Le piccole ombre nere nel monumento di Priscilla Ci vollero altri tre secoli prima che qualcuno tornasse a calarsi con competenza dentro il ventre di Roma Martiri e soldati nei 17 chilometri e i 160 mila tumuli di Domitilla -------------------------------------------------------------------------------- Abbiamo lasciato lintrepido Antonio Bosio a brancolare nel buio della catacomba, insieme al suo amico Pomponio. Come in un film dellorrore, i nostri eroi credettero di dover morire là sotto. Però alla fine ritrovarono i segni che avevano inciso sui muri e riuscirono a risalire in superficie. Era nata larcheologia cristiana. Per il resto della sua vita, benché nel frattempo fosse diventato avvocato, Bosio continuò a esplorare sotterranei, accompagnato da un pittore, Giovanni Angelo Santino detto il Toccafondi, che aveva il compito di disegnare gli affreschi ritrovati - e poi quando si accorse che piuttosto che copiare, inventava, lo sostituì con un altro più fedele, il senese Avanzino. Bosio esplorò chilometri e chilometri di catacombe. Le sue scoperte lo resero famoso e ricco: nel 1604, per premio, il papa lo legittimò. Comprò una tenuta sulla Flaminia per farvi un museo (nobile sogno che lo mandò in rovina), e impiegò trentanni per completare lopus magnum sulle catacombe di Roma, che non riuscì a veder pubblicato, perché solo la stampa delle incisioni richiese tre anni di lavoro. La sua opera immane, Roma sotterranea - in 4 volumi, ancora oggi testo capitale per gli studiosi - fu pubblicata solo dopo la sua morte, nel 1634. Stranamente, lopera di Bosio non suscitò linteresse dovuto, né produsse emuli. Forse perché il Seicento era il secolo del trionfo barocco della morte, dei catafalchi e delle coreografie funebri, e i suoi contemporanei preferivano allestire la propria cripta privata ingombra di scheletri e teschi piuttosto che restaurare quelle del passato. Ci vollero quasi altri tre secoli prima che qualcuno tornasse a calarsi con competenza nel ventre di Roma. Si chiamava G. B. De Rossi - ma di questo intrepido eroe dellOttocento riparleremo. Oggi la catacomba di Domitilla, che pure si dipana per 17 chilometri su quattro livelli, e contiene qualcosa come 160.000 tombe, ha un aspetto molto addomesticato, forse perché il segmento che viene mostrato ai visitatori è estremamente esiguo. Sicché nella memoria restano non tanto i cunicoli scavati nel tufo friabile al punto che si potrebbe scavarlo con un cucchiaino, quanto laerea basilica dei santi Nereo e Achilleo, sorprendente per vastità e luminosità. Si conservano ancora le colonne, il ciborio dellaltare, un bassorilievo con la scena del martirio. Chi erano questi santi misconosciuti? Forse due soldati. Ma una delle caratteristiche più struggenti delle catacombe è proprio questa. Sono dedicate a santi inventati, immaginari, romanzeschi, o che tali ci appaiono perché sono stati completamente dimenticati, e la loro esistenza reale è stata ingoiata dalla leggenda. Dai molti nomi remoti in cui ci imbatteremo - Abdon, Sennen, Castulo, Sotere eccetera - proviene unacuta malinconia. E forse una lezione morale. Non ci si dimentica mai dei carnefici e dei tiranni. Molto presto, invece, delle vittime. Unimpressione altrettanto sorprendentemente aerea la proveremo anche nella catacomba del notissimo San Sebastiano. A un tratto, dopo aver visitato la cripta del santo, si sbuca in una specie di piazzola, sulla quale affacciano tre mausolei pagani. Il soffitto sembra altissimo (sono in effetti quasi nove metri), dando lillusione di essere allaria aperta. Uno dei mausolei apparteneva forse alla confraternita dellAscia, strumento che ancora oggi campeggia sulla facciata. Proseguiamo il nostro viaggio a san Callisto, catacomba più 'classica - buia e nera quanto basta. Dunque, siamo sottoterra. Sotto di noi, ci sono almeno altri tre piani. Ci inoltriamo nel dedalo di gallerie, che corrono per più di venti chilometri. Nei corridoi angusti di questa catacomba, per duecento anni il cimitero ufficiale dei papi di Roma (ma si diceva che nellossario vi fossero i resti di almeno 800 martiri), si sono pigiati milioni di pellegrini - e ancora oggi è una delle più frequentate di Roma. Camminiamo letteralmente in mezzo alle tombe. A differenza di noi, che per economizzare lo spazio infiliamo i morti nei loculi per dritto, con la testa contro il muro e i piedi in fuori, nei primi secoli della Cristianità i morti venivano seppelliti per lungo. Così i ripiani si susseguono, come letti a castello. Poiché le tombe sono tutte aperte, e vuote (sono state sventrate per duemila anni, dai barbari e dai corpisantari, saccheggiatori di reliquie e resti umani), si ha limpressione di percorrere il dormitorio di un piroscafo, il vagone cuccette di un treno nel quale gli occupanti si sono semplicemente assentati per prendere aria sul ponte o ai finestrini. Sicché una catacomba, per quanto paradossale possa sembrare, non trasuda mai tristezza, ma evoca piuttosto un albergo economico, un ostello della gioventù. Però non è posto per chi soffre di claustrofobia. O di distrazione. Nello sterminato cimitero sotterraneo di santAgnese, uno di quei graffitari del passato, tale Tomaso Aquila, ha lasciato nel 1863 il seguente monito: "chi vo entrare qui dentro ci vo assai lume che se no perde la strada". Le catacombe infatti sono anche un labirinto. Di esistenze perdute oppure di memorie. In ogni catacomba, cè il martire e migliaia di cittadini anonimi, che avevano scelto di essere seppelliti lì proprio per stare vicino al loro santo preferito. La romana santAgnese, trucidata ad appena 12 anni da Diocleziano intorno al 303, è sempre stata una delle più amate (ciò spiega laffollamento del suo cimitero). La leggenda racconta che sfuggì alle voglie del figlio del Prefetto dellUrbe, e che per punirla lImperatore la sbatté, vergine, in un bordello. Dopo il martirio, fu sepolta in una proprietà di famiglia, dove in seguito sorse la catacomba e poi la basilica. Ma le catacombe sono anche una lezione sulle eterne differenze di classe. Il cristianesimo era una religione ugualitaria e democratica, e perciò le tombe dei cristiani dovevano essere tutte umilmente uniformi. E così furono allinizio. Poi però, il rigore cedette. Come da vivi, "al piano di sopra", i più ricchi godevano di una lussuosa dimora, così anche sottoterra alcuni non sapevano rinunciare, per il loro sonno, a una dimora più confortevole, con nicchioni in muratura, sarcofagi in marmo e arco dingresso coperto di pitture che raffiguravano scene di paradiso. Se i poveri dovevano accontentarsi di un loculo contrassegnato da una moneta, un vaso di vetro, un coccio o una conchiglia, i ricchi avevano ipogei privati e affreschi lussureggianti di fiori, alberi, pavoni, il Buon Pastore, Orfeo, Psiche e altre gradevoli figure. Gli affreschi sono forse il più stupefacente tesoro delle Catacombe (infatti per secoli hanno cercato di rubarli, staccandoli dai muri e massacrandoli). A Priscilla cè unimmagine davvero stupenda di Maternità: su un muro, nel buio, semicancellata dallumidità e dai secoli, alla luce della torcia a un tratto vi appare una donna con un bimbo in braccio. Sembra una romana col figlio. E la prima Madonna col Bambino della pittura occidentale. La catacomba di Priscilla è la più artistica fra quante sono oggi aperte al pubblico - delle altre parlerò nella prossima puntata. Anche per questo, forse, latmosfera che vi si respira è più intima e raccolta. La catacomba è gestita dalle Suore Benedettine di Priscilla, piccole ombre vestite di nero che vi accolgono nellatrio. Qui sotto non ci sono comitive schiamazzanti, e cè il grande silenzio che si addice al lungo sonno. In cubicoli, nicchie e archetti, ci sono altre immagini di tale raffinatezza da farci realizzare quale perdita per la nostra cultura sia stato il totale naufragio della pittura classica. Cè il miracolo dei tre giovani ebrei liberati dalla fornace e lo spirito santo come colomba, il sacrificio di Isacco e Giona sputato dalla balena, cè la mensa coi pani e coi pesci, cè Mosé che fa sgorgare acqua dalla roccia e Susanna insidiata dai vecchioni, Daniele fra i leoni e larca di Noè, la Fenice sul rogo e la prima donna, Eva. E cè perfino una scena di antica vita quotidiana: in una zona detta 'cubicolo dei bottai si vedono sette persone che spingono una botte. E qui, mentre guardo ammirata quegli artigiani di tanti secoli fa che hanno voluto portare allaltro mondo il ricordo del loro lavoro (ma oggi cè ancora qualcuno che farebbe incidere sulla lapide accanto al suo nome il proprio mestiere?), mi accorgo che laffresco reca una firma a carboncino. E Antonio Bosio. Perché ha firmato? Per dire che è passato di qui? Per poter tornare indietro? O forse perché, come me, ha apprezzato lorgoglio professionale dei bottai. Anche Bosio amava il suo lavoro. Bosio era uno scrittore. E anchio. Io, però, non ho firmato. Fate conto che lo sto facendo adesso. (2-continua)