L'architetto della nuova Fiera: la cultura e la storia vengono violentate ogni giorno Architetto Massimiliano Fuksas, il centro di Milano, da corso Vittorio Emanuele al Castello, sembra un enorme e frastagliato bazar: bancarelle, stand, tavolini, tendoni, senza nessun rispetto per i monumenti e la loro storia. Che cosa ne pensa, lei che perfino progettando una fiera, lungo commerciale per definizione, a Rho-Pero ha lavorato per darle un'estetica e un'anima? «Penso che, girando per il centro, una risposta a quello che sta succedendo la potrebbe trovare anche andando al cinema. Le lascio la scelta: il film dei Vanzina o quello di Neri Parenti. Capirà tutto». Può spiegarsi meglio? «Due pellicole così, come quelle che le hanno precedute e le altre che le seguiranno, spiegano perfettamente il cambiamento dell'Italia, il suo progressivo imbarbarimento, la violenza profonda e quotidiana per la cultura e la storia. Chi ha pensato, progettato, costruito i monumenti non ha più attinenza antropologica con chi li usa e li vive adesso. Ovvio che poi le strade e le piazze possano essere usate per qualunque cosa, specie se commerciale: perché il 99 per cento della gente non sa, non conosce la storia». Parecchie iniziative esteticamente sgangherate sono benefiche, però. «La miglior beneficenza è quella che fa un mio amico milanese, mercante d'arte: ha mandato una lettera a me e ad altri, dicendo che ha fatto un versamento a mio nome per un ospedale in Afghanistan. Insomma, nessuna ostentazione, ma un'azione concreta e non sbandierata. Ecco cos'è la beneficenza, sennò è come un'iniziativa commerciale» E da tutto questo come si esce? «Bisogna fare subito tre cose. Primo, rafforzare l'insegnamento della cultura nelle scuole. Secondo, rispettare le istituzioni. Terzo, migliorare i collegamenti e la circolazione nelle città. Tre misure con cui si tornerà a capire l'immenso patrimonio culturale che c'è in città come Milano». Tre interventi di lungo periodo, però. E nel frattempo? «Nei frattempo niente. Nel senso che dare o negare i permessi di fare bancarelle, tavoli, tendoni, non risolve il problema. Bisogna avvicinare la conoscenza, lavorare sui cervelli, fare capire l'essenza e la storia architettonica e urbanistica di Milano». E quale? «Il rapporto tra pubblico e privato, che nei secoli scorsi ha dato risultati incredibili. Pensi ai portoni dei palazzi nobiliari, che si affacciano sulla strada comune: dentro di sé hanno tesori d'arte unici, giardini rigogliosi. Adesso alla bellezza chi pensa più?». In generale però si assiste alla perdita di scopo e di senso urbanistico dei luoghi: piazza Duomo, per esempio. Neanche su questo si può fare qualcosa? «No. Perché nessuno spazio ha più uno scopo urbanistico istituzionale, chiaro e definito. Nel Medioevo c'erano il palazzo del Governo, il Duomo e il mercato, tre posti chiari e semplici. Ma c'erano solo 15 mila abitanti. Adesso siamo in megalopoli dove tutto si fa dappertutto. Fino a che non si riesce a recuperare la memoria, cioè la storia, ci dobbiamo rassegnare al fatto che i luoghi non abbiano più un senso univoco, e che quindi in piazza Duomo si possa fare di tutto, dal suk alle piste di pattinaggio sul ghiaccio». L'assessore Sgarbi aveva annunciato l'intenzione di proibire almeno i concerti di pop e rock sui sagrato, permettendo solo i concerti di musica sacra. «Buona fortuna».