TORINO. Sono piccoli frammenti di papiro, rimessi insieme (forse nemmeno nell'ordine giusto) dall'archeologo inglese Alan Gardiner, e ora sistemati in una vetrina di una piccola saletta del Museo Egizio di Torino, così nascosti da non dare l'impressione di giustificare tutto il clamore che stanno suscitando. Quando Bernardino Drovetti trovò nel 1822 a Deir el-Medina il «Canone Reale» che Zahi Hawass rivuole indietro, non aveva la minima idei della sua importanza. Il papiro era integro e si frantumò in mille pezzi per deterioramento o forse semplicemente per un pessimo imballaggio, abbastanza comune all'epoca. Drovetti, che era stato Capo di Stato Maggiore della divisione piemontese dell'esercito di Napoleone, era stato nominato nel 1802 console francese in Egitto, paese nel quale restò anche dopo essere stato licenziato dalla Restaurazione. Quando rientrò in Italia nel 1824, aveva bagagli molto pesanti, composti da circa 3000 reperti che mise semplicemente sul mercato. Una parte finì a Carlo X, e ora si trova al Louvre, un'altra a Carlo Felice di Savoia, che non aveva abbastanza soldi per pagarla e dovette chiedere aiuto alla Regia Università. Fra i pezzi che formarono la prima collezione del Museo Egizio di Torino c'erano anche quei piccoli frammenti, destinati all'apparenza a finire dimenticati in qualche cassetto. Furono Jean Francois Champollion (il decifratore dei geroglifici) e Gustavus Seyffarth (suo rivale nella decifrazione) a comprenderne l'importanza e a tentarne per primi una ricostruzione. Quello che scoprirono fu davvero sorprendente. Ma nel testo di Torino c'è l'unico elenco completo dei faraoni egizi. Su un lato del papiro, scritto in ieratico (una forma semplificata dei geroglifici, più facile da scrivere con pennello e inchiostro) erano elencati nomi di persone comuni, con annotazioni molto simili a un accertamento fiscale. Nell'altro lato erano invece minuziosamente elencate divinità, semidivinità e faraoni che governarono l'Egitto dall'inizio della sua storia alla data della compilazione del documento, la XVII dinastia del 1530 Avanti Cristo. Sembra incredibile, ma uno dei testi più preziosi dell'egittologia era stato scarabocchiato su un papiro già usato per banali questioni di tasse, cosa che esclude l'ipotesi che si tratti di un documento ufficiale. Sembra più un esercizio per uno scriba, o un compito da fare a casa per uno studente dell'epoca, costretto a ricopiare un testo. Lungo originariamente 1,7 metri e alto 41 centimetri, fu ritrovato nel villaggio vicino a Tebe nel quale sono vissuti per secoli gli artigiani che lavoravano alle tombe della Valle dei Re, dipingendole o realizzando statuette, vasi e arredi. Del numero imprecisato di colonne di testo da cui è formato ne sono rimaste solo undici, suddivise in righe che riportano il nome del sovrano preceduto dalla formula «nesut-biti» (re dell'Alto e Basso Egitto) e dal numero di anni di regno. Per i primi faraoni questo periodo è eccessivamente lungo e arriva a 90 o 100 anni, cosa impossibile per chiunque non sia stato davvero un dio o un semidio. Ma l'importanza del «Papiro di Torino» rispetto agli elenchi di faraoni che sono giunti fino a noi, come quelli di Abydos, di Saqqara o di Manetone, è che mentre questi ultimi sono stati realizzati per celebrare i propri antenati, nel testo del Museo Egizio vengono freddamente elencati tutti i sovrani, compresi quelli considerati «usurpatori» o quelli del periodo degli invasori yksos, che gli altri testi avevano omesso per condannarli a un perenne oblio.