Monza? Neanche sette euro a sera». Le prossime tappe di questo progetto? «I tanti piccoli centri storici del nostro Paese, in gran parte sconosciuti. Penso sia un'occasione importante per valorizzarli. Un'altra querelle ha caratterizzato questo anno e mezzo che l'ha vista alla guida del ministero, ed è quella sulla gestione dei musei ai privati. Ci vuol dire come stanno oggi le cose? «Anche qui le polemiche sono nate da una confusione: vanno tenute distinte la tutela e la gestione In questo caso parliamo di gestione in concessione, non in cessione. Qualcuno ha detto: ecco, vogliono privatizzare i musei, ma non è vero! I musei restanodi proprietà pubblica, questo è fuori discussione, non si privatizza nulla. Il nostro progetto prevede che i soprintendenti possano concedere in parte o in toto la gestione dei musei: la novità è che prima, in base alla legge Ronchey, i soprintendenti potevano far gestire poco, ora molto di più, arrivando fino all'intera gestione, il cosiddetto global service. E' una possibilità che sarà valutata da ciascun soprintendente in rapporto ai potenziali gestori: se sono all'altezza, se hanno le caratteristiche professionali, se hanno investimenti adeguati Noi i privati non li vogliamo per consentir loro di far soldi». Ma allora, mi scusi, perché un'azienda dovrebbe investire? «Per il suo prestigio. Pensi che ritorno d'immagine può avere un'azienda cui viene data per ipotesi in gestione Brera. Ma non scenderà mai in campo per guadagnarci chissà che cosa: questo non lo possiamo permettere. Le faccio un esempio: apriamo una gara per la gestione dell'area di Pompei e la vince la Sony. Non vedo nulla di male. Comunque il soprintendente resta nostro, rimarrà sempre la sua autonomia». Ma non potrà capitare che vi sia confusione fra soprintendenti e gestori? «Credo proprio di no. Tanto per intenderci, se il Louvre chiede in prestito La Primavera di Botticelli agli Uffizi, sarà sempre il soprintendente, e mai il gestore, a decidere se dare o no il benestare». E i soprintendenti come hanno accolto questa idea? «Per la maggior parte positivamente. Per ora però il progetto è fermo. L'innovazione è stata avviata con la finanziaria dello scorso anno, poi è stato approvato il titolo quinto della Costituzione, che ha generato un'incertezza sulla questione se sia di competenza dello Stato o delle Regioni la valorizzazione dei beni culturali. Mentre non ci sono dubbi sul fatto che la tutela spetta allo Stato, sulla valorizzazione il quadro non è preciso. Il Consiglio di Stato ci ha restituito la bozza di regolamento che gli avevamo mandato ed ora lo stiamo riformulando, ma nella stessa finanziaria di quest'anno abbiamo messo una norma che contribuisce a chiarire che la valorizzazione non può riguardare beni di interesse nazionale e che quindi saranno di competenza dello Stato. Prendiamo il Colosseo o il Vittoriano: non è solo il bene di una città o di una regione, ma di tutta la nazione. Probabilmente si individueranno alcuni beni culturali o monumenti particolarmente simbolici di interesse sicuramente nazionale. In ogni caso, abbiamo messo in atto un procedimento pragmatico, che privilegia la collaborazione». Ad esempio? «La creazione di fondazioni per la gestione dei musei. Abbiamo cominciato con il Museo Egizio di Torino, dove abbiamo coinvolto la Regione, la Provincia, il Comune, le fondazioni bancarie e le aziende locali: la gara per dare in gestione il museo, in tutto o in parte, la farà questa fondazione. Un modello avviato anche per il Museo delle navi antiche di Pisa e che cercheremo di realizzare ovunque».
Avvenire
10 Dicembre 2002
Musei, l'ora dei privati
RO
Roberto Righetto
Avvenire
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Bene culturale
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