OPERE TRAFUGATE Il ministro dei Beni Culturali ribadisce: quei reperti archeologici appartengono all'Italia. Ora il museo di Los Angeles non può più indugiare e deve restituirli Il Circo delle trattative con il Getty Museum è finito, restituisca tutte le opere che l'Italia rivuole. A 6 ha rinunciato (una era della Grecia), ma sulle altre 46 il ministero per i beni culturali - sostiene il ministro Francesco Rutelli - non può recedere perché commetterebbe un reato a non rivendicarli: quei reperti archeologici appartengono all'Italia e c'è un diluvio di documentazione, foto polaroid e appunti sequestrati, a provarlo. Non solo questo, indica il dicastero con avvocatura dello Stato a dar man forte: gli acquisti del museo californiano, per così dire sotto osservazione, coprono un arco di tempo che va dal '73 al '90; in realtà i pezzi sospettati sono un 250, forse 300; raccogliendo frammenti vari il museo ha assemblato veri capolavori, tipo vasi attici, e qualcuno si chiede quanto ci sia di casuale; c'è il sospetto che collezioni private poi donate eo acquisite siano servite a mascherare passaggi tutt' altro che limpidi. Sul caso Getty Rutelli convoca una conferenza stampa non a caso nel museo nazionale romano di Palazzo Massimo vicino alla Stazione Termini, là dove alloggiano 13 pezzi restituiti senza discutere dal Museum of Fine Arts di Boston, e intima quello che suona come un ultimatum: delle 46 opere reclamate, oltre ai 25 pezzi più uno accordati, il Getty restituisca i 21 pezzi che non vuol ridare, inclusa la Venere di Morgantina su cui l'intesa pare vicina, incluso l'Atleta in bronzo, pescato nell'Adriatico al largo di Fano, che l'istituto californiano ritiene non vi siano prove per dimostrare che sia stato pescato in acque italiane. «Ma le indagini dei carabinieri dimostrano in modo incontrovertibile che l'Atleta è sbarcato in territorio italiano, non è stato segnalato, qui è stato venduto, da qui è stato esportato in clandestinità». Il Getty «si ostina incomprensibilmente a non voler restituire» nonostante abbia abbracciato una linea che esclude l'acquisto di opere trafugate o incerte. E se il Getty non acconsente? Il neo direttore Michael Brand finora non ha mostrato segni di cedimento. «Non possiamo recedere. Nel 2007 o ci sarà un accordo (cioè con la restituzione di tutti i pezzi rivendicati) o ci sarà una rottura», risponde il ministro. «E prenderemo iniziative». Anche perché procedono bene, dice, trattative con musei internazionali e collezionisti privati di cui per ora si tace il nome. Il ministero alza quindi il tiro andando più a fondo per dichiarare, pubblicamente, anche ai media internazionali, che a Los Angeles c'è stato del marcio. Aggiungendo un dossier esemplificativo di 11 dei 21 pezzi per dimostrare che sono finiti in California illegalmente: c'è una statua di Tyche in marmo con foto dal sito del Getty e foto analoga sequestrata a Giacomo Medici, già condannato in primo grado perché giudicato al centro di un vasto smercio internazionale di opere trafugate finite per vie traverse al Getty; c'è la foto di un pannello di affresco pompeiano proveniente con buona probabilità da Boscoreale e «staccato in modo delinquenziale», attacca Rutelli; ci sono, ancora, foto di anfore e vasi attici; foto di bardature, pettorali, elmi, un candelabro dalla Magna Grecia, «bellissimo complesso di bronzi pubblicato nel Getty Journal del 1984 dove non vengono fornite indicazioni sulla provenienza», passati per le mani di tal Becchina, corredati da fotocopia dei prezzi in dollari. Il ministero squaderna quindi documenti già presentati in tribunale, alla Procura, dove è in corso il processo all'ex curatrice del Getty, Marion True, e altre persone accusate di traffico illecito di antichità. Ma, sostiene Rutelli, la magistratura farà il suo corso e se pure emetterà condanne che cadranno in prescrizione per il tempo trascorso il discorso non cambia di una virgola. Cambia invece, o meglio si definisce con più precisione in una sede che non è un tribunale ma nel museo romano con un messaggio alla stampa internazionale, il quadro del malaffare. Intanto gli acquisti incriminati coprono quasi vent'anni. «E il traffico dei frammenti - osserva l'avvocato di Stato Fiorilli - è stato strumento per acquisizione del tutto». Ovvero si assemblano opere complete. Il che denota almeno una strategia nella «campagna acquisti»? Parrebbe. Di sicuro tanti di quei frammenti sono arrivati a Los Angeles senza dichiarazioni doganali, sottolinea l'avvocato. «I 52 pezzi inizialmente rivendicati sono un pacchetto. Di altri 35, ad esempio, non parliamo», indica Fiorilli. Perché il negoziato è difficile. E ancora: echeggia, nella sala del museo, il nome della collezione Fleischmann, una delle più ricche raccolte private di sculture, gioielli, frammenti, pezzi d'affresco dal 2.600 a.C. al 400 d.C., dalla quale il Getty, quando Marion True era a capo del reparto antichità, ha in parte acquisito e in parte ricevuto in dono 300 pezzi greci, romani ed etruschi. Dall'origine incerta? Va comunque ricordato che The Art Newspaper, mensile in inglese del Giornale dell'arte, già nel '96 scriveva che quell'acquisizione contrastava con la dichiarata politica del Getty di allontanarsi «dal mercato di antichità senza provenienza» (documentata).