ROMA Verrà inaugurata oggi, con quasi sessantanni di ritardo, la nuova Galleria Nazionale darte antica in Palazzo Barberini. Saranno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il ministro Francesco Rutelli a riprendere possesso dellintero edificio. Palazzo Barberini, esemplare prodotto dellarchitettura barocca, al quale misero mano Maderno, Borromini e Bernini, fu acquistato dallo Stato nel 1949 per ospitare quel museo darte antica che mancava alla capitale e che da allora si è dovuto stringere in alcune sale del palazzo, essendo le altre, quasi la metà, occupate dal Circolo Ufficiali delle Forze Armate, che in questo mezzo secolo ha organizzato feste da ballo, battesimi e comunioni. E non solo per i propri soci, ma anche in affitto. Ora il Circolo Ufficiali è stato sgomberato (anche se resteranno a disposizione della Difesa alcune sale per "occasioni di alta rappresentanza") e Napolitano e Rutelli consegneranno ai visitatori altre otto sale del primo piano, con opere dal Rinascimento al manierismo. Saranno poi disponibili, dopo un restauro iniziato nel 2004, il portico e il giardino. Nel giro di un paio danni termineranno i lavori in tutto il Palazzo che accoglierà una delle più ricche pinacoteche del mondo, quando arriveranno anche i capolavori della collezione Corsini e quando le centinaia di opere che giacciono nei depositi, circa l80 per cento del proprio patrimonio, saranno visibili. A Palazzo Barberini sono già esposte La Fornarina di Raffaello, il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein e poi Caravaggio, alcuni caravaggeschi, El Greco, Poussin e Carracci, solo per citare qualche capolavoro, oltre al grandioso Trionfo della Divina Provvidenza che Pietro da Cortona dipinse nella volta del Salone. La vicenda di Palazzo Barberini è fra le più tortuose nella storia recente del patrimonio culturale italiano. Una specie di incubo per soprintendenti e storici dellarte, per battaglieri esponenti della salvaguardia come Federico Zeri e Antonio Cederna. Ma anche per quei ministri dei Beni culturali, primo fra tutti Alberto Ronchey, che hanno dovuto alzare la voce o far sfoggio di diplomazia pur di ottenere quello che nelle amministrazioni pubbliche di molti paesi sarebbe stato possibile con una lettera ufficiale e un paio di telefonate. Contro quei ministri (dopo Ronchey, Walter Veltroni, Giovanna Melandri e anche Rocco Buttiglione) erano schierati altri ministri, i ministri della Difesa, i quali tutelavano il diritto del Circolo Ufficiali di avere la propria sede proprio lì, fra Raffaello e Pietro da Cortona. Il Circolo Ufficiali occupava metà del palazzo fin dal 1934, quando ottenne le sale in affitto dalla famiglia Barberini. Laffitto sarebbe dovuto scadere nel 1953, ma troppo blande sono state per decenni le richieste di sgombero da parte dei ministri della Pubblica istruzione prima e dei Beni culturali poi. Lestenuante braccio di ferro ha conosciuto parentesi grottesche. Si racconta che nel 1974 Giovanni Spadolini, ministro dei Beni culturali, scrisse una perentoria missiva al suo collega della Difesa. Qualche mese dopo il governo cadde e nel nuovo esecutivo Spadolini andò al ministero della Difesa. Dalla cui poltrona rispose, con tono altrettanto perentorio, che il Circolo Ufficiali da Palazzo Barberini non si sarebbe mosso. Nel 1997 sembrò vicina una soluzione. Il ministro Veltroni firmò un accordo con il collega della Difesa, Nino Andreatta. Il Circolo Ufficiali si sarebbe trasferito nella palazzina Savorgnan di Brazzà, costruita nel 1936 nei giardini di Palazzo Barberini (opera di Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini). Vennero avviati restauri, ma nel 2005 ci fu un colpo di scena. Il ministro della Difesa del governo di centrodestra Antonio Martino scrisse una lettera al titolare dei Beni culturali, Giuliano Urbani, con la quale contestava laccordo Veltroni-Andreatta, frutto di uno schieramento politico «di principio non favorevole alle Forze Armate», rivendicando al Circolo Ufficiali non solo Palazzo Barberini, ma anche la palazzina Savorgnan (la sortita di Martino venne denunciata su queste pagine da Salvatore Settis). Peccato per i dipinti e le sculture che da anni giacevano nei depositi (opere, fra le altre, di Pietro da Cortona, Tintoretto e Bernini), peccato per i soldi già spesi per i restauri, peccato per Roma che non avrebbe avuto la Galleria darte antica. Martino non si è mai voluto arrendere, nonostante il successore di Urbani, Rocco Buttiglione, si sia sempre dichiarato favorevole allo sgombero dei militari. Il governo Prodi ha ripreso in mano la pratica avviata da Veltroni e Andreatta, e così si è arrivati, nellagosto scorso, alla sigla di un nuovo accordo fra Rutelli e Arturo Parisi. Gli ufficiali hanno abbandonato le sale di Palazzo Barberini. Al loro posto i ritratti di raffaelleschi, di veneti e fiorentini del '500.