Caloroso consiglio: andateci di corsa. Fate come i 1.600 torinesi di sabato e i 2.500 di domenica, tutti a Palazzo Madama. Telefonate ai vostri amici vicini e lontani, chiamate i parenti, dite alle maestre e ai professori dei vostri figli che è qui che li dovranno portare subito, altro che gite scolastiche chissà dove. Regalatevi un giorno intero, tutto e solo per voi, e se proprio siete tirchi almeno mezzo, poi andate in piazza Castello, mettetevi in coda (la coda, inevitabilmente, si formerà) e quando varcherete il portone del nuovo Museo Civico d'Arte Aulica staccate il cellulare, sconnettetevi dal resto del mondo e dalle incombenze quotidiane, ficcate l'orologio in tasca (anche quello, meglio dimenticarlo) e preparatevi a godervi la bellezza allo stato puro. Ci sono voluti nove anni di restauro. Diciannove, in tutto, di chiusura. Ma potevano mettercene pure il doppio, se poi il risultato è questo. Due le possibilità: orientarsi seguendo il percorso storico, tappa dopo tappa, piano dopo piano, oppure divorare il banchetto con bulimica voracità, riempiendovi gli occhi invece dello stomaco e perdonando a voi stessi i salti, gli scarti, le incongruenze da visitatore affamato. Con buona pace degli studiosi, anche il secondo metodo funzionerà. La prima sensazione è qualcosa che resta dopo: la prima ad essere percepita, vogliamo dire, quando la visita si conclude. E c'entra con i colori (ne parliamo poi). La seconda sensazione è l'estrema lucentezza degli oggetti, dei dipinti, degli stucchi, degli ori, degli affreschi (come vedremo, c'entra qualcosa con la prima sensazione). La terza sensazione è una considerazione: in questo museo, la prima opera d'arte è il museo stesso. Perché i muri che ospitano i quadri non sono meno belli, e preziosi, dei quadri stessi. E i palchetti non sono meno affascinanti, nei loro disegni, dei tavoli appoggiati sopra. È una bellezza che si gusta senza fretta, e senza invadenze tecnologiche: i «touch screen», cioè gli schermi sui quali appoggiare il dito per ottenere informazioni, ci sono ma non esagerano. Lo strumento informativo più comodo da usare resta la cartellina, o il «cartoncino rigido», che in ogni stanza è appoggiato tra le morbide panche sulle quali sostare. Ne esistono molte copie, scritte in grande per aiutare anche chi non vede benissimo e chi non ha confidenza con le tecnologie più moderne: si prende, si legge e si ripone (però è pensabile che le stesse cartelline, tra qualche mese, a forza di essere maneggiate avranno bisogno di un po' di ricambio). Ci sono, in verità, anche le classiche targhette accanto ad ogni opera. Non sempre comode da leggere. Anzi, nel Salone delle Feste si trovano ad altezza anzi, a bassezza di pavimento, e questo richiede qualche piegamento per la lettura. Forse si potevano alzare un po', come accade in altre stanze. Il visitatore deve solo decidere dove e cosa guardare, ed è un problema di non facile soluzione. Per questo è meglio prendersi del tempo, come si fa con i grandi musei. E prepararsi ad ammirare il quadro gigantesco come il piccolo vaso di vetro, la statuina più da orafo che da scultore, il codice miniato come quello di Jan van Eyck, unico al mondo a portare la sua firma. Nei primi tre giorni di apertura è stato interessante osservare le persone che guardano le opere d'arte: c'è, in molti visi, un assoluto stupore. Come se si spalancasse d'improvviso la porta della propria sala da pranzo e si scoprissero meraviglie mai neppure immaginate. Perché nessun torinese, pensiamo, sapeva dell'esistenza di tutti questi tesori. Impossibile stilare una classifica della bellezza, dentro Palazzo Madama. La stanza di Madama Reale, tutta d'oro e rossa, è certamente molto in alto nella graduatoria, però non c'è angolo che non racchiuda piccoli e grandi capolavori. Come, va da sé, la Torre Tesori, oppure la Four-Seasons Room, oppure la Camera delle Guardie con la volta azzurra e gli stucchi bianchissimi. O, ancora, la Sala Guidobono con l'allegoria della primavera lassù in alto, tra meravigliosi uccelli esotici. Tutto è perfetto, preciso, pulito. I cristalli delle vetrinette, compresi quelli curvi, sono talmente trasparenti da creare l'illusione che non esistano. La raccolta delle arti decorative è un tripudio di ceramiche e porcellane, qui i patiti del settore potrebbero accusare svenimenti da sindrome di Stendahl. Idem nel lapidario. Oppure nei magnifici ambienti della sezione gotico e rinascimento, tra un'infilata di capolavori e angeli e Madonne che quasi conducono fisicamente, accompagnando il visitatore, fino a quella che è un po' «la Gioconda di Palazzo Madama» anche se in verità, semmai, è un giocondo. Cioè il quadro più famoso del museo, il Ritratto d'uomo di Antonello da Messina, così enigmatico e altezzoso, scettico e forse un po' subdolo mentre guarda con disincanto chi lo sta guardando, e sembra dire: «Questa non te l'aspettavi, eh?». Insomma, il nuovo Museo Civico d'Arte antica è una meraviglia assoluta. Imperdibile. Vogliamo osare: è, da subito, la cosa più bella che ci sia a Torino, senza offesa per tutte le altre. Il luogo che da solo vale e varrà il viaggio in questa nostra città trasformata. E alla fine, finalmente, si capirà anche quella prima sensazione di «tutto nuovo»: perché ogni cosa, qui dentro, arriva dall'antichità ma sembra fatta ieri, dipinta ieri, intarsiata ieri, cesellata ieri, stuccata ieri, decorata ieri, tanto è splendida.
Torino. I segreti di Palazzo Madama
Il nuovo Museo Civico d'Arte Aulica di Palazzo Madama a Torino è stato inaugurato dopo nove anni di restauro e diciannove anni di chiusura. Il museo ospita una vasta collezione di opere d'arte antica, tra cui dipinti, sculture, ori e affreschi. Il visitatore può scegliere di seguire un percorso storico o di "divorare" il banchetto con bulimia voracità, ammirando ogni opera d'arte. La prima sensazione è la meraviglia, la seconda è l'estrema lucentezza degli oggetti, e la terza è una considerazione sulla bellezza del museo stesso. Il museo è dotato di pochi touch screen e preferisce la cartellina come strumento informativo.
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