Il Museo del cinema nomina il regista. Ma il presidente della rassegna, Gianni Rondolino, risponde: «Non è formalmente possibile. Noi faremo il nostro festival». Si consuma così il disegno politico intorno a una delle manifestazioni italiane più di prestigio all'estero, minata dalle scelte culturali del centrosinistra Gianni Rondolino, presidente del Torino film festival, lo ha saputo a cose fatte, come si dice, alle 14.00 di ieri pomeriggio mentre da Roma, dove era per il Natale in famiglia, stava preparandosi a tornare a Torino e a affrontare le battaglie in corso sul festival. E così i direttori della manifestazione, Giulia D'Agnolo Vallan e Roberto Turigliatto. Eppure non è che non li riguardi, anzi. Si parla infatti del nuovo direttore del «festival cinematografico torinese», e il nome è quello di Nanni Moretti, il regista italiano tra i più noti oggi nel mondo, oltretutto da sempre amico del festival, lo avevamo visto anche nei giorni dell'ultima edizione girare da «spettatore» nelle diverse sale. A annunciarlo - Moretti non c'era, debuttava ieri sera a Roma nel monologo sulla lavorazione di Caro diario - sono il direttore del Museo del cinema Alberto Barbera e gli assessori alla cultura di comune, provincia e regione. Ma un momento: dì quale festival stiamo parlando? Del Torino film festival che nel 2007 dovrebbe festeggiare il 25 anno d'età, o del «festival cinematografico torinese»? Già perché le cose non sono così ovvie, e la nomina di Nanni Moretti è l'ultimo capitolo di uno scontro che è andato avanti per settimane e, in realtà, non è ancora chiuso. Protagonisti ne sono l'Associazione cinema giovani, responsabile del Torino film festival dalla nascita e che ne detiene il marchio (da cui la necessità di un altro nome) da una parte, e dall'altra lo stesso Barbera come Museo del cinema, Stefano Della Casa, presidente della Film commmission Piemonte (entrambi alla direzione del festival in anni passati), gli assessori alla cultura di comune (Fiorenzo Alfieri), provincia (Valter Giuliano), regione (Gianni Oliva). Quest'ultimo (ds) particolarmente accanito, la cui filosofia si esprime in una dichiarazione che riassume anche il succo dello scontro in atto: «la linea della regione è proporre progetti di qualità che non coinvolgano nicchie o elites ma grandi numeri di persone» (la Stampa, edizione Torino, 1212). Insomma l'identità del festival, e il modello politico culturale veltroniano, la sirena della festa del cinema, sale vuote, qualità scarsa ma molti media, la sola cosa che conta. Roba che manco lo spoil-syptem berlusconiano più accanito. E il controllo politico diretto, del genere siamo noi a dare i soldi dunque abbiamo diritto di avere voce in capitolo. Suona così la proposta di un «comitato d'indirizzo» da parte dei tre assessori che avrebbe dovuto nominare il nuovo direttore del film festival - Turigliatto e D'Agnolo Vallan sono infatti in scadenza - e decidere le linee programmatiche formata da due rappresentanti del museo, due dell'Associazione cinema giovani, e uno designato dagli stessi assessori. Ma d'altra parte: se Veltroni (e tutta la vicenda sembra l'ennesimo frammento nel rispecchiamento VeltroniChiamparino, il sindaco di Torino, sulla cultura) si affanna a nominare un senatore della repubblica, Goffredo Bettini, a capo della fondazione neonata sul cinema della festa romana, perché non possono fare lo stesso gli assessori torinesi? «Abbiamo detto subito di no, la cosa andava contro contro lo statuto del festival, e soprattutto suonava come una pesante ingerenza nella nostra libertà artistica» dice Gianni Rondolino. E aggiunge: «purtroppo abbiamo capito tardi la manovra d'accerchiamento che si stava preparando, secondo la quale io sarei stato nominato presidente onorario e Barbera sarebbe divenuto presidente del festival. Ma io non ci stavo, il mio mandato scade tra due anni, sono stato eletto dai soci dell'Associazione e se non andavo più bene dovevano essere loro a sfiduciarmi». Ecco che allora Rondolino, prima delle premiazioni, a chiusura dell'edizione 2006, convoca a sopresa una conferenza stampa in cui ribadisce il suo appoggio ai direttori uscenti e l'autonomia assoluta della manifestazione. Un grido d'allarme, e alla luce degli avvenimenti successivi, la conferma che qualcosa sta accadendo, o forse è già accaduto. Dopo una serie di «tiramolla e riunioni spiacevoli» come le chiama Rondolino, arriviamo alla proposta di una commissione che riunisce i due attuali direttori e i due ex, Della Casa e Barbera, per decidere le modifiche del festival. Poi, come se niente fosse, la lettera dei tre assessori di cui sopra, con la richiesta appunto del «comitato d'indirizzo». «Abbiamo convocato un direttivo dell'Associazione, ho chiesto che la quinta persona non fosse un rappresentante politico, ma uno sopra le parti tipo un magistrato. Barbera ha proposto una mozione di rifiuto. L'hanno votata in cinque (Barbera, Della Casa, Valerio Castronovo, Davide Bracco, Paolo Manera), la maggioranza l'ha respinta, così lui e gli altri si sono dimessi. Fino a oggi eravamo rimasti lì». Ci sono anche ,dice ancora Rondolino, problemi formali, la convenzione tra museo e associazione è valida fino al 2007 e la rottura deve essere fatta un anno prima «Aspetto una comunicazione ufficiale. A quel punto faremo il nostro festival comunque». «Mi pesa molto quanto è accaduto, ma non si poteva fare altro» dice Alberto Barbera. «Rondolino non ha mai accettato alcuna discussione sul festival, e se ho fatto questo è non contro ma nell'interesse del festival stesso. Non si poteva andare avanti come vent'anni fa, è necessario lavorare sulla contemporaneità, trovare strade diverse perché non si finisca in un cono d'ombra come è accaduto a altre manifestazioni importanti. Inoltre la festa del cinema di Roma ha rimesso tutto in discussione, ha avuto una copertura mediatica incredibile, e impone di rivedere le cose». Cosa vuoi dire allora «lavorare sulla contemporaneità»? Avere più stampa e tv, come lascia intuire la posizione dell'assessore Oliva, o altro? «Sono piani distinti - risponde Barbera - Di fondo c'è la necessità di rilanciare il festival a livello internazionale. La scommessa è che sia un laboratorio permanente, con un lavoro anche produttivo sul cinema indipendente che lo riporti a scoprire autori. C'è una logica possibile di un sistema regionale con fondi che vuole investire sull'audiovisivo, perché rifiutarla?». A parte che «a livello internazionale» il festival è molto apprezzato dalla stampa, è chiaro che la questione non è solo torinese ma investe la politica culturale del centrosinistra. Cosa vuol dire cultura, è solo qualcosa di digeribile, non fastidioso, omogeneo (come la riconferma a Roma di Giorgio Albertazzi alla direzione dell'Argentina). Se Francesco Rutelli, ministro della cultura che permette lo sfascio del centro sperimentale lasciandovi alla guida Francesco Alberoni può fare gli auguri a Nanni Moretti, fingendo che non vi sia frattura, lui, Moretti, è informato su tutto? «Secondo me lo hanno manipolato» dice Rondolino. E il sospetto è lecito leggendo la dichiarazione sulla nomina (parafrasata dallo stesso Rondolino nella sua ) : «spero di contribuire al rafforzamento del festival che non può che partire dal rilancio della sua identità più autentica», offrendo ai direttori uscenti la proposta di condividere l'impegno. Ci piacerebbe svegliarci scoprendo che ha cambiato idea.
il manifesto
28 Dicembre 2006
Torino film festival: il direttore è Moretti, il committente la politica
CR
Cristina Piccino
il manifesto
Artista / Persona
Bene culturale
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