Seicentotredici gioielli di straordinaria bellezza, che adontavano le tombe delle regine dell'antica Assiria, 50 chili d'oro, una delle più importanti scoperte archeologiche del XX secolo. Ma la storia del tesoro di Nimrud, due volte dato per irrimediabilmente perso, due volte ritrovato per caso, sopravvissuto ai missili americani, ai saccheggiatori e alle mire delle amanti di Saddam Hussein e dei suoi figli, è qualcosa di più: un'allegoria dei paradossi dell'Iraq che cerca di uscire dalla guerra. Di come vada preso con le pinze il turbine delle "notizie" e, al tempo stesso, di come molto di quello che è successo e deve ancora succedere dipenda dai capricci del destino, più che dalla volontà, male o bene intenzionata, dei protagonisti. Da qualche giorno è esposto al Museo di Baghdad, quello che si era temuto svuotato da cima a fondo nei giorni della liberazione, vittima di un saccheggio paragonabile a quello compiuto dalle orde mongole di Ulagu Khan nel 1258. Notizia rassicurante, segno che una normalizzazione è possibile. Ma anche di come le cose possano essere più complicate di quanto appaia. C'è il Vaso di Warka, uno dei reperti più preziosi di tutta la collezione, 15 pezzi di alabastro che nessuno ha ancora tentato di rimettere insieme: a riportarlo erano stati tre ragazzi, presentatisi dicendo che avevano qualcosa da restituire. Ne mancano altri. Tra questi un viso di donna in marmo, risalente ad almeno tre millenni fa, che figurava come illustrazione in tutti i libri d'arte antica. "Di una bellezza sconvolgente! E' come se uno andasse al Louvre e gli dicessero che sono passati i ladri, ma è stato recuperato quasi tutto, manca solo la Monna Lisa di Leonardo", lamenta l'archeologa della New York University, Elizabeth Stone. Si parlava di oltre 170 mila pezzi mancanti. Ora è accertato che di cose di valore inestimabile ne mancano 33, su un totale di circa tremila oggetti spariti. Il resto sono copie o falsi: un libro pubblicato dall'archeologo dell'University of Pennsylvania, Oscar White Muscarella (La grande bugia, "The Lie Became Great. The forgery of Ancient Near Eastern Cultures"), documenta uno a uno migliaia di splendidi falsi nei musei del mondo. "Una trentina di pezzi non è la stessa cosa di 170 mila", dice il colonnello della riserva dei marines Matthew Bogdanos, il detective incaricato del ritrovamento dei tesori. "Non è la catastrofe che si pensava, ma il danno è comunque notevole", ribattono gli specialisti. Colpisce la bizzarra casualità del perché e percome qualcosa si sia salvato e qualcos'altro no. Un paio di grossi lotti sono stati fermati alle dogane, altri sono stati restituiti spontaneamente da gente che spiegava che voleva soltanto metterli in salvo. Ma si trattava di falsi. A raccontare le peripezie del tesoro di Nimrud, in una testimonianza sul New York Times, è il documentarista del National Geographic Jason Williams. Era stato lui a scoprire a fine anni Novanta che il tesoro, che si diceva fosse stato fuso da Saddam o donato alle sue amanti, era finito nel caveau della Banca nazionale. Precipitatesi sul luogo aveva trovato una massa di rovine carbonizzate da un missile. Si era messo a scavare, ma era stato fermato da un'alluvione proveniente dalle fogne. Marines, genieri, autorità di occupazione non se ne curavano. "Continuammo a scavare: volevamo filmare il tesoro. Fu così che dopo aver travasato 650 mila galloni di liquame arrivammo al tesoro e a 40 miliardi di dinar con l'effigie di Saddam inzuppati di merda".