L'Opificio delle pietre dure di Firenze, da sempre a disposizione per la ricerca scientifica e il restauro delle opere d'arte dei musei fiorentini (e non solo), da undici anni con propri esperti collabora alle indagini sul David di Michelangelo, struttura e superficie. Ultimamente, su richiesta dei colleghi Paolucci e Falletti, ha messo a disposizione il suo «Settore dei materiali lapidei» e (in particolare) l'esperienza della restauratrice Cristina Samarellì,per eseguire prove di pulitura della superficie marmorea della statua. In seguito al risultato positivo dì quelle prove, Paolucci e Falletti d'accordo con Cnr-Icvbc e altri istituti scientifici hanno optato per il metodo indicato dall'Opificio; e come tutti sanno la restauratrice designata, Parronchi, non intendendo applicare tale metodo ha rinunciato all'incarico. Fin qui i fatti: dopo, le polemiche, schematizzate dai mass media in «restauro sì» o «restauro no», pulire «a secco» o pulire «ad acqua». Con le note prese di posizione (non imprevedibili) e vasta eco planetaria. Se do voce alla posizione dell'Opificio, e mi costa farlo perché detesto le polemiche artificiose e strumentali, è per tentare di sgombrare il campo dalle storture subentrate e da veri e propri sfondoni scritti e sottoscritti, che nel trasformare il caso (in particolare la contrapposizione pulitura «a secco»-pulitura «ad acqua») in una bega da lavanderia intorno a un capo delicato, fanno perdere dì vista alcuni dati oggettivi. Mettiamola così: il David ha ricevuto in passato interventi che gli hanno aggiunto e poi tolto e poi ri-aggiunto sulla «pelle marmorea» sostanze di vario genere. Gli studi scientifici più che decennali dimostrano che, annidate nei pori del marmo e sparse in superficie, si sono formate o sono rimaste sostanze non innocue, anzi pericolose: in particolare il gesso, che cristallizzando aumenta di volume e preme i microgranuli di marmo intorno, fino a sgretolarli e a farli cadere. E' un processo che si attiva con le variazioni di umidità e può rappresentare una minaccia, nel tempo, per l'integrità della statua. Quindi, restauro sì: il gesso va rimosso a fini di conservazione. Sulla pelle del David ci sono poi residui di sostanze organiche (soprattutto cera) che formano macchie visibili anche a occhio nudo; ma poiché non costituiscono fattori di degrado, si prenderanno decisioni in merito più avanti. Il metodo «a secco», proposto da Parronchi, non è affatto soft, come viene definito con suggestivo termine inglese. Comporta strofinanti, pressioni o trasferimenti di depositi da un punto all'altro della superficie e lascia gran parte del gesso nei pori. Il metodo «ad acqua», scelto dalla commissione scientifica e testato dalla restauratrice dell'Opificio, è invece tutt'altro che aggressivo e abrasivo: aggettivazione che respingo in quanto non solo impropria, ma lesiva dell'etica stessa che guida il nostro operato, e che mi riservo dì impugnare nelle sedi opportune. La pulitura «ad acqua» si svolge applicando impacchi di cellulosa impregnati d'acqua distillata, per tempi di contatto decisi in anticipo con larga misura di prudenza, molto ridotti e, naturalmente differenziati a seconda della zona. Non esistono procedure più innocue e graduali di questa, che ha il vantaggio di asportare una parte consistente del gesso. Che cosa autorizza a credere che così non si rispetti la varietà d'aspetto della superficie della statua, che consideriamo anch'essa un valore da salvaguardare, con una sorveglianza critica costante sulle operazioni di pulitura? Che cosa autorizza a credere che si adoperino sostanze pericolose, i non meglio identificati chemicals demonizzati da un romanziere? Pare che l'intera faccenda vada sempre più a somigliare ad altri tormentoni del nostro tempo, che adora gli schieramenti basati sulla più completa disinformazione, usando termini tecnici in libertà e a casaccio. Si sostiene perfino, e su un quotidiano autorevole, che «a secco» sì recupera l'olio dato da Michelangelo: che, se mai c'è stato, non è certo più lì da un pezzo. Bene, alla fine della fiera è probabile che ognuno rimanga del proprio parere. A quelli che partano di restauro come se non fosse un mestiere con la sua etica, le sue regole e i suoi saperi, ma una semplice materia d'opinione, auguro solo una cosa: di non trovarsi di fronte, il giorno che avessero problemi di salute, a una struttura sanitaria dove le terapie e magari gli interventi chirurgici fossero analogamente materia d'opinione, senza tener conto dei risultati delle analisi. Perché la loro pelle, in quel caso, correrebbe rischi molto, ma molto più seri che non ora la pelle del David.