Dove e come si sfiora il sublime nel museo rinnovato con otto milioni di euro PERUGIA - Parafrasando Stéphane Mallarmé, vien voglia di dire che il mondo è fatto per finire in un bel quadro. E una enorme cornice inclinata, in grigio fumo di Londra, accoglie chi si accinge a visitare, a esplorare quel sublime labirinto che è la Galleria Nazionale dell'Umbria, Gnu, diventato un davvero splendido museo, dopo secoli di eccellenza. La nuova Galleria bella è bella, con punte di sublime, dilatata su 4.000 quadrati, grazie alla disponibilità offerta dal comune di Perugia che ha lasciato un piano di Palazzo dei Priori 1.500 metri quadrati. Sicché ora si va dal Due-Trecento all'Ottocento, e qui s'insedia la perla museografica inedita dedicata alle vedute di Perugia di Giuseppe Rossi, conosciute e sfruttate, ma ora esposte alla pari con il Perugino e con Pinturicchio, con Jean de Boulogne e con Arnolfo di Cambio, e via elencando, lungo un percorso di sette secoli che fa meritare alla Gnu una posizione di primissimo piano, azzardo la ventiduesima nel mondo. Naturalmente scherzo, perché se le classifiche possono essere un gioco, quando si tratta di temi artistici, di opere rilevanti, la cautela è d'obbligo. Dopo la sistemazione di Francesco Santi degli anni Cinquanta, si sono susseguite nel tempo altre due idee progettuali ed espositive, nel 1994 e nel 2002, quest'ultima elaborata in occasione delle celebrazioni peruginesche, per giungere a oggi, sul finire del 2006, con i nuovi spazi aperti, nei quali le opere non si affollano più, un poco in affanno, perché il museo nobilissimo e affascinante, è pur sempre inglobato nel medievale Palazzo dei Priori, e ne percorre sia le asperità sia gli intrichi, le soprelevazioni, gli ambiti di ricavo o di risulta. Ora, dopo il rinnovo, il maquillage è perfetto; i capolavori, tavole e polittici, dipinti e pale, sculture e suppellettili dorate, stoffe antiche e pregiate, tutto è perfettamente equilibrato e arioso, i manufatti d'arte o d'altissimo artigianato respirano la storia di secoli gloriosi o cruenti, raccontano l'abilità degli artisti, la cronaca delle botteghe e dei collegi, i contratti con i prelati e con i committenti, insomma il rumore del passato tramandatoci mediante una teoria di opere insigni, spesso da capogiro o da restare a bocca aperta, tanto è il fasto e l'armonia dei colori, del disegno (per la prima volta sono esposti taluni strepitosi disegni), dell'ornato, delle invenzioni e delle impaginazioni, tanto è il martellante mistico trionfo della fede, del sacro, che informa di sé la nostra civile convivenza. Otto milioni di euro la cifra che ha consentito di avere in Umbria un Museo di valore planetario, che sconcerterà per dovizia, per allestimento, per viaggio nelle sale; un Museo che possiede tremila opere d'arte conservate, e un Museo che è ordinato su due livelli per quaranta sale, e taccio la ricchezza dei supporti logistici e didattici, a iniziare da una libreria ubicata nell'atrio del palazzo, fornitissima. Una strumentazione che rende un Museo, compresi i gadget, un organismo vivente, al passo con i tempi e capace di attirare specialmente i giovani. Museo vivo non è un ossimoro, ma l'incarnazione della bellezza che salverà il mondo.