Ci risiamo? Nel corso degli anni Sessanta (del secolo scorso, intendo) una forte tendenza intellettuale, motivata soprattutto da istanze storico-artistiche (ricordo per tutti il nome di Maurizio Calvesi), sdoganò il movimento futurista dallaccusa, di matrice prettamente antifascista, di collusione con il fascismo: attirando lattenzione soprattutto sugli aspetti formali, stilistici, ideali, persino antropologici, di quella peculiare rivoluzione avanguardistica, che fu appunto il futurismo. Nei decenni successivi, questa è la strada che gli studiosi più seri, nel campo storico-artistico come in quello storico-letterario, hanno continuato a battere. Mi permetto di ricordare (dopo le polemiche tra Gasparri e Rutelli, ndr), perché a qualcuno può essere sfuggito, che nel 1986, in tempi non sospetti, e sotto legida di uno studioso non sospetto come Renzo De Felice, si svolse a Venezia un Convegno su Futurismo, cultura e politica (i cui atti furono pubblicati nel 1988 da un editore non sospetto, la Fondazione Giovanni Agnelli), in cui proprio questo tema fu affrontato, sviscerato e rivoltato da molteplici punti di vista (culturale, disciplinare, politico-culturale, ecc.). Relatori, fra gli altri: G. L. Mosse, L. De Maria, A. Asor Rosa, U. Carpi, E. Gentile, E. Crispolti. (Ah, dimenticavo: il Convegno si svolgeva ai margini di una splendida mostra, Futurismo Futurismi, organizzata da Palazzo Grassi, di cui dovranno ricordarsi, per non sfigurare, gli eventuali organizzatori di future mostre sul Futurismo in occasione del centenario). Le conclusioni di quei discorsi, non univoche ma convergenti, furono che il futurismo, fenomeno del resto non semplicemente italiano ma europeo, aveva trovato i suoi momenti più alti nella delineazione di un universo autre, fatto di forme, segni, colori, parole (e nella privilegiata rottura macchinistica di forme, segni, colori, parole) - e cioè in unoperazione assolutamente analoga anche se diversa rispetto a tutti gli altri esperimenti avanguardistici dei primi trentanni del Ventesimo Secolo - e non nella identificazione con una qualsiasi delle tendenze idealpratiche allora dominanti. Naturalmente, nessuno può escludere la connessione biografico-esistenziale fra intellettuali futuristi e fascismo (come del resto in altre situazioni fra intellettuali futuristi e comunismo: per esempio, ovviamente, in Russia; ma già nel suo saggio precedentemente richiamato Carpi segnalava una forte presenza di anarchici e comunisti fra gli stessi futuristi italiani). Ma non è certo questo il nocciolo dellinnovazione e della rottura futuriste: soprattutto tenendo conto che - e anche questa è opinione comune - quando il fascismo come movimento nasce, il futurismo è già entrato nella sua fase di declino. Da questo punto di vista, dunque, se ne potrebbe parlare come uno dei tanti movimenti eversivi (o pseudo tali), antiborghesi, antisocialisti, antigiolittiani, che precedettero il fascismo e lo prepararono (ma in forma sommamente generica, beninteso), più che come una sua costola ideologico-espressiva (avviandosi viceversa il fascismo, divenuto regime, verso un imponente monumentalismo classicheggiante, come del resto il suo fondatore, leversore Filippo Tommaso Marinetti, verso lAccademia dItalia). Ma tutto ciò è ormai definitivamente assodato, è ormai per tutti come labecedario per bambini, non varrebbe neanche la pena di accennarne. Se invece qualcuno ubbidisce ancora oggi allimpulso anacronistico di riportare il movimento futurista nellalveo del movimento, poi regime fascista, allora la querelle è destinata inevitabilmente a ricominciare da capo e dovremo aspettare altri ventanni perché qualcun altro ripeta, a tutto vantaggio del futurismo, beninteso, la stessa operazione di sdoganamento già totalmente compiuta fra venti e quarantanni fa. Non sarebbe il caso di risparmiare il fiato per imprese migliori?