Agli Uffizi, il massimo dirigente guadagna 1600 euro al mese. Alla National Gallery di Londra ne troverebbe 14 mila in busta paga Colpa dell'eccessiva burocratizzazione del sistema Ah, l'Italia. II Paese dell'arte. Il Paese dove il direttore degli Uffizi, un museo che attira ogni anno un milione e mezzo di visitatori, ogni mattina si alza, compra i giornali e se li porta al bar. li tira fuori dalla tasca un paio di forbici e si fa da solo la rassegna stampa, perché il suo museo non ha i soldi per pagare un ufficio stampa. D'altronde, il suo museo non ha nemmeno i soldi per pagare lui. È di qualche tempo fa infatti la notizia che Antonio Natali, promosso da curatore di dipartimento a direttore, avrebbe guadagnato 1600 euro al mese. Il (piccolo) scandalo sul (piccolo) stipendio del direttore degli Uffizi, è scoppiato quando il "Sole "24 Ore" ha pubblicato la cifra con cui si corona un carriera lunga venticinque anni. Sottolineando anche il fatto che la nuova carica è incompatibile con altre, quindi Natali ha dovuto rinunciare a una cattedra universitaria. Una situazione gravissima Il caso degli Uffizi non è che una goccia nel mare della povertà dei nostri musei. Argomento tabù, perché in certi ambienti parlare di denaro è considerato molto, molto volgare. Natali stesso «non ama parlare di quanto guadagna», e la cosa è comprensibile. Ma siccome il neodirettore degli Uffizi è un uomo di spirito, ci permettiamo di chiedergli se sappia invece quanto vengano pagati i suoi colleghi dei musei europei «No che non lo so - risponde Natali - e mi guardo bene dal chiederlo quando li incontro. Va bene prenderla con ironia, ma non mi piace fare la figura dello straccione! Però è facile intuire che qualche differenza ci sia. Ai convegni io arrivo conia mia macchinala e loro in Mercedes, ci manca solo che vada anche a raccontare che guadagno una miseria. D'altronde la situazione è drammatica a tutti i livelli. Pensi che persine i sovrintendenti si muovono sul territorio a loro spese, perché il fondo-benzina che ricevono è talmente povero che di solito finisce nei primi tre mesi dell'anno!». Il fatto che Natali riesca a sorridere della situazione non cambia la realtà dei fatti: la situazione dei musei italiani è gravissima, e il confronto con il resto del mondo imbarazzante. Lo dimostra una conversazione con Charles Saumarez Smith, direttore della National Gallery di Londra. Che risponde volentieri a (quasi) tutte le domande: «Mi sembra positivo che se ne parli e si discuta sul valore delle professioni legate all'arte. Mala mia impressione è che le cose non cambieranno facilmente in Europa: come in ogni settore del mercato i prezzi salgono quando c'è scarsa offerta, cioè quando ci sono pochi candidati qualificati. In America succede così, e gli stipendi dei direttori sono notevoli». Dal momento però che l'Italia difficilmente rimarrà a corto di bravi storici dell'arte, la cosa non è per noi di grande consolazione. Ma Mr. Saumarez Smith, per esempio, quanto guadagna? «Si tratta di informazioni pubbliche» risponde, senza rispondere. Tocca a noi scoprire che per l'anno passato risulta una cifra annuale di 111720 sterline, cioè 166695 euro. Più o meno 14000euro al mese, quasi nove volte la paga di Natali. Il mondo del restauro Per farlo sentire in buona compagnia, allarghiamo l'osservatorio a un'altra realtà ricca di paradossi; il mondo del restauro. Oggi l'Italia è il Paese dei più bravi restauratori del mondo. È qui che musei e collezionisti di tutto il pianeta mandano i loro tesori quando sono bisognosi di cure, è qui che gli aspiranti restauratori vengono a studiare per raggiungere l'eccellenza. Ma anche per loro la retribuzione none dorata. Lo consegna il direttore dell'Istituto Centrale del Restauro, Caterina Bon Valsassina, autrice anche del volume "Restauro Made in Italy" appena pubblicato da Electa: «Un restauratore di massimo grado, alla fine di una carriera ventennale, guadagna 1200-1300 euro al mese. A queste figure è affidato non solo il restauro di opere delicatissime, ma anche il compito fondamentale di insegnare ai giovani. Questo secondo lavoro didattico, che porta via molto tempo, non viene però retribuito». Per capire dove stia la radice di questa situazione dobbiamo ricorrere alle competenze di un esperto, Alberto Garlandini della Direzione Generale Cultura della Lombardia, che svela l'arcano: «È colpa del nostro sistema burocratico. A parte i Poli Museali, gli altri 464 musei dello Stato non hanno un direttore, ma dei funzionari direttivi Ciò significa che si tratta di dipendenti statali, benché "apicali", la cui paga procede per scatti all'interno di tabelle fìsse che variano da Regione a Regione. Si tratta di un quadro desolante, in cui anche l'autonomia gestionale è assai ridotta. All'interno dei nostri musei il livelli decisionali sono bassissimi. È difficile sostituire chi se ne va e praticamente impossibile assumere dall'esterno, il che impedisce di far entrare nei musei personaggi esterni competenti, o con esperienze internazionali. La vera anomalia è che in Italia ci siano quasi 5OO musei statali. In Francia sono 34, in Spagna solo 4! Questa centralizzazione è anomala e controproducente». Burocrazia e centralismo Le osservazioni di Garlandini a livello europeo sono confermate dagli stipendi di chi lavora nel museo pubblico più celebre di Spagna, il Prado, dove un conservatore di massimo livello guadagna 20.079,15 euro l'anno, esattamente quanto guadagnerebbe agli Uffizi. Ma ci sono casi in cui la distinzione tra pubblico e privato è meno significativa di una riflessione allargata sulla legislazione che regola il mondo dell'arte. Caterina Bon tiene infatti a spiegare che «nel settore del restauro è poco rilevante la distinzione tra chi è dipendente statale e chi lavora per imprese private, perché si tratta di un campo regolato dalla legge Merloni, la stessa che disciplina gli appalti pubblici per autostrade e imprese edili. Quando mettiamo in restauro una tela di Caravaggio, per esempio, siamo legati da norme che ci impediscono di scegliere il restauratore più esperto. Dobbiamo muoverci tra le offerte come se stessimo asfaltando una strada o costruendo un ponte. Per lo stesso motivo anche il restauratore privato ha le mani legate. Non solo guadagna pochissimo, ma spesso spende di tasca sua: se gli hanno insegnato che senza un certo tipo di analisi stra-tigrafica non si comincia un lavoro, e i fondi per quell'indagine non sono stati stanziati, paga di suo». Per comprendere il rapporto tra settore pubblico e privato abbiamo parlato allora con Annalisa Zanni, direttore del Museo Poldi Pezzoli di Milano, che è per statuto una fondazione artistica: «D vantaggio di una fondazione in confronto a un museo statale è l'agilità estrema. I tempi che trascorrono tra un progetto e la sua realizzazione sono rapidissimi. Sul versante finanziario le fondazioni come la nostra non partono sempre avvantaggiate, anzi sono fragili perché non è garantita nessuna copertura economica di base, però il rap -porto con eventuali sponsor privati è più immediato. Se la legislazione incentivasse i privati a sostenere anche i musei pubblici, cosa che attualmente non fa, qualcosa cambierebbe». Conclude Natali: «Oggi i politici usano molto l'espressione "giacimenti culturali". Ma se il nostro patrimonio artistico fosse un'azienda, nessun manager maltratterebbe così le fondamenta del suo profitto. Quello che bisogna fare davvero è invertire una tendenza ideologica. Luoghi come gli Uffizi sono importanti per l'educazione di un popolo». MUSEI II direttore del museo degli Uffizi, uno dei più importanti del mondo, guadagna allrìncÌrca1600 euro. Il suo omologo della National Gallery di Londra si trova in busta paga circa 14 mila euro al mese RESTAURATORI I restauratori italiani (considerati i più bravi del mondo) lavorano sui massimi capolavori dell'arte antica per una cifra irrisoria: 1200-1300 euro al mese. L'attività didattica (obbligatoria) non è retribuita BUROCRAZIA Nel nostro Paese esistono oltre 500 musei statali i quali godono di scarsa autonomia gestionale