«Alla fine del 1997, le condizioni del palazzo erano tragiche. Il sindaco, allora Valentino Castellani, mi ha chiesto di coordinare i lavori per recuperare l'edificio e riallestire il museo. Ho accettato, ma presto mi sono accorto che la situazione era ben più grave di quanto mi aspettassi». L'architetto Carlo Viano ha dedicato gli ultimi nove anni alla "missione impossibile" di riaprire Palazzo Madama, chiuso dal 1988 e con un cantiere per l'adeguamento degli impianti interrotto alle spalle. Ora, con una buona dose di soddisfazione e un orgoglio appena mascherato, diverse notti trascorse insonni e qualche chilo in meno («non ne avevo proprio bisogno di dimagrire», si schermisce), può dire di avercela fatta. L'edificio che riassume la storia di Torino, dalla Porta Decumana della città romana ai fasti di Juvarra, non ha più segreti per lui. Architetto Viano, che cosa ha trovato quando è entrato a Palazzo Madama nove anni fa? «Container con le opere del museo parcheggiate nella Sala del Senato e in quelle degli Acaja, un ingombrante apparato di impianti da rifare, un uso improprio del cemento, le tappezzerie in parte smontate e non più restaurabili, i pavimenti rimossi. Se posso riassumere il mio stato d'animo di allora, non sapevo che pesci pigliare. Aggiunga che mancava una documentazione, i rilievi erano ancora quelli degli anni '30 (li abbiamo poi rifatti, e sono 636 tavole), non c'era una sezione del palazzo, le piante non riguardavano tutti i piani. Era un cantiere sospeso, gravato dai vincoli imposti dai precedenti lavori». Che cosa ha fatto? «Mi sono messo le mani nei capelli. Ma bisognava provarci. Il Comune aveva nominato una commissione formata dagli storici dell'arte Andrea Emiliani, Mauro Natale e Giovanni Romano: in un documento stava scritto che si poteva procedere. Ma non si diceva come. Quello è stato per me il periodo più duro. Si è deciso di istituire un gruppo di studio per la documentazione sul palazzo e individuare da subito le linee di lavoro, iniziando dall'avancorpo juvarriano con lo scalone e l'atrio, il più bell'esempio di barocco che si ha a Torino e uno dei capolavori mondiali. Nel 2001 quella parte è stata aperta. Poi si è partiti con la Sala del Senato e tutto il resto, tenendo sempre d'occhio, con la direttrice Enrica Pagella, il futuro allestimento del museo. In ufficio su uno scaffale tengo i progetti per il palazzo allineati: uno dopo l'altro fanno più di quattro metri». Sono emersi segreti, sorprese? «Lascerei perdere, non l'ho mai approfondita, la leggenda del fantasma di Palazzo Madama che cammina sul balcone, di cui si diceva ancora negli anni '70. Per il resto, sì, qualcosa è successo. Si è scovata nell'interrato una sala con 5 bombe della seconda guerra mondiale. Non mi fidavo, ho fatto venire gli artificieri: le hanno guardate e si sono messi a ridere, erano vuote. Ora Enrica Pagella le ha date al Museo di Artiglieria. Un'altra stanza nel sotterraneo era sconosciuta a tutti, così come la scala a chiocciola del '400 mascherata dietro un muro nella torre di Ludovico d'Acaja. Non è stata una sorpresa invece, perché esistevano gli studi di Alfredo D'Andrade, la corte medievale emersa sotto il pavimento del piano terreno, nella zona in cui un tempo transitavano le auto». Quale la sua soddisfazione più grande? «Riaprire questo palazzo unico, cui sono molto affezionato, che unisce la stratigrafia della storia di Torino all'architettura di Juvarra, in un continuo rimando tra eccellenza, meraviglia e valore storico. E' stato come vincere una scommessa, tenendo fede all'obiettivo della qualità dell'intervento. Non interessava aprire per aprire». In nove anni ha rivoltato il palazzo come un guanto. Ci sono stati costi personali? «Ho rinunciato a tante cose. Non ad andare in montagna, una mia grande passione, ma per esempio ad allestire mostre. Ho cadenzato le vacanze sulla tabella di marcia del cantiere. Ho perso sonno e chili, lottando con il tempo. Ora, dato che non sono capace di stare dietro una scrivania, e un altro cantiere del genere non mi sento di affrontarlo, ho deciso di andare in pensione. Lascio il Comune in primavera, farò altro. Mi dedicherò un po' di più alle mie passioni. Anche alla pittura, il mio sogno nel cassetto».