Con l'udienza concessa ieri da papa Benedetto XVI si è concluso in Vaticano il Convegno internazionale dedicato ai ruoli e al futuro dei musei, organizzato per chiudere le celebrazioni dei 500 anni dei Musei Vaticani e che ha visto riuniti a Roma tutti i direttori delle grandi raccolte del mondo, dal Paul Getty di Los Angeles all'Ermitage di San Pietroburgo, dal Topkapi di Istanbul al Louvre di Parigi, dal Museo Egizio del Cairo al British Museum di Londra, alla Gemaldegalerie di Berlino. Sulle caratteristiche dei musei futuri è intervenuto Francesco Buranelli, direttore dei Musei Vaticani. Qui pubblichiamo la parte finale del suo intervento. I grandi mutamenti sociali e culturali dell'età contemporanea non possono che porre al museo domande importanti e radicali. La sua funzione di "tempio della memoria" viene messo in discussione e si proclama da più parti la morte del museo. Al tempo stesso, però, si assiste a una proliferazione di nuovi musei e di attività collegate a queste istituzioni che entrano a far parte del sistema formativo. Io sottolineerei la forte dinamicità che i musei globalmente stanno dimostrando, pur nelle contraddizioni e nei rischi. Per sua stessa natura il museo è un luogo frammentario, parziale, imperfetto, dove gran parte delle opere sono sradicate dal loro contesto originario, eppure ciò che trasmette è la percezione di una storia coerente, di una narrazione unitaria dell'evoluzione di forme, tecniche, materiali, funzioni; di una civiltà nella sua visione più ampia. Questi due aspetti tra loro contraddittori, permettono di riconsiderare il museo, i concetti stessi di memoria collettiva e di identità culturale, come nozioni dinamiche e tutt'altro che fossilizzate in criteri oggettivi, esterni e aprioristici Sono le stesse trasformazioni del luogo-museo che ci raccontano quanto e come ogni epoca abbia scelto un proprio modo di rappresentarsi e, inevitabilmente, di porsi nei confronti della storia e del passato. La ricerca e il dialogo con l'esterno porta a scegliere un percorso all'interno del patrimonio esistente e per cosi dire a riscrivere attraverso accentuazioni, riscoperte e rivalutazioni la tradizione stessa. Come tutte le cose anche questa è un'operazione rischiosa. Ci sono stati infatti momenti storici in cui anche nel museo uno o più periodi e aspetti della cultura dell'uomo sono stati messi da parte, in magazzino nel migliore dei casi, danneggiati o distrutti nel peggiore, comunque rimossi a causa di vizi ideologici, miopie, provincialismi, ma per fortuna esiste anche la capacità di recuperare dimensioni trascurate scegliendo in qualche modo il percorso che forma la tradizione come tale e rivedendo criticamente il corpus dei nostri modelli di ispirazione, senza piegarli a idee preconcette ma con l'umiltà di chi sa di dover sempre imparare. Al tempo stesso è necessario tenere presente un'ulteriore esigenza, che si è fatta sempre più urgente negli ultimi decenni: il museo non può più raccontare solo se stesso, la propria storia, ma deve raccontare molto altro, l'incontro e il rapporto tra culture. La crescente distanza, sempre più stridente, tra l'universo mediatico dell'informazione, caratterizzato da una "comunicazione" che supera costantemente i suoi stessi confini, e la singolarità dell'opera conservata nel museo, intesa sia come unicità del prodotto artistico sia come esemplarità assunta da una qualsiasi testimonianza in questo contesto, da un lato mette in evidenza la peculiarità di una comunicazione privilegiata basata proprio su quella singolarità, dall'altro impone la questione di quanti e quali sono i "pubblici" a cui bisogna parlare, con quali linguaggi e sulla base di quali obiettivi e richieste. I tempi di fruizione costituiscono un esempio significativo di questa distanza: storicamente lunghi, rallentati, contemplativi, legati alla memoria quelli associati al museo e al suo contenuto; accelerati, tesi, perennemente lanciati verso il "dopo" quelli dell'informazione e del sapere come oggi lo intendono soprattutto le nuove generazioni. Riuscire a trovare un modo per mettere in contatto questi universi percettivi, per creare un ponte tra loro è certamente una delle scommesse più complesse ma anche più importanti da tenere in considerazione. Se volessimo sintetizzare in una frase la storia della funzione del museo potremmo tracciarla con pochi passaggi: dal museo come privilegio al museo come diritto, dal museo per gli artisti al museo per una ristretta élite di specialisti e uomini di cultura, al museo infine per il grande pubblico. Questa evoluzione non può essere spiegata semplicisticamente come risultato delle pressioni economiche e commerciali, ma risponde più intimamente a quella che abbiamo prima definito come un'esigenza formativa del museo e della società stessa. Trasmissione, apprendimento, elaborazione sono funzioni in continua trasformazione nel complesso e articolato rapporto che coinvolge l'uomo, la società e il patrimonio e di cui il museo è parte integrante. Un'appartenenza a un tessuto estremamente mobile ed elastico che l'istituzione deve sempre tenere presente per evitare i rischi di una fossilizzazione che non corrisponde alla sua storia. Forse l'esempio più significativo delle potenzialità di questa evoluzione può essere riconosciuto nei musei di arte contemporanea che in numero sempre crescente si pongono all'attenzione generale come luogo aperto, per loro stessa natura e vocazione, alla contaminazione dei linguaggi, al superamento dei confini culturali e all'abbattimento delle barriere che per molti secoli hanno fatto percepire il museo come luogo chiuso, immobile e autoreferenziale. L'"aura" del museo e delle opere ivi raccolte, deve essere messa in gioco nel vitale e fertile scambio tra un passato e un sempre più ampio presente, che nel museo trovano un virtuale luogo di incontro e di reciproco arricchimento. L'esperienza proveniente da queste sperimentazioni museali si fa ancora più vitale se pensata come trasferibile ai settori più tradizionali e collaudati del museo stesso. Non spetta a me fornire la ricetta per la soluzione di questi problemi, posso però suggerire in conclusione che gettando un ponte tra le acquisizioni fondamentali sviluppate dal museo nei secoli passati e le questioni del tempo presente emergono alcune piste, certo problematiche, ma pure interessanti. Ciò permette di non essere del tutto pessimisti sul futuro del museo: in un'ottica di apertura agli stimoli esterni e di integrazione del nuovo proposto dall'evolversi sociale e culturale, esso potrebbe farsi interprete delle mutazioni in atto. Una sorta di spia dei tempi non inconsapevole, ma cosciente che propone scelte e percorsi e insieme registra i mutamenti, i suggerimenti e le richieste provenienti dall'esterno. Direttore dei Musei Vaticani