Il David di Michelangelo non è di torrone. Non si scioglie a toccarlo con impacchi d'acqua distillata, non si consuma a spolverarlo con un pennello morbido. Il David non è di torrone ma è il David. È la statua più bella del mondo, è l'uomo più bello del mondo, è un totem dell'immaginario turistico universale, come la Gioconda del Louvre, come la Venere di Botticelli. Questo spiega il clamore giornalistico rimbalzato da una capitale all' altra d'Europa e d'America alla sola notizia non già di un restauro ma di una leggera, leggerissima pulitura; un intervento che potremmo definire di igiene superficiale che ha lo scopo di rendere visivamente più gradevole una scultura offuscata dalla polvere e dal sudiciume accumulati e consolidati attraverso qualche decennio. L'anno prossimo il David compirà cinquecento anni. Era l'otto Settembre del 1504 quando Michelangelo Buonarroti, un artista non ancora trentenne ma già celebre in Italia e in Europa, "scoprì" il David sul sagrato di Palazzo Vecchio. Giorgio Vasari scrisse che quella statua vinceva definitivamente gli antichi. D'ora in poi non c'è più Fidia né Prassitele. Chi ha visto il David ha visto tutto e ha capito tutto. Così il Vasari. Dopo cinque secoli la gloria della scultura è cresciuta ancora, se possibile. Oltre un milione di persone dai quattro angoli del mondo attraversano ogni anno il portone dell'Accademia solo per vederla e per dire di averla vista. Ecco perché il nostro restauro, ancorché leggerissimo ancorché minimalista non è un restauro ma un "mito restauro": il restauro di un mito cioè. Il David si colloca all'interno di una bolla mediatica che la notizia della pulitura ha dilatato fino al parossismo. Ai colleghi storici dell'arte che hanno firmato una lettera di educata preoccupazione in vista dell'intervento che avrà inizio fra poco più di un mese voglio dire di stare tranquilli. Il David è in buone, buonissime mani e, soprattutto, ha dietro di sé un lavoro di diagnostica assolutamente stupefacente. La pulitura programmata non è che l'ultimo segmento di una indagine conoscitiva incominciata più di dieci anni fa con l'obiettivo di analizzare la statua in ogni sua parte e sotto ogni possibile punto di vista. Una indagine che ha coinvolto e coinvolge l'Opificio delle Pietre Dure, il Centro Nazionale delle Ricerche di Firenze, Milano, Roma, Perugia, Pisa, sei Istituti Universitari italiani dal Politecnico di Milano a Bologna e due americani (il Lawrence National Laboratory e la Stanford University), l'INOA (Istituto Italiano Ottica Applicata) e l'ENEA (Ente Nazionale per l'Energia Alternativa). Nessun intervento di pulitura su un'opera d'arte è mai stato coperto da un ombrello tecnico scientifico altrettanto vasto, autorevole, affidabile. Non è possibile sbagliare e non sbaglieremo. Un'ultima cosa vorrei dire al mio amico James Beck, estensore della lettera degli storici d'arte sul restauro del David e promotore della campagna giornalistica. Noi italiani non abbiamo praticamente più alcun primato nel mondo. Ma il primato nel restauro e nella scienza della conservazione sappiamo di averlo e ne siamo orgogliosi.