Ho sempre avuto qualche diffidenza nei confronti delle resurrezioni, dico delle opere d'arte restaurate, e, nel caso di Michelangelo, sono certo che non vi potranno essere. Si sa, la superficie del David ha una lunga storia e Michelangelo quella superficie deve averla curata a fondo, lisciandola con la pomice e patinandola per mesi prima di proporre la scultura al pubblico, davanti a Palazzo Vecchio. Seguono tre secoli di intemperie e certo anche danni seri se, nel 1810, si decide di coprire di cera la scultura per darle una protezione ma forse anche per inventare una diversa patina, magari aggiungendo un poco di colore. Dì tutto questo, e della patina originale, sappiamo davvero pochissimo, perché nel 1843 sì elimina cera e sporco passando sulla superfìcie del David acido cloridrico. Neppure una generazione dopo, la scultura viene posta al coperto (1873) alla Galleria dell'Accademia dove è rimasta, esposta alle polveri, fino a oggi. Dunque era necessario un restauro? Certo, anche in vista di un centenario prestigioso, di quelli da finire sulle copertine di tutti i giornali. Ma veniamo al problema tecnico del restauro: Paolucci, l'Acidini Luchinat, l'Opificio delle pietre dure sono quanto di più raffinato e attento l'Italia abbia in questo campo, dunque il problema non è certo giudicare la qualità di coloro che dirigeranno o eseguiranno il restauro, semmai porre un tema più generale, quello dei metodi di intervento. Conosciamo molte storie di restauro della pietra in Italia e non sempre finite bene: quando vi dicono che hanno usato soltanto bicarbonato d'ammonio ma, a distanza di qualche anno, la pietra perde colore, sputa fuori del misterioso bianco, impallidisce, ebbene vuol dire che, oltre al solvente, è stato aggiunto altro, magari qualche additivo più forte. Certo è che noi non conosciamo affatto la reazione fra le pietre dei monumenti, gli agenti atmosferici corrosivi e i nuovi solventi da applicare alla pietra. Comunque sul David si prospetta un grave problema: da una parte l'esistenza dì solfatazioni fa pensare a una trasformazione chimica delle superfìci che evidentemente va bloccata, dall'altra la pelle apparentemente regolare della scultura, che siamo abituati a vedere come insieme e mai ad analizzare da vicino, mostra invece microlesioni, disparità di livelli di conservazione, residui di precedenti puliture. Le due tecniche di intervento proposte sono opzioni possibili, una prevede una azione a secco, un'altra con acqua bidistillata. Se ci si limiterà a questo non vi saranno problemi, il rischio è quello di portare avanti la pulitura e di trasformare il David in un calco di se stesso, sbiancandolo con qualche solvente potente. Ma credo davvero che l'esperienza dell'Opificio e dei suoi operatori, nota in tutto il mondo, lascerà intatta l'esistente texture dell'opera. Tuttavia anche il migliore restauratore ha davanti a sé sempre due strade, da una parte quella della pulitura a fondo, dall'altra quella di un intervento meno invasivo, in modo da lasciare che i segni del tempo restino in qualche modo evidenti sulle superfìci. Viviamo in tempi di colori forti e di mitologie del ritorno al come era, viviamo in tempi in cui ogni restauro viene spacciato come una rinascita, una resurrezione. Senza essere blasfemi, evitiamo di raccontare queste storielle, il David è stato fortemente manomesso, la sua pelle è certo danneggiata, blocchiamo eventuali danni pregressi e riproponiamolo all'attenzione del pubblico. Come lo aveva patinato Michelangelo, questo è certo, non lo rivedremo mai più.
Diffidiamo delle resurrezioni. Meglio i segni del tempo
Il testo discute il restauro del David di Michelangelo. La superficie della scultura ha una lunga storia di intemperie e danni, e nel 1843 è stata eseguita una pulizia con acido cloridrico che ha eliminato la patina originale. Oggi, la scultura è esposta alle polveri e richiede un restauro. L'Opificio delle pietre dure e altri esperti sono stati incaricati del lavoro, ma il problema è quello dei metodi di intervento. Il testo esprime preoccupazioni per il rischio di trasformare il David in un calco di se stesso e di danneggiare ulteriormente la sua pelle.
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