Ecco una buona occasione per dare un'occhiata dietro le quinte del mondo dell'arte. La Fondazione Re Rebaudengo di Torino ha di recente invitato a discutere di arte contemporanea lo storico e critico d'arte Vittorio Sgarbi e il curatore Francesco Bonami, attivo nella stessa Fondazione. Un faccia a faccia tra scuole di pensiero, anticipato in un forum sulla stampa e atteso dalla fatidica Biennale di Venezia 2003, realizzata da Bonami e «demolita» da Sgarbi. Un confronto di fatto mancato: l'assessore alla Cultura di Milano è stato costretto a reggere la serata con un costante e competente monologo, che ha dovuto ribadire su un altro quotidiano in un altro confronto, indiretto e mancato quanto il primo, con il direttore di Flash Art Giancarlo Politi. Nel mondo dell'arte si sta sempre più affermando il curatore tout court, come Bonami. Figura non a caso di recente tradizione anglosassone: gli studiosi di quest'area culturale hanno avviato alla fine del '900 il dibattito sulla progressiva crisi della storia dell'arte tradizionale. Henri Zerner, docente ad Harvard ed editore della rivista Art Journal, scrive già nell'82 che i giovani ricercatori, soprattutto americani, sono convinti che la storia dell'arte condotta con la metodologia tradizionale «abbia esaurito il suo compito» e sia «al servizio della dominante ideologia e del mercato che spesso determina i soggetti di studio e di rivalutazione'. Il curatore si distingue dallo storico e dal critico d'arte, i quali svolgono ruoli complementari, come è evidente nei cataloghi delle grandi mostre. In sostanza, l'uno indagando, inquadrando e contestualizzando storicizza fenomeni, figure e opere, l'altro li interpreta e li giudica con le occasioni in cui essi sono presentati. Figure complesse come Brandi, Longhi e Argan dimostrano che il critico può essere filosofo, tecnico, scrittore... E il conoscitore, che fa attribuzioni e distingue le copie dagli originali, vanta una lunga tradizione in Italia da Adolfo Venturi e Berenson a Gregori, Morelli e Sgarbi ed è uno specialista, più empirico che teorico, di periodi e di artisti, in quanto si forma e fa esperienza vedendo e rivedendo le opere. Bonami si è presentato, a Torino, come curatore immemore del passato e attento al presente, ma consapevole di non disporre della distanza temporale necessaria per poterlo capire, di non poter già discernere quali siano gli attuali esperimenti riusciti e quali i falliti. Eppure in grado di stabilire che cosa sia contemporaneo e che cosa non lo sia o lo sia in misura minore. Un dilemma impostato alla maniera crociana: un tempo si trattava di poesia o non poesia, oggi di arte contemporanea o non contemporanea. Ed è inquietante che possano esistere artisti viventi ma non contemporanei, in certo senso zombi dell'arte. «Credo che si confonda l'idea di contemporaneità ha spiegato Bonami (e sostiene anche Politi) - Molti tra gli artisti che cita Sgarbi non sono da me ritenuti contemporanei: possono essere formidabili pittori dotati di maestria tecnica, ma guardano al passato o a un presente meno recente, quindi non riescono a entrare nella contemporaneità, perdono il contatto con essa. Contemporaneo è colui che ha questa finestra sul reale, aperta anche sul contesto sociale». Un'argomentazione per le tesi di Bonami ma implicitamente fornita Sgarbi. «Il cavalier D'Arpino e Caravaggio - ha ricordato lo storico dell'arte sono oggi ospitati negli stessi spazi espositivi; Masolino e Masaccio, pur guardando l'uno al passato e l'altro al futuro, hanno lavorato insieme alla Cappella Brancacci tra il 1423 e il '24». L'accostamento non dimostrerebbe una maggiore o minore contemporaneità? «Eresie estetiche», così Sgarbi ha definito le affermazioni dl Bonami: «Bella questa sua idea di un presente impresentabile. Forse io ho sbagliato a difendere a oltranza, anche in anni difficili, il ritorno alla pittura: si può ancora dipingere, come andare a cavallo, solo che ora si possono scegliere altri mezzi di trasporto. La contemporaneita non è un out out che di volta in volta i critici stabiliscono. Essi non dovrebbero avere preferenze: se io le avessi, limiterei il mio piacere della conoscenza. Voglio capire, perciò sono stanco di vedere in Italia mostre degli stessi artisti, quali Kounellis, Castellani e Merz, e mai nessuna dedicata ad altri come Guccione e Ferroni. Non esistono giganti e nani». Così lo storico dell'arte ha finalmente instaurato un confronto con lo scomparso Vittore Branca, critico letterario: suo l'avvertimento «siamo tutti nani sulle spalle di giganti». Quindi Sgarbi ha ricordato a Bonami, e poi a Politi, la varietà degli attuali eventi artistici milanesi. E sta progettando, in controtendenza a «una classe politica italiana che sbaglia a investire poco in cultura», una «Babele di Milano» nel 2008, che «costerà tra 20 e 25 milioni di euro, darà voce a tutti, seppellirà la Biennale di Venezia nata alla fine dell'800». E una cosa è certa. Sgarbi non esporrà l'arte contemporanea che si è soliti vedere in occasioni come la torinese «ARTissima», che gli è parsa «la sconfortante rappresentazione di una mancanza di principi e dl identità: se questa manifestazione rispecchia la produzione contemporanea, vuoi dire che gli attuali artisti sono tutti testimoni di un'arte applicata. Nulla gli è parso «poco più che decorativo», tranne «qualche opera di confortante modestia».