Quando nel 1984 Donald Garstang pubblicò, presso leditore Zwemmer di Londra, il suo fondamentale studio su Giacomo Serpotta e gli stuccatori di Palermo, sullopera del grande artista siciliano gravava ancora il fraintendimento critico di chi tendeva a considerarla come un momento eccezionale materializzatosi nellisola, forzando quasi dal nulla il contesto locale attardato e provinciale. Al punto che, per giustificarne il valore, veniva ipotizzato come necessario un soggiorno romano (non documentato dalle fonti) che lo avrebbe messo in contatto con un ambiente più fertile e innovatore. Il libro dello studioso statunitense (poi edito in Italia da Sellerio nel 1990) ribaltava questa prospettiva storiografica, ricollocando il magistero di Serpotta allinterno del grande cantiere palermitano che tra Sei e Settecento aveva ridisegnato la fisionomia della città con interventi urbanistici e imprese architettoniche e decorative di grande respiro, in cui si intrecciava una complessa cultura figurativa in continuo contatto con le fonti e i modelli del barocco italiano. A distanza di oltre ventanni, Garstang è ritornato su quel saggio, mantenendone limpianto complessivo e sottoponendo quella ricerca a una serie di verifiche e aggiornamenti in una nuova pubblicazione edita da Flaccovio ("Giacomo Serpotta", pagine 272, con un ricco corredo iconografico e magistrali fotografie di Melo Minnella in bianco e nero e a colori). Il metodo seguito da Garstang si basava su due fondamentali direttrici complementari: da un lato collegare Serpotta alla tradizione della scultura locale, e quindi agli apparati monumentali che andavano sorgendo ad opera di artefici quali Carlo dAprile o Gaspare Guercio dalla metà del Seicento, ivi compresa la decorazione in stucco che già alla fine del Cinquecento si era affermata in Sicilia come una tecnica più economica e comunque capace di sofisticati effetti di modellato; dallaltro ricostruire quel fitto repertorio formale e compositivo che affluiva, a Palermo come altrove, attraverso disegni, incisioni e pubblicazioni a stampa, offrendo a Serpotta loccasione di prestiti iconografici poi rimodulati nellinconfondibile fraseggio ritmico delle sue invenzioni. Un compito di enorme fascino, che permette oggi di entrare con maggiore consapevolezza di strumenti interpretativi nel laboratorio dello scultore e di seguirne il metodo di formulazione delle immagini. Ma anche unimpresa tuttaltro che facile, visto che tra le fonti di Serpotta compaiono, di volta in volta e spesso uno accanto allaltro, disegni di artisti e architetti attivi a Palermo talvolta in équipe proprio con la bottega serpottiana come Antonio Grano, Giacomo Amato e Paolo Amato; e citazioni di opere di Rubens, di Bernini ma anche di artisti molto meno noti, come Eustache Le Soeur, dal cui "Martirio di San Lorenzo" ad esempio viene presa di peso lintera composizione per la scena modellata nelloratorio di San Lorenzo. Oltre che, naturalmente, i riferimenti da tempo acclarati dei rilievi dei Gagini, tradotti dalla severità spaziale cinquecentesca alla verve narrativa settecentesca, e della "Iconologia" di Cesare Ripa, vero livre de chevet per gli artisti dellepoca, che peraltro Serpotta non di rado modifica e altera a suo piacimento. Un vero e proprio ginepraio figurativo insomma, nel quale per orientarsi occorre una strumentazione filologica ben salda. Rispetto alledizione del 1984, Garstang ha precisato innanzitutto la congerie di attribuzioni, sciogliendo per esempio in termini favorevoli lipotesi di riconoscere a Giacomo (e non al fratello Giuseppe) gli stucchi dellOratorio di San Mercurio. Ma ha anche ulteriormente rinsaldato la pratica della decorazione a stucco con laltra grande tecnica dominante nei cantieri palermitani nei decenni a cavallo tra Sei e Settecento, quella dei marmi a mischio. Così la grandiosa cappella Oneto nella chiesa di San Giuseppe dei Teatini viene adesso parzialmente ricondotta alla mano di Gaspare Serpotta, padre di Giacomo e capostipite della tradizione familiare. E un ruolo centrale viene definitivamente riconosciuto a quel capolavoro semiclandestino del tardobarocco palermitano che è la decorazione a marmi mischi e tramischi delle absidi di Casa Professa, dove, uno a fianco allaltro, come capitava sovente, lavorano Giacomo Serpotta, autore dei modelli in creta dei grandi teatri delle nicchie, eleganti come melodrammi, con i paesaggi a commesso a iridescente fondale policromo, Antonio Grano, pittore e decoratore e in questa occasione architetto responsabile dei lavori, e Gioacchino Vitagliano, cognato di Serpotta ed esecutore in marmo dei suoi bozzetti. Altrove, per visitare questa grandiosa macchina scenografica che ripete in pietre e marmi pregiati i sontuosi apparati effimeri, ci sarebbe la fila; da noi, per vederla, bisogna intrufolarsi sperando che nessuno vi richiami. Sarà solo questione di marketing?