A Palermo c'è un nuovo, monumentale museo di arte moderna. Ci fa da guida un grande pittore siciliano. La sede del nuovo complesso non sarà più quella provvisoria del Teatro Politeama ma quella d Sant'Anna alla Misericordia. "Non ci sono Picasso e Pollock, ma ci sono i bellissimi dipinti di Innocenti e di Terzi, con le deliziose donnine dell'Art Nouveau" Senza fuochi d'artificio né folcioristiche manifestazioni di giubilo s'è aperta finalmente a Palermo la Civica Galleria d'Arte Moderna nella nuova sede dell'antico complesso monumentale di Sant'Anna alla Misericordia. E' un evento che s'attendeva da una sessantina d'anni, da quando, nel dopoguerra, nell'ansia di ricostruire e ristrutturare la città dopo i bombardamenti, dopo la fine delle ostilità e la sospirata caduta del fascismo, si cominciò a sentire fortemente l'esigenza di dare una sede più adatta alle opere "contenute" nella provvisoria sede "provvisoria" purtroppo da ben cent'anni , dei saloni del ridotto del delizioso Teatro Politeama al centro della città. Un luogo che, benché molto amato dai palermitani, giorno dopo giorno sembrava il meno adatto ad ospitare una raccolta di opere d'arte; anche perché al pianoterra erano stati alloggiati i rossi carrozzoni dei vigili del fuoco. Tutto ciò fino a ieri! D'altronde c'era voluta tutta la tenacia e l'intelligenza della direttrice Antonella Purpura per mantenere efficiente quel museo, dotato di opere prevalentemente ottocentesche acquisite nei primi anni del secolo scorso e quindi moderne fino ad un certo punto ed altre acquistate dietro raccomandazioni e favoritismi politici, e non tutte ineccepibili per qualità. Così come c'è voluta la fermezza del sindaco Diego Cammarata per portare a termine il progetto del nuovo museo, scegliendo i locali fatiscenti dell'antico convento di Sant'Anna e destinandoli alla bisogna, dando così a quelle mura la forma d'una Galleria davvero magnifica, modernamente attrezzata e musealmente efficiente. Sembra di stare a Copenaghen o ad Amsterdam. Naturalmente i precedenti sindaci Lima, Ciancimino e Orlando, occupati in tutt'altre incombenze, s'erano dimostrati del tutto insensibili alle innovazioni culturali. Io, per la verità, dell'esigenza di questo trasferimento della Civica Galleria d'Arte Moderna ne avevo già sentito parlare in epoche immemorate, poiché da bambino, negli anni Trenta, se ne cominciava a discutere nelle riunioni di famiglia con i Rutelli, lo scultore Antonio Ugo e il pittore Amorelli. Ricordo pure di essere stato condotto a visitare il museo in quegli stessi anni quando la Galleria non era del tutto dissimile da quella testè smantellata. E mi si sono stampate nella memoria alcune opere fra le quali c'era inspiegabilmente, come in un sogno, il Pensatore di Rodin che, in realtà, nella Galleria palermitana non c'era mai stato ma che probabilmente s'era sovrapposto al Caino di Trentacoste che al Pensatore somiglia enormemente. Ricordo che c'era poi in esposizione il grande Arciere di Bourdelle col viso pizzuto e arcaico di Louis Jouvet, che posò per l'artista, allievo di Rodin, mentre girava Carnet de Bal, tutto arcuato nell'atto di scoccare una freccia dal suo arco. Ci fu allora una specie di scandalo per esserselo fatto sfuggire: e infatti l'Arciere fu acquisito dal Museo d'Arte Moderna di Venezia ove tuttora si conserva, per la verità un po' spaesato fra gli sgorbi di Vedova e di Santomaso. Ricordo perfettamente il primo incontro con i quadri del nostro Ottocento, soprattutto con i bei dipinti di Lo Jacono che spopolava fra i Catti, i Mirabella e Patania del quale, non senza compiacimento la mia famiglia ne possedeva un paio. Certamente con chissà quali accorgimenti riuscirono ad occultarmi lo scandalosissimo quadro "Il Peccato di Franz von Stuck"; opera certamente inadatta ad un bambino con quella donnona voluttuosa, la peccatrice, tutta nuda, per di più attorcigliata da un serpente che, anche senza l'aiuto del Dottor Freud, aveva un evidente significato fallico. Indubbiamente avrebbe potuto turbare i miei sogni infantili in una città e in un ambiente quanto mai puritani. Ma non certo per questi motivi, alla maggiore età, più volte andai a rivedere quel quadro affascinante e così importante nel Simbolismo europeo dell'inizio del secolo. E non appena nel 1947 seppi che von Stuck era stato anche il maestro di De Chirico andai sino a Monaco di Baviera a visitare il suo studio. Ed essendo ancora chiusa la celebre Pinacoteca mi rifugiai nella stupenda Gliptoteca. Di passaggio a Vienna potei constatare come la Secessione fosse presente a Palermo attraverso Basile e mi lasciai incantare oltremodo da Klimt, che fu anche l'ispiratore degli affreschi di Villa Igiea. La verità è che nella Galleria d'Arte Moderna del Teatro Politeama erano state raccolte tutte le opere imprevedibili che la Municipalità, il P.N.F., il Banco di Sicilia e qualche volenteroso mecenate della stirpe dei Florio avevano acquistato nelle periodiche esposizioni cittadine per donarle con sussiego alla Galleria. Selezionate quindi fra quel poco che arrivava a Palermo e senza l'ampia facoltà di scelta che invece offrivano le metropoli europee. E per di più col gusto non sempre impeccabile del donatore. Ma che confrontate con le schizofrenie delle opere del nostro secolo e con le stupidaggini dei tempi moderni ora nel nuovo museo ci fanno la loro gran figura. Nel nuovo contesto, si rivelano quanto mai suggestive: intanto ben dipinte, senza l'ombra di tulle quelle futilità inutili e di quegli sgorbi che spesso deturpano i musei moderni. Ci sono insomma quadri che fa piacere trovare in un museo: e vorrei qui e ora fare l'apologia dei principali artisti. citando i bei dipinti di Ettore De Maria Bergler, autore delle decorazione dei saloni del Grand Hotel Villa Igiea, dell'ingiustamente dimenticato Ettore Tito, di Antonio Leto o del delizioso Boldini (che io con mio padre andai a copiare nel 1939 alla sua mostra di Ferrara ove ci colse non senza preoccupazione la dichiarazione di guerra). Certo oggigiorno nel nostro museo un problema molto serio si pone: tutte le opere esposte appartengono ad una epoca remota, quando il Novecento non si era ancora manifestato col suo piglio rivoluzionaresco, futuristi a parte che però fino alla metà del secolo scorso non furono mai presi sul serio da nessuno. E il museo s'andava formando mentre in Francia erano ancora attivi gli ultimi rappresentanti dell'Impressionismo e in Germania operavano già i primi artisti espressionisti, cioè prima ancora della Bauhaus, mentre Cubismo e Fauvismo cominciavano a scandalizzare la Francia dell'Art Nouveau. La grande guerra dovette interporre una stasi nelle cose dell'arte e per un certo tempo ci furono buio e silenzio. Delle avanguardie al nostro museo neppure una traccia aggiungerei "per fortuna" perché la confusione dei paragoni, pur sempre odiosi, sarebbe stata enorme e intollerabile. Quei quattro futuristi infatti ci stanno come cavoli a merenda. D'altronde le opere di Lo Jacono e dei paesaggisti siciliani davano per contro un'immagine molto consona alla società isolana dei primi del Novecento e tale impressione resiste, piena di garbo, ancora oggi, guardando quei paesaggi crepuscolari che ogni palermitano rivede, al vero, nelle passeggiate domenicali all'Arenella, a Sferracavallo o a Isola delle Femmine. Pazienza se non ci sono i bei quadri di Klimt, di Schiele, di James Ensor o di Bonnard e Vuillard e neppure gli impressionisti. Quel che manca inspiegabilmente (e fortunatamente) sono in realtà gli artisti del Novecento fascista, esclusione che però è quasi un segno della grande fronda siciliana al regime. Il nostro è l'unico museo italiano senza neppure un Sironi, pittore che il fascismo regolarmente imponeva dappertutto. Manca dunque tutta la pittura italiana del Novecento (me compreso) e, ovviamente, anche la pittura europea, la Metafisica, i surrealisti, gli astrattisti alla Klee e Kandinskij, i neoplasticisti alla Mondrian, i costruttivisti di Pevsner fino ai "cannavazzi" di Alberto Burri ecc, ecc. Mentre a Palermo si stampava una monografia sui sacchi di Burri, in tipografia un mafioso mi disse sfogliando il libro: "Conosco un povero diavolo tutto strappato e rattoppato che in confronto a Burri pare Michelangelo". La Galleria palermitana resta quindi con tutte le sue mancanze un esempio culturale di quel che è stata l'arte in Sicilia e il nostro mondo culturale isolano fondato su basi, a mio giudizio, più solide. Come avvenne per Munch nei confronti di Ibsen e Strindberg o per George Grosz verso la cultura della Germania prenazista nella socialdemocrazia di Ratenau e nelle opere di Thomas Mann o di Bertold Brecht. In Sicilia si doveva tener conto dell'esperienza culturale del verismo di Verga, De Roberto e Capuana e della grande ventata dell'opera lirica e del melodramma che sentiva già vibrare la rivoluzione pirandelliana dell"Uno, nessuno e centomila" che sarebbe culminata nei grandi scrittori isolani Sciascia, Bufalino e Consolo. I pittori siciliani da Guttuso (il solo presente nella nuova Galleria) a Fausto Pirandello, a Saro Mirabella, a Migneco, restano entro quel grande canalone realista che, invero, fu insensibile al richiamo del modernismo, fatto che si percepisce perfettamente visitando il museo. C'è persino un Casorati che nella qualità di direttore permanente delle Biennali di Venezia si faceva accettare ovunque. Scipione, Mafai, Gentilini e i pittori romani si sono sistemati alla Galleria d'Arte Moderna di Roma, così come gli artisti toscani rimasero a Firenze e i veneziani nella loro laguna. Non so se a questo punto un tentativo di aggiornamento sarebbe proficuo e persino possibile, a parte i costi proibitivi delle opere moderne ormai stimate a suon di miliardi. Non ci saranno dunque Picasso e Pollock, poco male. Ma restano certe opere, se pur sporadiche, degli inizi del secolo, come i bellissimi dipinti di Camillo Innocenti o di Aleardo Terzi con quelle deliziose donnine che profumano della cipria dell'Art Nouveau. Lasciamo pure che in altri musei si possano fiutare i barattolini maleodoranti del modernismo!