Milano. Philippe Daverio ex gallerista, ex assessore alla Cultura di Milano, neodivulgatore artistico in uno dei pochi programmi televisivi guardabili con gli occhi aperti: Philippe Daverio, il Passepartout della cultura (domani alle 13,20, su Raitre, l'ultima puntata), giudica l'arte del 2006 e fa profezie su quella dell'anno che verrà. Quali mostre del 2006 le sono piaciute di più? «Di eccitantissime, tutto sommato, non ce n'è stata nemmeno una. In testa all'hit parade metto, ex aequo, il Mantegna uno e trino (a Padova, Mantova e Verona) e l'Antonello da Messina a Roma. Con pregi e difetti». Spieghi. «Il pregio di quella su Antonello è mettere insieme opere che di solito sono disperse in giro per il mondo. Vederle finalmente insieme aiuta a scoprire qualcosa di nuovo, fa venire delle idee, che è poi il vero scopo di una mostra. Come saggi critici, era meglio Mantegna». E i difetti? «Si sa: in queste grandi mostre ci sono anche quadri assolutamente inutili ma comprati a carissimo prezzo dai privati. Sono esposti solo per dare soddisfazione a chi ha incassato e certezze a chi ha pagato. Ah, alle mostre belle dell'anno aggiunga quella su De Chirico a Palazzo Zabarella di Padova. E' l'unica mostra su De Chirico non lugubre che io ricordi». E le peggiori dell'anno? «Ne vuole tre? L'arte contemporanea a Villa Manin di Trieste, la collezione stabile del Museo Donna Regina di Napoli e Erotica a Palermo. In tutte, la stessa roba: gli avanzi di magazzino delle gallerie newyorchesi che vengono spediti alla periferia dell'impero. E che costi!» Tipo? «A Palermo 400 mila euro per 8 mila visitatori. Poveri amministratori locali. Magari credono davvero di essere cosmopoliti, aggiornati e à la page». Per il 2007 quali disastri prevede? «Credo che nel progetto di Robert Storr per la Biennale di Venezia le premesse e le promesse di una catastrofe ci siano tutte». Restiamo al 2006. Come spiega i 270 mila visitatori a Brescia per Millet, che non è certo un pittore popolare? «Non me li spiego, cioè non capisco cosa spinga dei mangiatori di polenta ad andare in estasi per l'esaltatore delle patate. In realtà, si tratta di un trucco che da assessore ho usato anch'io: il biglietto cumulativo. Vuoi vedere Gauguin e Van Gogh? E allora ti becchi anche Millet». Però il tripudio popolare che ha accolto Gauguin e Van Gogh è innegabile. «Diciamo che sono operazioni di doverosa alfabetizzazione artistica in un Paese che ha un problema: si è fatto passare davanti un bel pezzo di Otto e tutto il Novecento senza mai farci sopra un museo. E pensare che fino a trent'anni fa in Italia c'erano almeno 200 quadri impressionisti, poi lasciati scappare all'estero per colpa della demenza punitiva delle soprintendenze. Comunque non bisogna essere snob: non ha senso dire che se vuol vedere l'impressionismo la gente deve andare a Parigi». Marco Goldin, il patron di Brescia, teorizza l'arte come business. Giusto? «Ma lo è poi davvero? Alla fine vorrei vedere i conti. Di certo, sono esposizioni che agli enti locali costano, e molto. In questo campo, come capita in Italia, spesso le spese sono pubbliche e i profitti privati». Di Sgarbi assessore a Milano cosa dice? «Che è simpatico e poi che un agitprop in una città addormentata come Milano ci vuole. Ma fare bene o male l'assessore dipende anche dalla giunta che hai alle spalle». Qual è il peggior ministro dei Beni culturali che abbiamo avuto? «C'è solo l'imbarazzo della scelta e la scelta è imbarazzante. Direi che vertici apicali d'incompetenza sono stati toccati da Vincenza Bono Parrino". E il migliore? «Antonio Paolucci. Alla fine, se sei del mestiere si vede». Per la cultura fa più Prodi o ha fatto di più Berlusconi? «Onestamente, per quanto poco faccia Prodi non farà mai così poco come Berlusconi. Se non altro, si legge qualche dichiarazione plausibile di Rutelli: si vede che aveva un nonno scultore». Mettiamo che ministro lo diventi lei. Le prime tre cose da fare? «Primo: una vera scuola per i dirigenti del ministero, tipo l'Ecole du Louvre francese. Secondo: un'autonomia vera per i cinque nuclei museali, che si gestiscano da soli, soldi compresi. Terzo: un censimento vero dei beni culturali, studiando la struttura e non solo l'opera. Mi spiego: non basta occuparsi di un teatro lirico come edificio, ma anche dei conservatori, delle orchestre, dei laboratori. Di quello che lo fa funzionare». Vinco alla lotteria. Che artista compro per fare un investimento? «Non lo faccia. L'arte contemporanea come investimento non ha più senso. A meno che non si faccia parte di quella piccola lobby internazionale che fra Zurigo, Basilea, Londra e New York decide i trend». La mostra-mercato migliore qual è? «Senza dubbio, ancora Basilea». E la capitale dell'arte? «Non c'è. C'è una che dice di esserlo. È Londra, ma non so quanta della roba che viene spacciata per arte lo sia davvero. È curiosa, l'Inghilterra: per secoli, ha avuto la campagna più bella del mondo, la caccia alla volpe, la Magna Carta e, almeno fino al Settecento, mai un pittore decente. Adesso c'è un ex pubblicitario diventato mercante, Saatchi, che ha deciso che da Londra ogni anno escono dieci geni della pittura. Mi dispiace, ma non ci credo».