Beni monumentali abbandonati. A dispetto delle dichiarazioni II vezzo di ricordare i fasti della storia e ignorare i nefasti che giungono fino alla realtà presente dell'isola è certo un argomento che merita di essere considerato. Si tratta in verità di una strana psicologia della rimozione, coerente con l'assunto quasi scontato che tutto quello che di buono c'è in Sicilia lo abbia fatto il popolo siciliano e che tutto il male derivi invece dalle dominazioni straniere. Da una parte un complesso di superiorità che sulla scorta del Gattopardo la maggior parte dei siciliani nutrono, dall'altra un complesso di inferiorità derivante dal fatto che non si può nascondere del tutto la decadenza politica ed economica che ormai da lungo tempo caratterizza la nostra società. Il principe di Salina poteva certo permettersi la famosa frase «noi siamo dei» soprattutto perché dall'alto della sua cultura poteva anche giocare con l'ironia e il sarcasmo e perché il suo pessimismo nasceva dalla sua consapevolezza della storia e dalla certezza del fallimento della sua classe sociale. Non è però scontato che tutti i siciliani siano gattopardi e che le iene divoratrici vengano da altri luoghi, e sarebbe troppo comodo continuare a pensare che la colpa di tanta decadenza sia da ricercare nella inenarrabile serie di dominazioni straniere che hanno sfruttato e reso passivo il popolo siciliano. Ma di quale popolo si tratta se, a ben vedere, il popolo siciliano altro non è che il risultato di tutte quelle convivenze e connivenze che ne hanno caratterizzato la sua storia? Bisognerebbe dunque riconsiderare il fatto che tutti i siciliani di ieri e di oggi sono i responsabili della loro storia. Per troppo tempo la cultura ufficiale ha continuato ad avallare la tesi consolatoria che intendeva giustificare il malessere civile di tutta una società nella quale fino a ieri si accettava passivamente la mentalità mafiosa e si trovavano le più speciose ragioni per dichiarare l'ineluttabilità di una condizione etico-politica avallata dagli interessi delle classi dirigenti che si sono succedute per troppi secoli difendendo i loro privilegi. In questa allucinante condizione sono cresciuti, pirandellianamente intrecciandosi, quel senso di grandiosità e di frustrazione che distingue soprattutto la coscienza del siciliano medio il quale assomma i due antitetici complessi di superiorità e di inferiorità, appunto, quando non abbia ben digerito né il lucido pessimismo di Salina che aleggia nel romanzo di Tornasi dì Lampedusa, né la complessa vicenda storica della società e della cultura isolana. Una simile riflessione quando si parla dei castelli siciliani che sono stati fino al 1812 il baluardo simbolico della feudalità, è certamente necessaria soprattutto quando si deve dare notizia di un convegno tenutosi recentemente ad Aci Castello e conclusosi a Taormina nel palazzo del duca di Santo Stefano dove, nel lontano 1410, il glorioso Parlamento siciliano «svolse la sua seduta alla presenza della regina Bianca di Navarca». Ancora una volta si ricorre ai fasti per parlare di un degrado che ha travolto edifici e tenitori di tutte le province siciliane, tacendo naturalmente le cause e ignorando le inadempienze di tutti coloro che avrebbero dovuto salvaguardarli. Ma dei nefasti i siciliani, come si diceva, non parlano. Oggi dopo tanto abbandono, crolli, manomissioni e ingenti somme spese per insensati interventi chiamati spesso impropriamente restauri, si continua a parlare di piani e di «percorsi integrati» di investimenti produttivi e naturalmente di turismo culturale perla valorizzazione di quegli stessi territori dove gli edifici castellari o i loro fantasmi sopravvivono. L'assessore regionale ai Beni culturali Lino Leanza propone che gli stessi comuni, così come la Regione Sicilia, si facciano soci con la Federazione Mediterraneo Nostro e con le associazioni dei Paesi mediterranei che tutelano i castelli. Forse finalmente si è capito che si tratta di un patrimonio storico, artistico e ambientale di tutto rispetto e per il quale finalmente si è risvegliata la sensibilità e l'interesse economico che richiede notevoli investimenti e sinergie. Del resto la presenza degli interventi di Giovanni Ventimiglia di Manforte, presidente dell'Istituto siciliano dei castelli, di Gianni Perbellini dell'associazione Europa Nostra e di Pietro Barcellona del Centro Braudel dell'Università di Catania, non lascia dubbi sulla scientificità e la qualità del convegno. Le unità castellari schedate dai Beni culturali e dalla Società per i castelli, nelle nove province siciliane, sono circa 200. Si spera soltanto che si trovino i finanziamenti adeguati e che si proceda al più presto con progetti e interventi di restauro che non trasformino i castelli e i loro territori in altrettanti baracconi da fiera tra colate di cemento e materiali affini per un nuovo e inorganico investimento senza altro futuro se non quello dei posti di lavoro o, peggio, della semplice spartizione.