Il Nord postindustriale. Viaggio nel capoluogo ligure che vuole ritrovare la sua centralità nel Mediterraneo. Le Idee in campo. Lo sviluppo passa attraverso il porto e la riconversione delle antiche fabbriche abbandonate. Le grandi opere: Dal waterfront di Piano alla Manifattura Tabacchi per emanciparsi dal '900. L'investimento nella scienza: Un parco tecnologico di 200 imprese con 8 mila addetti e 2 mila ricercatori Questa con la giacca bianca sono io, avevo vent'anni. I fotografi ci aspettavano all'uscita della fabbrica, ce n'era sempre qualcuno, noi sigaraie all'epoca eravamo celebri». Emilia Rubia, minuta, la polo arancio che rende ancora più pallido il volto magro, mostra una foto in bianco e nero del 1941: lei che sorride a braccetto con tre amiche, «una è morta, le altre due purtroppo non stanno molto bene». Dalla cucina in formica del suo appartamento in via Reddano la Manifattura Tabacchi, dove ha lavorato fino al 1970, è un ricordo soffocato dai palazzoni tirati su negli Anni 60, con lo sviluppo verticale di Sestri Ponente. Memoria della città industriale archiviata dall'economia impalpabile come Emilia, che con 100 lire al mese e 10 pacchetti di sigarette era una privilegiata, «operaia sì, ma di lusso», e adesso centellina gli 800 euro della pensione appuntando le spese sul calendario di Frate Indovino. Eppure, la riconversione dei quasi diecimila metri quadrati compresi tra via Costo e la ferrovia, che per buona parte del secolo scorso hanno visto quattromila donne come lei arrotolare a mano 700 sigari al giorno, le piace, non ci vede una cancellazione del passato: «Ho rivisto lo stanzone dove confezionavamo i pacchi, sono contenta che ci facciano la biblioteca pubblica, mi pare che così mi si allunghi un po' la vita». Lo scorso anno all'inaugurazione della mostra «La fabbrica al femminile», organizzata dalla biblioteca Bruschi nei locali dell'ex stabilimento ottocentesco dalle forme spigolose e sfuggenti come in un quadro metafisico di De Chirico, era in prima fila. Un buco nero nella città in crisi I genovesi alla lunga si erano abituati a quell'immenso spazio vuoto che nel 1981, ormai proprietà dell'Ansaldo, aveva mandato a casa gli ultimi 50 dipendenti diventando accanto alle ex acciaierie di Cornigliano, la Val Polcevera, la Fiumara, un buco nero sulla pelle butterata della città in crisi. «E' stata una delle più colpite dalla deriva postfordista», osserva lo storico Giuseppe Berta e ricorda l'atmosfera plumbea da festa finita male sottolineata dal silenzio sinistro delle sirene il primo gennaio 1983, Capodanno magrissimo senza neppure una nave ancorata all'orizzonte. Ma poi, quando negli Anni 90 il rilancio delle attività portuali restituisce al capoluogo ligure quella centralità che secondo lo storico Fernand Braudel ne faceva la protagonista dell'«economia-mondo» nel 1500, l'eredità pesante del secolo scorso si alleggerisce, patrimonio collettivo finalmente condivisibile al di fuori della dialettica conflittuale tra casa e fabbrica. Il nuovo porto container di Voltri assorbe i mestieri tradizionali tipo il brocheraggio e apre la strada alla riqualificazione del Porto Antico; la collina degli Erzelli evolve nel Technology Village, un parco tecnologico con una rete di 65 imprese destinate a diventare 200 entro il 2015; l'ex Manifattura Tabacchi acquistata dall'Istituto autonomo case popolari nel 1997 per 8 miliardi di lire dice definitivamente addio al monopolio di Stato e debutta nel mercato del terziario. «Alla riapertura dell'ex Manifattura, nel 2005, c'era il pienone, 15 mila persone in tre giorni di visita: sembrava che la gente non aspettasse altro», racconta l'architetto Giovanni Pellegrino, incaricato della ristrutturazione di 9300 metri quadrati dell'edificio che, pioniere nel primo Novecento, comprendeva anche una nursey, gloriosa conquista sindacale delle battagliere sigaraie sin dal 1912. Il progetto dello studio Pellegrino, 6 anni di lavori costati 13 milioni di euro, comprende 82 appartamenti, un parcheggio per 185 auto, negozi, uffici, la nuova sede della biblioteca Bruschi e l'Auditorium. Un vuoto simbolico che si riempie di persone, continua Pellegrino: «L'edificio era territorio doganale, un corpo estraneo rispetto all'agglomerato urbano circostante». Oggi, dalle ampie vetrate del suo studio affacciato su via XX Settembre, nel cuore di Genova, tra le piazze bianche opacizzate dagli scarichi delle vetture e i vicoli odorosi di focaccia ligure, immagina la Manifattura come un tassello del grande puzzle postindustriale che, dall'ex stabilimento Elah rinato centro commerciale al colorificio Boero, ricompone il volto della città associando il futuro alla memoria di Emilia. A cavallo tra due secoli Ieri e oggi, acciaierie ed economia impalpabile, l'architettura monumento che guai-a-toccare-una-putrella e le fughe in avanti del guru Renzo Piano, amato e detestato dai concittadini. Da qualsiasi parte guardi Genova in divenire ti accorgi che la contraddizione non è affatto necessaria. «Il destino della città postfordista è un arcipelago di unità autosufficienti», spiega Giovanni Pellegrino. Gli spazi liberati dalle catene di montaggio sono troppo vasti per servire a un'unica funzione, concordano gli urbanisti. Possono e devono ospitare uffici, luoghi pubblici, palestre, attività commerciali, edilizia residenziale. «Bisogna uscire dalla logica chiusa per cui imprenditoria immobiliare significa speculazione», nota Carlo Castellano, presidente del consorzio Dixet e padre del Technology Village, uno dei partecipanti più applauditi il 13 dicembre al convegno torinese «Mirafiori e le altre». Cita il caso di Rista, periferia postindustriale di Stoccolma, 2 milioni di metri quadrati convertiti a parco scientifico e appartamenti. Perché, è vero che l'Istat denuncia una costante contrazione della popolazione urbana ma la richiesta di abitazioni non cala mai perché i poli urbani sono per definizione polmoni che si aprono e si chiudono a intermittenza. A Genova, per dire, il 10 per cento degli immigrati ha comprato casa e ha preferito trattare con i privati per aggirare le difficoltà dei bandi pubblici. Il passaggio dall'economia stanziale del XX secolo a quella dinamica del XXI si porta dietro mutamenti sociali e urbanistici. La forma della città descrive cosa c'è dentro. Ieri operaie e operai come Emilia, piantati sul territorio al pari delle colonne in ghisa delle fabbriche, oggi flussi di persone, immigrati ma soprattutto turisti. «Fino a dieci anni fa Genova non sapeva neppure cosa fosse il turismo e viceversa», dice Pierpaolo, 30 anni, aria bohémien e pragmatismo americano («Le obiezioni sull'alta velocità? Magari ad averne di altissima»), uno dei fondatori dello studio d'architettura Baukuh. Sta lavorando a un progetto per la biennale di Rotterdam intitolato «Power», i poteri che modificano l'aspetto della città contemporanea, la rimappano da zero. Nel capoluogo ligure ne identifica almeno due: «Il potere mercantile, antico e modernissimo, e il turismo». Tunnel, bretelle e Terzo Valico C'è l'acquario, d'accordo, sempre affollato. C'è il porto commerciale tornato fulcro del Mediterraneo come Barcellona e Marsiglia, seppur tra le obiezioni ambientaliste e la querelle sul costoso «waterfront», il lungomare da 4 miliardi di euro e 18 anni di cantieri disegnato da Renzo Piano e per ora congelato dalle polemiche. A Giuseppe Berta non dispiaceva: «Era innovativo. Rimetteva il porto al centro della città e ne ampliava il potenziale che oggi è bloccato, per soddisfare la domanda mercantile dovrebbe arretrare fino ad Alessandria». E c'è la Manifattura Tabacchi affacciata sui rumorosi cantieri navali di Sestri, la città di domani che guarda quella di ieri, con la via principale zeppa di jeanserie e forni tradizionali a fungere da raccordo. E' parecchio ma non è ancora l'emancipazione dal Novecento. Lontano dai riflettori del 2004, quando è stata capitale europea della cultura, Genova appare divisa tra voglia di riscatto e incertezza: la scommessa dei mille cantieri aperti, le bretelle, i tunnel, il Terzo Valico, ma poi basta che un autocarro prenda fuoco sulla tangenziale perché l'intero sistema vada in tilt come all'epoca di Emilia la sigaraia e della catena di montaggio. 300mila Metri quadrati sulla collina degli Erzelli per il parco tecnologico 8 chilometri il progetto di Piano per la nuova banchina con aeroporto e parco 300 mila Metri quadrati delle ex acciaierie di Cornigliano da riqualificare Dai tabacchi a centro culturale. Emilia Rubia, 85 anni, ex operaia della ex Manifattura Tabacchi di Sestri Ponente (foto a destra). La Manifattura Tabacchi, di Sestri Ponente, risale ai 1886. Era uno stabilimento su due livelli, per un totale di 9300 metri quadrati. Nel periodo di massima attività, all'inizio del 900, impiegava 4mila dipendenti. Negli Anni 20 i Monopoli di Stato vendono la Manifattura all'Ansaldo, ma la produzione resta statale. Negli Anni 90 l'Ansaido, già Fincantieri, mette in vendita lo stabilimento, ormai poco più di un magazzino, per 8 miliardi di lire. Nel 1997 lo acquista lo Iacp e, con il contributo della Regione, ne commissiona la ristrutturazione allo studio Pellegrino per 25 miliardi di lire. A lavori ultimati, l'area ospiterà 82 appartamenti, un parcheggio da 185 posti auto, la nuova sede della Biblioteca Bruschi e un Auditorium.
La Stampa
28 Dicembre 2006
Genova, il futuro in mille cantieri
FR
Francesca Paci
La Stampa
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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