Sulla questione Mose nonostante la pirotecnica campagna di stampa prodotta dal sindaco Massimo Cacciari, dal ministro Pecoraro Scanio e da alcuni parlamentari veneziani non c'è nulla di nuovo da dire perché nulla di utilmente nuovo era contenuto nelle «migliaia» di pagine delle proposte alternative di Cacciari. Il mio intervento riguarda invece la totale rimozione da parte degli oppositori al Mose del tema cruciale della messa in sicurezza di Venezia e della laguna da una mareggiata simile a quella del 4 novembre 1966 (nonostante che si sia sfiorata una identica tragedia il 6 novembre 2000 e che il «periodo di ritorno» dell'evento catastrofico sia sceso al di sotto dei cento anni) e, dall'altro, il disprezzo da parte degli oppositori della «metodologia dell'amministrazione», come la chiama Rossana Rossanda, degli esiti di processi decisionali tecnicamente e democraticamente fondati se non addirittura validati dalla magistratura amministrativa, quando questi si permettano di non coincidere con quelli degli stessi desiderati. Come è possibile che un progetto inteso a mettere in sicurezza un bene culturale di valore inarrivabile, come Venezia, e un bene ambientale di valore inestimabile, come la sua laguna, sia dipinto da alcuni come un progetto «contro» l'ambiente e i beni culturali? Perché si continua a combattere decisioni prese nelle sedi competenti, nei modi e nei tempi rispettosi di leggi e regolamenti? Le cause possono essere molte, ma una riflessione intellettualmente onesta dovrebbe accettare di discutere questa anomalia italiana, che pesa come un macigno sulla stessa credibilità di molte battaglie civili. Quando una grande questione etica, come quella della preservazione dell'ambiente, diventa «fondante» per una forza politica, che ne fa una ragione di identità, visibilità e vita, il «conflitto di interessi» è dietro l'angolo, e le possibilità di travisamento diventano reali e pericolose. Per due anni da ministro dei lavori pubblici del primo governo Prodi ho dovuto confrontarmi con le resistenze alla «variante di valico» Bologna-Firenze o allo sblocco di molti cantieri (dighe, strade, acquedotti, opere di difesa del suolo, etc.) ritmate anche sui calendari elettorali; come veneziano, come ministro e poi come sindaco di Venezia ho dovuto combattere per anni con il «rifiuto ambientale» del Passante di Mestre o con vincoli «equivoci» al risanamento di Marghera. Il caso del Mose fa storia a sé; anche se paradossalmente il mio sì condizionato, da sindaco, all'avanzamento del progetto era stato avallato anche da Verdi e Rifondazione. In molti casi non avevo di fronte interlocutori sereni. Potrei fare molti esempi di soluzioni rinviate a momenti nei quali se ne potesse minimizzare l'impatto elettorale negativo. In altri Paesi, vedi gli Stati Uniti, si è cercato di sottrarre la difesa dell'ambiente al gioco delle parti politiche: non affidandolo cioè a un ministro - né tanto meno a un ministro-capo partito - ma ad una agenzia indipendente che si confronta con tutte le amministrazioni sul solo terreno culturale, amministrativo, giuridico. Il nostro difetto istituzionale è comune ad altri Paesi europei. Il difetto politico di un partito che ha l'esclusiva sul tema ambiente è invece un'anomalia italiana. Anomalia che la sinistra dovrebbe correggere. E altrettanto dovrebbe dirsi per un atteggiamento simile legato alla traduzione politica di giuste istanze partecipative dal basso, alla voce da dare alle popolazioni locali nei confronti di progetti i cui eventuali benefici vadano a vantaggio di comunità più ampie. Anche in questo caso la difesa ad oltranza di ogni posizione «nimb» (non nel mio giardino) rischia di produrre effetti devastanti. L'investimento politico nella soluzione di giuste esigenze come quelle ambientali si traduce spesso in un vulnus grave proprio di movimenti politici che hanno difficoltà a trasformarsi in forza istituzionale. Mi riferisco a una sottovalutazione della certezza del diritto, del valore delle continuità amministrative e delle decisioni dell'amministrazione in quanto tale. Sono questi i temi sui quali la sinistra oggi dovrebbe riflettere; e sui quali mi auguro che la discussione non si chiuda in maniera troppo sbrigativa. Paolo Costa