« Quel bronzo non è italiano. La Venere di Morgantina? Vedremo» Mi dispiace, ma non ho alcuna ragione per raccomandare al Board Trustees del Getty Museum di restituire quel bronzo all'Italia né a chiunque altro». Michael Brand, direttore del Getty Museum di Los Angeles da nemmeno un anno, sorride spesso e volentieri ma i suoi argomenti sono inflessibili. Il messaggio che questo elegante gentiluomo australiano (impeccabile gessato marrone e creativa cravatta a fiori su sfondo blu) spedisce a Francesco Rutelli, nostro ministro per i Beni e le attività culturali, è semplice e chiaro: sul bronzo ripescato al largo di Fano nel 1964, che in molti ma non tutti attribuiscono a Lisippo, niente da fare. Brand è a Roma di passaggio, partecipa al convegno internazionale dei direttori dei musei organizzato dai Musei Vaticani per celebrare il quinto centenario della loro fondazione. Nessun contatto in queste ore con Rutelli dopo la brusca interruzione delle trattative del 17 novembre scorso. Solo una lettera diplomatica di pura cortesia formale. La risposta è sempre la stessa, anche quando Brand si sente obiettare per l'ennesima volta che quel pezzo, secondo la nostra legge, è comunque approdato sul suolo italiano nella lontana estate del 1964 e che manca qualsiasi documento legale per la sua successiva esortazione. Due argomenti indiscutibili, secondo il dicastero di Roma, per sostenerne il possesso italiano: «Tutte le risposte sono già contenute nel memorandum inviato al ministro Rutelli. La nostra posizione è che da qualsiasi punto di vista si osservi il problema, e tenendo anche conto della legislazione americana e italiana, quel pezzo non sarebbe in alcun modo soggetto a un obbligo di restituzione all'Italia». E qui Brand introduce un ulteriore argomento: «II bronzo non fa parte del patrimonio culturale italiano, era materia di esportazione dalla Grecia, dunque non è un'opera riferibile all'Italia e non è stata mai esposta e quindi vista nel vostro Paese». Forse temete di perdere il «Getty Bronze», cioè uno dei «marchi» del vostro museo, mister Brand? .«Il pezzo è indubbiamente molto bello ma qui non c'è alcuna questione legata alla sua qualità o importanza. Parliamo di diritto. Negli anni scorsi abbiamo restituito molti pezzi. E siamo pronti a rimandarne in Italia altri 26, come avevamo già sottoscritto il 5 ottobre durante una riunione conclusa con la firma di un accordo...» Un punto, come si sa, sul quale le strade del ministero italiano e del Getty divergono. Per l'Italia quello fu il verbale informale di un primo incontro preliminare che avrebbe solo aperto una ipotesi di trattativa sui 52 pezzi esposti a Los Angeles e rivendicati dall'Italia perché esportati illecitamente o frutto di scavi clandestini dei «tombaroli». Nella lista c'erano il Bronzo e l'altrettanto famosa Venere di Morgantina. Per voi era già un accordo. «Chiamiamolo come vogliamo, intesa o semplice minuta, poco importa, anche se tutte le pagine erano firmate dalle controparti. L'essenziale è il contenuto. Ci eravamo impegnati a non commentare nulla con la stampa. Poi, da Los Angeles, abbiamo cominciato a leggere commenti negativi sul Getty. Il 17 novembre ho deciso di venire qui per capire cosa stesse accadendo. Ci siamo sentiti annunciare improvvisamente, per ragioni difficili da comprendere, che "senza quel Bronzo non ci sarebbe stato accordo". Eppure il ministero non aveva nemmeno atteso la nostra memoria legale». Quindi? «Con nostro grande rincrescimento tutto ora è sospeso, ma tutti speriamo nella riapertura rapida di una trattativa. In quanto alla statua di Dea eravamo e siamo ancora pronti per un grande passo avanti: riconoscere subito il titolo di proprietà all'Italia, dedicare un anno a indagini parallele sulla provenienza della statua. Poi affidare il giudizio a un arbitrato neutrale e vincolante. Nel caso il diritto italiano fosse chiaro, pronti a restituire all'Italia la statua non oltre i prossimi quattro anni». Lo sa che il ministro Rutelli ha detto che «certi famosi musei americani» dovrebbero «vergognarsi ad esporre pezzi chiaramente rubati»? «Ho letto. Quando esistono le prove del furto di un oggetto, lo restituiamo. Basta ripercorrere le nostre scelte negli anni. Taluni pezzi sono rientrati in Italia grazie a nostre indagini. Perciò bisogna essere molto cauti quando si parla di oggetti rubati. Prendiamo i due Grifoni, che fanno parte delle richieste italiane da noi accettate. Esiste una fotografia di quelle opere in pezzi nel bagagliaio di un'auto. Non c'è dubbio: tornano in Italia. Ma quale foto, quale prova esiste del Bronzo?». Un bicchiere d'acqua, ancora un sorriso e un'altra precisazione: «Giorni fa abbiamo chiuso un accordo con la Repubblica Greca e abbiamo restituito una corona funeraria d'oro e la statua di una Kore. Quella statua era stata rivendicata dall'Italia... Ma dopo le più accurate indagini è stata scoperta la sua indubbia provenienza dalla Grecia. Attenzione, a parlare di furti». Avverte Rutelli: potremmo chiudere ogni contatto scientifico col Getty. «Parlare di embargo culturale in pieno XXI secolo credo non sia produttivo per nessuno». È ancora aperto il processo italiano contro Marion True, ex curatrice per le antichità del Getty, accusata di associazione per delinquere e ricettazione di beni italiani esportati clandestinamente. Non pensa, sia sincero, che abbia commesso, diciamo, almeno qualche «errore»? «Quando si assume un nuovo impegno non si commentano le scelte passate. Io guardo al futuro. Tutti noi desideriamo raggiungere un accordo e sia il ministero italiano che noi del Getty siamo frustrati. Potremmo non essere ancora lontani da un'intesa». Eppure la sensazione forte, qui in Italia, è che sia il Metropolitan Museum di New York che il Boston Fine Arts abbiano un atteggiamento assai differente dal vostro, molto più consapevole e aperto a una trattativa... «Quella diversità di giudizio ci delude, ci rende sgomenti. Abbiamo lavorato per anni e con molti frutti con l'Italia. A differenza del Metropolitan Museum e del Boston Fine Arts abbiamo istituti di ricerca e di conservazione.... Abbiamo radicalmente cambiato la politica delle acquisizioni. Ora è indispensabile la massima trasparenza su origini e proprietà. Siamo l'unico museo americano ad aver fatto proprio, nello statuto, le indicazioni dell'Unesco. Una delle possibili risposte al quesito è che un ex studioso del Getty è ora sotto processo in Italia e ciò complica terribilmente le cose». Poi aggiunge: «Non siamo la cassaforte di una ricca famiglia ma un istituto culturale e formativo. Nessuna ragione al mondo, legata ai nostri scopi istituzionali, potrebbe permetterci di trattenere un oggetto chiaramente rubato». Salvatore Settis, neo presidente del consiglio superiore dei Beni culturali ed ex direttore del Research Institute del Getty dal 1994 al 1999, si dice ottimista e punta su una possibile intesa. Che ne dice? «Ho letto le sue parole. Anch'io desidero la ripresa di un dialogo e il raggiungimento di un accordo, diciamo che è uno dei miei veri obiettivi: Ma forse ci vorrà più tempo di quanto tutti abbiamo sperato». Tocca a voi o all'Italia il primo passo? «Viste le ultime mosse, a me sembra che ora la palla sia in campo italiano». Allora, mister Brand, quando tornerà in Italia per rivedere Rutelli? Stavolta il direttore sì concede una piccola risata: «Abbiamo molti canali di comunicazione aperti. Speriamo che, passettino dopo passettino... E poi tra poco comincerà un nuovo anno, no? E a Capodanno è d'obbligo essere ottimisti».
Corriere della Sera
15 Dicembre 2006
No, Lisippo resta al Getty
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