Scabec e le sue sorelle. Ovvero le società clone che, a vario titolo, con vari committenti e spesso gli stessi soci privati, affiancano la pubblica amministrazione nell'affare della gestione, asmatica, dei siti d'arte ed archeologia fra i più belli, preziosi e ricchi del mondo, quelli della Campania. Sorelle costose, denuncia il segretario regionale dei Verdi Tommaso Pellegrino, membro della commissione Lavoro della Camera che, su quello che giudica uno spreco di pubblico denaro ed un'ingiustizia per i lavoratori precari del settore, reclama risposta ad un'interrogazione parlamentare di agosto. Sotto lente, dice Pellegrino, non c'è questa o quella società. Sotto accusa è il metodo, spiega, del proliferare di società che si affollano attorno al malato - la gestione dei beni culturali - senza che il medico - il ministero - si sia pronunciato sulla terapia. Il risultato, dice, una gara scoordinata, poco economica e non risolutiva. Con la beffa che i lavoratori precari, a volte imbarcati nell'impresa, non vengono stabilizzati pur costando di più che se fossero assunti dallo Stato (vedi il caso della società Ales, un clone nato nel 2000 per gestire i beni culturali ed assorbire lavoratori in cassa integrazione). Scabec (società della Regione Campania che nel 2005 ha accolto Electa Mondadori, due società edili e due di vigilanza privata), è l'ultima arrivata delle sorelle. Nasce per offrire, anche lei, servizi ai siti d'arte. È oggetto di una bozza di convenzione che il ministro Francesco Rutelli ha fermato per un ripensamento. Ripensamento «opportuno» per Nicola Spinosa, soprintendente al polo museale napoletano, che, anche lui, non discute Scabec ma il metodo. Chiede: «Scabec? E chi sono? Cosa dovrebbero fare? Nessuno lo ha stabilito. E poi ci sono già convenzioni con società che hanno vinto una gara». E Spinosa tira fuori un altro clone, la sorellina di Scabec che si chiama Civita e che, dice Spinosa, «fino al 2009 gestisce le nostre mostre». Una sorellona, per la verità, a scorrere l'elenco degli aderenti all'associazione-madre del consorzio, fìtto di banche ed imprese. Scopo del consorzio Civita, manco a dirlo, «offrire professionalità nei diversi settori della gestione dei beni culturali». «Civita -incalza Spinosa - ha vinto una gara. E dal 2009 in poi Scabec, per succedergli, dovrebbe a sua volta vincere ad una gara europea». Non solo. «Nella società Scabec ci sono imprese edili. Cosa dovrebbero fare nei siti? Restauri senza gare di appalto o senza il parere delle Soprintendenze?». E non è finita qui. «Nei musei napoletani è presente Musis» che cura accoglienza, biglietteria, didattica ed editoria, capogruppo Electa Napoli. Anche questi fra i compiti di Scabec. «Insomma- dice Spinosa - lo scandalo non c'è. In compenso non c'è neppure un briciolo di chiarezza. Ed io chiedo di capire. Formalmente». L'ultima stoccata. «Perchè Stefano De Caro, direttore generale dei beni culturali in Campania, ha fatto tutto in splendida solitudine?». Anche Riccardo Villari, parlamentare della Margherita ed autore di un'interrogazione batte sul tasto del metodo e della poca chiarezza. «Io - dice - mi rivolgo al ministro e non certo alla Regione. Chiedo di capire se le procedure del codice Urbani, del 2004, siano state rispettate. Non mi risulta ci sia stata ancora una conferenza Stato-Regioni per stabilire il livello di qualità di gestione dei siti archeologici, come non risulta che il ministro abbia ancora emesso il decreto che consentirebbe alla Regione di partire conoscendo gli obiettivi che lo Stato, il padrone di casa, intende perseguire dalla gestione». Per Antonio Martusciello, già numero due dei Beni culturali nel precedente governo, la Scabec finirebbe per «sostituirsi al dicastero di Rutelli, con una forzatura intollerabile».