La scomparsa del giardino è la spia del tramonto di un "agire illuminato" Il volume di Mauro e Sessa fa riflettere sulla qualità urbana di ieri e oggi La candida casa-studio di Ernesto Basile, considerata lopera più rappresentativa del suo spirito innovativo, è stata oggetto di una complessa indagine conoscitiva in occasione del centenario della sua edificazione. Gli atti del convegno, svoltosi nel dicembre del 2004, sono ora confluiti nel poderoso libro Dispar et unum. 1904-2004. I cento anni del Villino Basile, curato con provata competenza da Eliana Mauro ed Ettore Sessa ed edito da Grafill, presentato nella sede dellOrdine dai professori Philippe Daverio e Leonardo Urbani. Loccasione di riflettere a più voci sulla figura e lopera del personaggio Basile jr. (e sullenigmatico motto dellandrone), ha dato spunti per ragionare su architetti e architettura nel presente partendo da quella che Sessa definisce «opera manifesto della maturità modernista del suo progettista», per aver egli saputo interpretare, nello schema planimetrico e nel sistema distributivo degli ambienti che si allontanano dal modello extra urbano fin allora in voga, le nuove logiche formali non disgiunte da «una rivalutazione dei modi e delle forme della cultura abitativa mediterranea». E mentre sulla celebrazione degli "Ottantanni da architetto", slogan con cui lha siglata il responsabile culturale Emanuele Nicosia, aleggiava lo spettro della annunciata sparizione degli ordini professionali, attorno al Villino Basile si condensavano il rammarico e talvolta lo sdegno per quel che ne è stato del contesto e della «composta civiltà dellabitare» espressa dalla borghesia di inizio Novecento. Così Daverio, che connette alla forza innovativa di Basile i linguaggi e le culture architettoniche che in quel tempo si andavano affermando in Europa e perfino in America, conclude il suo intervento auspicando per Palermo il ritorno di un nuovo tipo di «onfalismo», la malattia del sentirsi «ombelico del mondo» della quale noi siciliani saremmo affetti. Ma un onfalismo, questa volta, che da qui diffonda «il grande percorso della rottamazione» per liberare dalle brutture le molte città che ne sono infestate. Un percorso non da niente, che tuttavia non saprebbe restituirci i beni distrutti né ripristinare una qualità urbana compromessa da molti e svariati fattori. Perché se è vero, come sostiene lo studioso Alain de Botton, che costruiamo per far saper agli altri chi siamo e dimostrare quindi di perseguire la ricerca di una «estetica urbana» portatrice, se non di felicità, almeno di una estesa vivibilità di compenso, il nostro biglietto da visita non si presenta edificante soprattutto là dove avremmo dovuto salvaguardare, proteggere, quanto meno apprendere la pratica della «controllata normalità» con cui Basile, e altri architetti della sua levatura, hanno costruito una qualità urbana perduta e rimpianta. Prima la perdita del giardino negli anni Quaranta, poi laggressione edilizia degli anni Sessanta tutto intorno a soffocarlo - pur se qualche edificio si salva per dignità architettonica come il dirimpettaio progettato da Edoardo Caracciolo - il villino simbolo di quel nuovo stile che sotto il nome di Liberty o Floreale o Art Nouveau o Jugendstijl o infine Modernismo ebbe vita breve e fugace consegnando però a Palermo un primato notevole, è perciò una testimonianza parecchio indebolita dellagire «illuminato» di una borghesia che voltò le spalle al centro storico, celebrando con un afflato «europeo» la città nuova che aveva voluto costruire per sé. Di quella città, o meglio dello spirito che animò la sua realizzazione poco oltre limpianto reale e metaforico del centro storico, rimane tenue testimonianza. Eppure, se è stato possibile organizzare un intero convegno e produrre profonde riflessioni su uno dei manufatti superstiti di una stagione prodiga di imprese e intelletti notevoli, qualche domanda dovremmo pur porcela su quel che ne è seguito, sul perché e sul come sia stato possibile distruggere senza nemmeno saper innovare. Sulle ragioni per cui, ricordando Giuliano Leone come dal terremoto del Val di Noto del 1693 siano scaturiti architetti di valore e ricostruzioni esemplari, lo stesso non sia avvenuto dopo il terremoto del Belice del 1968. Ma alcune lezioni potrebbero ancora trarsi dalle passate esperienze positive: quella suggerita da Urbani di rilanciare un artigianato di alto profilo e riprendere il dialogo perduto tra artigianato e industria, memori appunto della leggendaria industria-artigianale di mobili Ducrot che ha operato in simbiosi con la decantata architettura Liberty isolana; e laltra, stimolata dal saggio della direttrice dellArchivio storico comunale Eliana Calandra, di creare finalmente e prima che sia troppo tardi per dispersione di materiale, il Museo della Città e della sua millenaria e stupefacente Storia Urbanistica e Architettonica. Allocandolo magari nel mitico Villino Basile.
Palermo. I centanni del villino basile, testimone della città perduta
Il libro "Dispar et unum. 1904-2004. I cento anni del Villino Basile" è un'indagine conoscitiva sulla casa-studio di Ernesto Basile, considerata l'opera più rappresentativa del suo spirito innovativo. Il convegno che ha portato al libro ha riflettuto sulla qualità urbana di ieri e oggi, e ha sollevato domande sulla sparizione degli ordini professionali e sulla perdita della qualità urbana. Il libro presenta una visione critica della città di Palermo e della sua architettura, e propone alcune lezioni per il futuro, come il rilancio dell'artigianato di alto profilo e la creazione di un museo della città e della sua storia urbanistica e architettonica.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo