Una corona di arredi principeschi per Antonello, Gentileschi, Van Eyck All'indomani della prima Esposizione Universale londinese del 1851, che si tenne ad Hyde Park nel colossale e avveniristico involucro in vetro e ghisa del Crystal Palace progettato da Joseph Paxton, di fronte allo scadimento del gusto messo impietosamente in evidenza dalla modesta qualità dei prodotti industriali in mostra, nacque un acceso dibattito in cui si distinsero due filoni: uno più radicale e luddista, capeggiato dal combattivo critico d'arte John Ruskin, l'altro più moderato e d'impronta «riformista», che nacque all'interno dello stesso Comitato promotore dell'Esposizione. Il primo filone, che avrebbe presto trovato in William Morris il suo appassionato portabandiera, identificava la diabolica e irredimibile causa dell'avvento del «brutto» nell'abbandono della produzione manuale per quella industriale, basata sulla divisione del lavoro e sull'uso delle macchine. La corrente di pensiero «riformista», al contrario, non demonizzava l'industria in quanto tale, ma si poneva costruttivamente il problema di migliorare la qualità degli oggetti da essa prodotti. Fu da questo secondo movimento culturale, il cui leader fu Henry Cole, che scaturì l'istituzione delle prime scuole d'arte applicata all'industria, e nacquero, parallelamente, grandi musei di arti decorative, il primo dei quali fu il South Kensington Museum, più tardi ribattezzato Victoria and Albert Museum. Diffusesi piuttosto rapidamente in tutte le aree economicamente avanzate d'Europa, le scuole d'arte applicata avevano come scopo istituzionale di formare operatori (nel XX secolo saranno chiamati industrial designer) in grado di qualificare la produzione, parzialmente o integralmente meccanizzata, di oggetti d'arte. In questo contesto, la nascita (e l'altrettanto rapida diffusione) di raccolte museali di arte decorativa obbediva ad una logica molto precisa: collezionando i migliori prodotti artigianali del passato, esse fungevano da depositarie di un insostituibile patrimonio di saperi manuali, offrendo un repertorio di modelli ritenuto indispensabile sia per l'elevazione del gusto del pubblico che per istruire i nuovi operatori addestrati nelle scuole d'arte applicata. Il Museo Civico d'arte antica di Torino che si appresta a riaprire i battenti in Palazzo Madama, esibendo un riallestimento che è frutto di un meditato e complesso lavoro di ristrutturazione durato quasi vent'anni, fu fondato nel 1860 per raccogliere, proteggere e valorizzare la cultura materiale della città e del suo territorio, e affonda pertanto le sue radici proprio in quel dibattito londinese di metà Ottocento sulle «arti applicate all'industria», di cui testimonia l'attecchimento, sorprendentemente precoce, nel Piemonte sabaudo. Ecco perché tuttora il suo asse portante è costituito da imponenti raccolte delle più diverse tipologie di oggetti di arte decorativa: maioliche e porcellane, oreficerie, arredi e tessuti, miniature, vetri, avori, smalti, bronzetti. Va però anche detto che nel corso del suo secolo e mezzo dj vita, questo suo imprinting si e venuto un po' stemperando e il Museo, che solo dal 1934 si è installato nello storico edificio di Palazzo Madama, si è arricchito di nuove valenze e funzioni per effetto dei due principali canali di ampliamento delle proprie raccolte: gli acquisti e le donazioni. Queste ultime, per la verità, sono andate principalmente a rafforzarne l'originaria vocazione, come dimostrano proprio due fra le più cospicue: la donazione di porcellane e soprattutto di antichi vetri dorati e dipinti da parte del nipote di Massimo d'Azeglio, il Marchese Emanuele Tapparelli d'Azeglio, che fu direttore del Museo Civico dal 1879 al 1890, e la più recente donazione della famiglia Bruni Tedeschi, consistente in una rara raccolta di 130 ritratti in miniatura, scalati tra XVIII e XIXsecolo. E stata invece soprattutto l'avveduta e spesso felicissima politica di acquisti, la cui continuità non ha subito soluzioni neppure in questi ultimi 18 anni di chiusura del Museo, ad ampliare le raccolte anche in direzione delle cosiddette «arti maggiori», arricchendo il museo di non pochi capolavori sia di pittura che di scultura. Il consuntivo attuale, in nude cifre, è di circa 70.000 opere, la cui caleidoscopica eterogeneità ha costituito senza dubbio una delle sfide principali dell'odierno riallestimento. Con la sua storia bimillenaria, Palazzo Madama, che deriva il suo nome dalle due Madame Reali Cristina di Borbone e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, è un affascinante palinsesto architettonico non meno eterogeneo delle raccolte in esso contenute. Nato in età romana come monumentale porta turrita d'accesso alla città sul decumanus maximus,quindi trasformato prima in fortilizio medievale e poi in sontuosa dimora d'impronta barocca, è un edificio che, a dispetto della sua compatta immagine esterna, si presenta all'interno come un intricato labirinto. Assecondando la vocazione espressa da ogni singola componente di questo storico «contenitore», l'odierno percorso espositivo si snoda dal piano interrato del fossato, che ospita il Lapidario medievale, con opere di scultura e di oreficeria scalate tra VIII secolo e gli inizi del Duecento (di particolare rilievo il cosiddetto Tesoro dì Desana, con un prezioso gruppo di oreficerie longobarde e ostrogote rinvenute nel Vercellese), per poi approdare al piano terreno, nella grande Sala Acaja, originata dal salone dell'antico castello, dove sono radunate le raccolte del Medioevo e del Rinascimento. Tra i pezzi più prestigiosi presenti in questa sezione vanno segnalati lo stupendo cofano duecentesco con smalti di Limoges, utilizzato come baule da viaggio dal cardinale Guala Bicchieri (1160-1227), le due squisite tavolette con la Vocazione e la Liberazione di San Pietro, dipinte da Giacomo Jaqueiro, protagonista del Gotico internazionale in Piemonte, e l'affascinante Trinità di Antoine de Lonhy, il misterioso pittore itinerante di origine tolosana, la cui presenza è documentata ad Avigliana a partire dal 1462. Il trapasso in Piemonte dalla cultura figurativa gotica a quella rinascimentale è documentato dai dipinti di Giovanni Martino Spanzotti e del suo allievo Defendente Ferrari, ma non mancano anche esempi di altre Scuole italiane, come quella veneziana (Antonio Vivarini) e lombarda (Giulio Campi). Dalla Sala Acaja si accede al piccolo ambiente circolare ricavato nella Torre medievale di sud-est, denominata Torre Tesori, che ospita i capolavori più famosi presenti nelle raccolte di Palazzo Madama; gli imponenti frammenti della tomba di Gastone di Foix, scolpiti dal Bambaia, il delizioso trittico in avorio della bottega degli Embriachi, attiva tra Firenze e Venezia dal 1395 al 1430 circa; ma soprattutto, il memorabile Ritratto d'uomo di Antonello da Messina datato 1476, capolavoro di penetrazione psicologica e paradigma della perfetta fusione antonellesca tra sintesi spaziale italiana e particolarismo fiammingo, e il celeberrimo codice delle Très Belles Heures de Notre Dame de Jean de Berry, con le rare e mirabili miniature attribuite ai fratelli van Eyck. Entrambi questi due vertiginosi capolavori provengono dalla celebre collezione milanese Trivulzio e furono acquisiti dal Museo torinese nel 1935 come risarcimento per l'intervento governativo che aveva bloccato l'acquisto dell'intera raccolta. Molto opportunamente, al piano nobile del Palazzo, gli appartamenti barocchi delle due Madame Reali, allietati da una spumeggiante decorazione di stucchi ed affreschi, ospitano la quadreria moderna, con dipinti sei e settecenteschi (tra i quali due staordinari dipinti di Orazio Gentileschi) in proficuo dialogo con gli ornati che rivestono pareti e soffitti. Né manca una ricca selezione di arredi e di mobilio dell'epoca, in cui rifulge lo straordinario talento di ebanisti italiani e piemontesi, tra i quali spiccano l'ineguagliabile Pietro Piffetti e il suo più temibile rivale, Luigi Prinotto. Si sale infine all'ultimo piano, da cui si gode un'ampia vista sulla città, e dove si dispiega il nucleo storico del patrimonio museale: le raccolte di arte decorativa, irreprensibilmente ordinate e suddivise per tecniche, materiali, tipologie e classi di oggetti. PER restaurare Palazzo Madama e riallestire il museo, la città di Torino e la Fondazione CRT hanno investito, complessivamente, 32 milioni di euro. Dal 16 dicembre il museo è aperto dal martedì al venerdì e la domenica dalle 10 alle 18, il sabato l'orario arriva alle 20. Lunedì chiuso. Ci sono una caffetteria e postazioni multimediali. Prenotazioni e visite guidate tei. 011 4433501, internet www.palazzomada-matorino.it