IL CASO La scoperta della Tac effettuata sullAnnunziata conferma tutti i dubbi sulla vicenda del dipinto a partire dal modo in cui rientrò nellisola La fisionomia greve del volto rintracciato segna una profonda differenza con tutte le altre Vergini realizzate dallartista La notizia, clamorosa, di un altro volto della Vergine nascosto sotto la figura della Annunziata di Antonello riapre di colpo una serie di interrogativi che da sempre accompagna la grande fortuna critica del dipinto: almeno da quando, nel 1907, la versione palermitana venne riconosciuta come lopera loriginale (contrariamente a quanto riteneva lo studioso che per primo ne diede notizia, Gioacchino di Marzo) e la tavola ora alla Galleria dellAccademia di Venezia come una copia di poco posteriore, attribuita secondo alcuni ad un altro artista messinese suo seguace, Antonello da Saliba. Troppo differente la fisionomia di quel volto apparso attraverso lanalisi della Tac effettuata dal Centro siciliano di restauro per trattarsi semplicemente di un pentimento in corso dopera, anche se limpianto complessivo della composizione viene comunque mantenuto, troppo diversi i lineamenti anche rispetto allaltra Annunziata strettamente imparentata con il dipinto palermitano (ora alla Alte Pinakothek di Monaco), la cui provenienza padovana la colloca come opera risalente ai soggiorni veneziani dellartista siciliano sia pure in posizione cronologica dubitativa rispetto allaltra. Nella lunga vicenda del dipinto, insomma, qualche tassello non trova la sua collocazione. Per esempio: per quali strade la Annunziata di Palazzo Abatellis sia rientrata in Sicilia (se con lo stesso artista o attraverso lasciti o acquisizioni) visto che oggi è generalmente accettata la sua datazione intorno al 1475, allepoca dei fondamentali viaggi di Antonello a Venezia; come mai la copia antica alla Galleria dellAccademia mantiene laureola che invece il restauro del 1940 - 41 eliminò, ritenendola una ridipintura; e, ancora, se la tavola è quella menzionata dal veneziano Marco Boschini intorno al 1660 nella residenza del barone de Tassis, nella città lagunare. Accanto a tali domande, nel recente passato Federico Zeri ha sollevato ulteriori questioni, ritenendo improbabile che nella mentalità quattrocentesca una Annunziata potesse essere raffigurata priva dellangelo Gabriele, e ipotizzando una composizione a dittico (tipica per altro di quella pittura fiamminga strettamente intrecciata al percorso di Antonello) di cui una tavola, quella appunto dellangelo, sarebbe andata precocemente perduta. Curiosamente (e improbabilmente) in entrambe le versioni, quella di Palermo e quella di Venezia. Anche se, soprattutto negli ultimi decenni, la storia dellarte ci ha abituato a ripetuti declassamenti a copie o prodotto di bottega di opere ritenute capolavori certi di grandi maestri, la differenza di qualità tra le due versioni è comunque troppo palese perché si possa pensare di ribaltare il giudizio di autenticità formulato per la prima volta da Brunelli allinizio del secolo scorso. E tuttavia quella fisionomia greve che oggi affiora grazie alle analisi effettuate dal Centro regionale per il restauro segna una tale distanza non soltanto dal volto conosciuto della Annunziata ma anche da tutti i ritratti della Vergine dipinti da Antonello (sempre di altissima armonia formale) da sollevare una serie di dubbi, proprio allindomani di una mostra come quella che si è svolta la scorsa primavera alle Scuderie del Quirinale di Roma che per la prima volta allineava la maggior parte dei lavori del pittore. Il primo è anche il più ovvio, ed è anche quello a cui è più difficile fornire risposte nette: se cioè quellimmagine rintracciata nellAnnunziata sia opera o meno di Antonello e, in caso affermativo, cosa abbia indotto lartista a mutarne così sensibilmente i tratti. Il secondo procede immediatamente dopo, ed è più radicale, perché se non è stato Antonello a dipingerla ma un altro artefice sconosciuto, è evidente che bisognerà riconsiderare per intero la questione della sua attribuzione, e ipotizzare magari lintervento della bottega. Ipotesi tutte premature comunque, in attesa di dati e notizie più precise. Le questioni come si vede sono tuttaltro che semplici, e sono rese più ostiche allo storico dai disastrosi terremoti che nel 1783 e nel 1908 colpirono Messina distruggendo opere e preziosi documenti darchivio che oggi permetterebbero una ricostruzione più puntuale e meno ipotetica del catalogo e della biografia dellartista e della sua attività siciliana, la cui memoria, per molto tempo, rimase generica. Al punto che quando Di Marzo venne a conoscenza della tavola ora allAbatellis, acquistata dal monsignore Vincenzo di Giovanni dalla nobile famiglia Colluzio di San Giovanni, riferisce come questa fosse attribuita a Dürer. Nessuna revisione, comunque, potrà sminuire la straordinaria innovazione del dipinto: la limpida qualità spaziale misurata dalla forma cristallina del panneggio della Vergine, la chiarezza formale del leggio, il gesto di quella mano protesa a sondare il limite che unisce lo spazio del dipinto a quello della spettatore; e quella intuizione di rendere lambiente saturo di una inedita tensione psicologica che colloca noi che guardiamo, e a cui Maria rivolge il suo sguardo, nella posizione dellangelo Gabriele. La scoperta sarà illustrata oggi in dettaglio nel corso di una giornata di studi che si svolgerà dalle 10.30 presso Palazzo Montalbo, in via Cristoforo Colombo, sede del Centro del restauro, con la partecipazione (tra gli altri) del direttore Guido Meli, dei radiologici incaricati delle indagini, del restauratore Franco Fazzio e dello storico Gioacchino Barbera. Alle 13 dirà la sua anche il critico darte Vittorio Sgarbi. Nel corso della tavola rotonda prevista sempre a Palazzo Montalbo alle 15, si parlerà ugualmente dellaltra novità emersa nel corso dei restauri dei dipinti di Antonello nei musei siciliani, gli sfregi sul volto dellIgnoto del Museo Mandralisca di Cefalù riferiti dalla leggenda alla mano di una donna inquietata da quel sorriso ironico e sornione che diede il titolo al celebre romanzo di Vincenzo Consolo, e che da allora è diventato la cifra inconfondibile di un ignoto marinaio. I graffi furono poi rimarginati dai successivi restauri; ma la violenza del gesto, e la provenienza ottocentesca del dipinto da unanta di mobile da farmacista a Lipari, ben si inseriscono in quel puzzle tuttaltro che semplice che è la vicenda di Antonello.