Razzia tra i rilievi del Canova Strappati dal muro i marmi romani del grande scultore Già 11 reperti sono spariti. Lultimo, qualche giorno fa Ruberie senza fine dallatelier vicino al San Giacomo Nel 98 la Finanza ne recuperò due vicino Pietralata -------------------------------------------------------------------------------- Larmoniosa e simmetrica disposizione dei marmi antichi sembra ormai un sorriso massacrato dalla violenza delle estrazioni e dal fumo. Dove cera laltorilievo con "La caccia al cinghiale" ora è rimasto un vuoto che lascia intravedere, oltre lintonaco, i mattoni dello studio dove lavorava Antonio Canova: e sono ben 11 i buchi che si contano dopo che altrettanti rilievi romani - testimonianza della scultura classica che il grande artista veneto lasciò nel suo atelier di fronte al San Giacomo - sono stati rubati dagli anni Ottanta ad oggi, «lultimo dei quali pochi mesi fa» racconta Mara Albonetti, dellassociazione "Il Canovaccio". Mentre i reperti rimasti sulle facciate del palazzetto - una settantina di opere in tutto, tra sculture funerarie, frammenti architettonici, bassorilievi e pezzi di sarcofagi - oltre allattacco dei vandali hanno subito laggressione dellinquinamento: sotto le croste nere dello smog, il marmo si sfarina come gesso sottoposto comè al processo di solfatazione. "Da questo studio la scultura usciva rinnovellata per opera di Antonio Canova, Spqr, 1871", recita la targa posta accanto al numero civico 16, porta (ora murata) attraverso cui lautore della Paolina Borghese, delle Tre Grazie o del Monumento funebre a Clemente XIII in San Pietro, entrava nella sua luminosa e affollata (di allievi e committenti) bottega romana. Ma proprio accanto al tributo che nel 1871 Roma riservò al maestro di Possagno (1757-1822), la simmetrica disposizione a forma di croce di un gruppo di reperti classici è stata infranta dal furto di due marmi. «Ricordo ancora che la "Caccia al cinghiale" la portarono via alle due di pomeriggio, quando tutta la città seguiva i Mondiali di calcio vinti dallItalia nel 1982 in Spagna», racconta Mara Albonetti, dal 1977 a capo dellassociazione culturale "Il Canovaccio", che organizza mostre nellambiente dove il genio del Neoclassicismo, giunto a Roma 22enne nel 1779, rinnovò larte antica. Tra tele e grafiche contemporanee, alle pareti ci sono anche due rilievi canoviani rimasti qui dopo che lerede dellartista, labate Giovanni Battista Sartori, alla morte del fratellastro liberò lo studio dalle opere e vendette il palazzetto. E ci sono anche, ma poggiati su un tavolo, due marmi classici: il busto acefalo di un togato e il volto di un giovane. «Il primo era attaccato sul muro che dà su via Antonio Canova, laltro accanto alla nostra entrata, su via delle Colonnette» spiega Mara Albonetti. «I carabinieri di piazza in Lucina, ai quali sempre mi rivolgo quando accadono questi furti, undici in tutto, da 25 anni a questa parte, me li hanno dati in consegna dopo che stavano per rubarli». Una targa in marmo su via delle Colonnette ricorda che "Lo studio Canova è dichiarato di importante interesse ai sensi della legge 1.6.1939 n.1089". Il vincolo è stato posto da tempo. Ma lo Stato - che nel 1998 in un campo a Pietralata recuperò, ad opera delle Fiamme Gialle, due rilievi strappati dalla facciata lanno prima - ha le mani legate. Perché non può imporre al proprietario delledificio quella che - come ha fatto il Comune con i marmi allaperto di villa Borghese - è la soluzione più idonea per salvare le opere dalla razzia dei predoni darcheologia: sostituire i marmi appartenuti al Canova (nel 1802 nominato peraltro ispettore generale delle antichità e delle arti nello Stato della Chiesa) con copie in cemento. «Qualcosa bisogna assolutamente fare per far sì che non venga più depredato questo tempio della cultura neoclassica», commenta Giandomenico Romanelli, direttore dei Musei civici di Venezia e autore di numerosi saggi e libri su Canova. «Quando lo scultore veneto arrivò a Roma - spiega lo studioso - la città era ancora lombelico dellarte mondiale. E lui contribuì ad esaltarne la bellezza ricevendone la fama di un dio in terra: Canova è stato artista sopra i parametri poiché è stato lui stesso a dettarli. Per tutti questi motivi, i furti perpetrati al suo atelier di via delle Colonnette vanno considerati uno sfregio non solo al patrimonio romano o italiano, ma alla cultura di tutto lOccidente». ---------------- I marmi romani appartenuti ad Antonio Canova da anni vengono rubati dai muri dello studio dove lavorava lo scultore neoclassico. È stupito di questi furti, professor Andrea Carandini? «Stupito? Si tratta di spoliazioni alle quali siamo da tempo, purtroppo, abituati» risponde larcheologo che insegna alla Sapienza e che da anni scava e studia il Palatino alla ricerca delle origini di Roma. «Io non sono sorpreso di nulla - aggiunge - , la città è stata sempre saccheggiata dai ladri e non è da oggi che le sculture classiche nei parchi vengono danneggiate». Non solo il mondo antico è nel mirino dei ladri. È di questi giorni il furto dello stemma papale settecentesco in Santa Maria in Domnica alla Navicella. «Certo, depredano le chiese e portano via anche le insegne rinascimentali dai palazzi. Il problema è che si concentrano soprattutto sulle opere conservate in luoghi appartati, poco controllati. La soluzione è una sola: ricoverare al coperto gli originali ed esporre allaperto i calchi, come è stato fatto ad esempio a Villa Borghese». E laura dellopera? «Prendiamo il caso dello Studio Canova, il valore dei reperti classici è legato soprattutto al gusto antiquariale che informa la disposizione dei pezzi sulla facciata delledificio. Ebbene, limmagine di insieme non si perde certo se sono le copie ad essere affidate allattacco dellinquinamento». Una città clonata allaperto e loriginale sotto vetro. Non la spaventa questa visione urbana? Dopo il Marco Aurelio, sostituirebbe con una copia anche la colonna Traiana? «Un momento - precisa lo studioso che sta lavorando allopera in tre volumi "La leggenda di Roma" - la statua equestre dellimperatore, dopo il restauro che ne rivelò le dorature, non poteva più essere esposta allinquinamento. E alla copia, con il passare degli anni, ormai ci abbiamo fatto locchio. Mentre la Traiana, che è scultura e architettura al tempo stesso, grazie alla manutenzione non mi risulta sia così in pericolo da far ipotizzare la rimozione». Oltre alle copie, quali altri provvedimenti prevengono i furti? «Le telecamere, soprattutto nei luoghi meno frequentati e controllati». Non la spaventa una città videocontrallata? E la privacy? «Il problema esiste. Ma, per quanto mi riguarda, che mi filmino pure se questo è il prezzo da pagare per salvare il patrimonio artistico dalle razzie dei predoni».