Grandi: chi amministra faccia scelte precise, le altre città corrono Il prorettore dellAlma Mater fa un elenco delle priorità per il 2007 "Altrove si sperimenta, qui la nostra classe dirigente sa molto poco" "Non cè chiarezza sugli obiettivi che si vogliono raggiungere" lagenda Ci si ferma al singolo problema, da Sala Borsa a piazza Verdi, senza fare unagenda I metodi Si tende a creare ansia nella gente mettendo enfasi in ogni caso senza dare soluzioni Lidentità Torino era in crisi ma ha investito e ha ridefinito la sua identità con idee forti il cliché Qui si vive bene, ma questo cliché, molto piacevole, rischia di farci sedere troppo -------------------------------------------------------------------------------- Per alcuni il 2007 a Bologna dovrebbe essere, finalmente, lanno delle infrastrutture. Per altri quello del nuovo piano regolatore, che la città attende da 20 anni. Cè chi si aspetta uno stadio nuovo e chi vorrebbe più sicurezza e meno degrado. Ma nella declinazione dei desideri e degli obiettivi che lamministrazione si deve porre, cè anche il problema di come comunicare con i cittadini. Ecco allora le idee di Roberto Grandi, esperto di comunicazioni di massa, nonché ex assessore alla Cultura della giunta Vitali. Professor Grandi, da cosa dipendono le difficoltà del Comune in questo campo? «Intanto bisogna dire che su questo argomento latteggiamento pubblico è molto conflittuale: da una parte non considera che la comunicazione sia una risorsa strategica e quando cè da tagliare taglia lì; salvo poi dire, quando è in difficoltà, che ci sono stati problemi di comunicazione: un errore perché si carica la comunicazione di ciò che non può più fare. A me pare che non siamo di fronte a una cattiva comunicazione, ma a una scarsa chiarezza di ciò che si vuole fare». Si spieghi. «E la politica che deve tentare di definire unagenda di priorità condivise dalle istituzioni più importanti della città, tutte nessuna esclusa, per lo sviluppo del territorio. Fatto questo i cittadini hanno il diritto di conoscere quali sono queste priorità: invece questo punto non è affatto chiaro, perché spesso ci si ferma al singolo problema. Ieri la Sala Borsa, oggi Hera, domani di nuovo Piazza Verdi. Così si rischia di enfatizzare un caso non vedendo il contesto in cui è inserito». Lei pone una questione di metodo. «Certo. Definire le priorità significa anche abbassare lo stato di angoscia e di ansia nei cittadini, risucchiati dalle emergenze, sulle quali peraltro troppe voci, e spesso deboli, si bloccano senza trovare soluzioni. Alla definizione dellagenda devono partecipare tutti, dallUniversità alle Fondazioni alla Fiera, perché è finito il tempo in cui cè chi decide e chi deve finanziare le decisioni». La sensazione è che Bologna stia lentamente e inesorabilmente perdendo terreno. «In qualche maniera il cliché di Bologna, dove si vive bene, è rassicurante ma rischia di farti sedere. Lo sviluppo invece è talmente veloce che come ti giri, gli altri non li vedi più. Bologna ha ancora qualcosa in cassaforte: occorre fare delle scelte precise su quelle 6 o 7 cose che la caratterizzano, scartando inesorabilmente le altre. Ma ci vuole molto coraggio e la consapevolezza che siamo ormai obbligati ad allargare il nostro orizzonte». Verso quale direzione? «LEuropa. La nostra identità è in rapporto allEuropa. Bologna non sa cosa succede lì, quali sono le innovazioni. La nostra classe dirigente non conosce, non viaggia, sa molto poco. Intanto le altre città crescono, si rinnovano, sperimentano. Il discorso vale anche per lUniversità e la Fiera, intendiamoci. Uno studente perché deve venire a studiare a Bologna, che costa come Lione o Francoforte? Noi dobbiamo offrire didattica ma anche 'città. La competizione vera e dunque il futuro è in Europa». Abbiamo già perso molto tempo. «Sì. Città come Rotterdam o Glasgow hanno preso decisioni vere, coraggiose, e sono rinate. Lhanno fatto in un momento di profonda crisi, costrette quindi a ripensare tutto. Qui non cè ancora questa consapevolezza, non essendoci una 'disgregazione allargata e spazi fisici vuoti, si crede che si possa andare avanti così. Non siamo al fondo del barile, ma non è necessario arrivarci per disegnare il futuro della città. Chi amministra deve sapere che le altre città stanno correndo». Posto il nuovo orizzonte, quali potrebbero essere le priorità da inserire in questa nuova agenda condivisa? «I temi li conosciamo, dalle infrastrutture alla cultura intesa come risorsa economica. Se ne parla da anni e ci si ferma sempre a livello discorsivo». Sul distretto culturale simpegnò anche lei. Veltroni a Roma ha investito molto e ora sta riscuotendo. «Più che a Roma, città particolare, penso a Torino: era in crisi, ha investito e ridefinito la sua identità con scelte forti e ora ha leccellenza dellindustria creativa e della conoscenza. Noi stiamo ancora discutendo. Lidea del distretto scientifico-tecnologico-multimediale sulle aree ex Casaralta e Manifattura Tabacchi potrebbe essere un obbiettivo da verificare e attuare. Tante città europee lanno fatto, perché noi no? Tenendo presente che non si può primeggiare su tutto, dispensando tanti 'ni, ma bisogna scegliere con coraggio una volta per tutte la strada del futuro».