Va a finire che il David di Michelangelo diventa come un logo da pubblicità, più sì vede e più si vende. Del resto, il colosso del Buonarroti agisce da sempre nell'immaginario collettivo, è la scultura maschile più famosa del mondo. Ma è un fatto che su questo piacione di marmo s'accapigliano da parecchio restauratori e storici dell'arte, sovrintendenti e architetti. Con un'escalation di notizie tale, nell'ultima settimana, da far venire in mente proprio le strategie pubblicitarie: un input al giorno, per tener desta l'attenzione. Il David va restaurato, o meglio, pulito, un lavoro di normale manutenzione, come dice il sovrintendente del polo museale fiorentino, Paolucci. Ma insorge il partito dei «conservatori», capitanato dal furioso James Beck, l'americano che fece tuoni e fulmini contro il restauro della cappella Sistina. Ecco che la vicenda va a finire in prima pagina sul New York Times. Ecco che Paolucci, ex ministro dei Beni Culturali, invia un dossier all'attuale ministro, Urbani. Ieri di nuovo la statua alla ribalta. L'ultima arriva da un architetto padovano, tal Fernando De Simone, che si presenta come allievo di Ragghianti e sentenzia: «Il David va riportato in piazza, ma in una sala sotterranea, in modo da poter essere visto anche dall'alto. Michelangelo lo aveva pensato infatti per essere osservato dalle finestre e dai balconi di piazza della Signorìa, dove ora è sistemata la copia». Ottima esercitazione, il David, per sfoggio di idee e pareri. Paolucci liquida la proposta del De Simone con «è una boiata». David-novela, appuntamento alla prossima puntata.