Dunque, che fine fanno i capolavori? Donald Sassoon rivendica la neutralità dello storico: dal punto di vista dei consumi culturali, la Gioconda riprodotta su un portacenere e quella autentica quasi invisibile al Louvre a causa di un vetro antiproiettile possono occupare spazi del tutto analoghi nella mente di un fruitore, e suscitargli reazioni comparabili. Se studiamo la cultura in termini quantitativi e di mercato, alto e basso hanno poco senso, perché ogni valore intrinseco viene polverizzato nell'accidentalità del singolo atto di acquisizione. Quantitativamente, non c'è dubbio che il potere d'acquisto culturale è aumentato in Occidente negli ultimi due secoli, che la cultura si è democratizzata e che stiamo mediamente meglio di prima; ogni lamentela sul declino culturale è perciò ingiustificata, solo un errore di prospettiva. Sassoon osserva che le élites di un tempo avevano interesse a marcare la distinzione tra alto e basso, perché l'alto lo detenevano loro, mentre adesso le élites sono diventate «populiste» e hanno interesse ad appiattire le distinzioni, perché appunto detengono gli strumenti della donazione e della traduzione infinita. A maggior ragione, la domanda rimane: che ne è dei capolavori? Visto che non servono più, potranno ammuffire nei musei e nelle biblioteche? Le élites culturali non sono più le stesse: non sono più i «letterati» che intimorivano gli artigiani e tenevano in rispetto gli industriali; ora le élites culturali sono rappresentate da quelli che decidono che cosa trovi dentro al tuo computer o nel tuo apparecchio televisivo, e quali servizi avrà il tuo telefonino. Per costoro, che guadagnano col numero e con la velocità, è logico favorire una cultura fatta di passaggi e di connessioni più che di profondità e di spessore; ma quando non lavorano che fanno, che pensano? Sono sempre meno, e noi non-detentori siamo sempre di più: la democratizzazione è in realtà una proletarizzazione culturale. Dove le raccoglieranno, le élites, quelle «condensazioni di senso» necessarie per trovare una ragione all'essere nel mondo? Mediante la loro alleanza con artigiani e industriali, le vecchie élites riuscivano bene o male a possedere sia l'anima che il corpo; quelli che chiamo «capolavori» sono stratificazioni quasi miracolose, che nei secoli hanno accordato sapientemente i fantasmi e la realtà. Ora che le masse sono abbandonate in preda a una deriva fantasmatica e perversa, e la realtà si manifesta coi caratteri di una brutalità non mediata (il delitto apparentemente folle, la guerra improvvisa, la catastrofe ecologica perennemente rimossa), dove si troveranno i perni di resistenza, in questa nuova cultura orizzontale? Quel che Sassoon non spiega è il punto in cui il fenomeno quantitativo si trasforma in mutazione qualitativa; sono significative le tre omissioni che dichiara di aver operato, cioè lo sport, la televisione e il mercato speculativo dell'arte. Vale a dire, la proiezione del proprio corpo in corpi (perfetti e performanti) altrui, la più potente macchina di de-realizzazione che sia stata finora inventata, e un valore impazzito attribuito a oggetti supposti «d'arte», come emblema assurdo di nostalgia. Ma forse Sassoon direbbe che anche la «mutazione» è un'illusione ottica: di questo bisognerebbe discutere.
Caro professore, ma allora che fine fanno i capolavori?
Donald Sassoon sostiene che la cultura è democratizzata e che il potere d'acquisto culturale è aumentato negli ultimi due secoli. Tuttavia, afferma che le élite culturali hanno cambiato e ora sono più interessate ad appiattire le distinzioni tra alto e basso. Sassoon chiede se i capolavori possano ancora avere un valore se non sono più necessari per le élite culturali. Egli osserva che le élite culturali di oggi sono più interessate a favorire una cultura fatta di passaggi e di connessioni che di profondità e di spessore. Sassoon si chiede dove le élite culturali troveranno le condensazioni di senso necessarie per trovare una ragione all'essere nel mondo.
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