Si tratta degli schizzi fatti da Giacomo Della Porta dopo la morte di Michelangelo Sorpresa per gli archeologi che lavoravano alla sistemazione della basilica di San Paolo e della tomba dell'apostolo: sono stati ritrovati, sul pavimento un metro sotto all'attuale, i graffiti fatti da Giacomo Della Porta come schizzo per ponteggi e pareti della cupola ideata da Michelangelo per la basilica di San Pietro. È solo una, probabilmente la più curiosa, delle scoperte derivate dalla risistemazione della basilica, grazie alla quale il sepolcro di Paolo, ingabbiato dall'Ottocento in un blocco di calcestruzzo, è oggi accessibile almeno da un lato a devoti e turisti. La storia dei graffiti è presto detta: Della Porta, che subentrò nella realizzazione della cupola dopo la morte del Buonarroti, trovò che questi aveva lasciato disegni in una scala inferiore e per riprodurli in scala 1:1 utilizzò il pavimento della basilica di San Paolo, unico luogo abbastanza grande per questo scopo. La notizia del ritrovamento degli schizzi viene dall'ingegner Carlo Visconti, delegato per l'amministrazione della basilica di San Paolo. «È un ritrovamento curioso - commenta - e forse si potrebbe pensare a renderlo visibile anche per fedeli, turisti, studiosi». C'è soddisfazione e un pizzico d'orgoglio nel team che ha voluto e coordinato i lavori, a cominciare dal cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, chiamato da Giovanni Paolo II nel 2001, quando sperava «in un periodo da pensionato» a un «programma di riordino che si è rivelato piuttosto complesso». Il sarcofago di san Paolo è inglobato nel blocco di calcestruzzo dagli anni tra il 1838 e il 1840 e prima dei lavori appena ultimati il fedele che volesse venerarlo doveva infilare la testa sotto l'altare e aprire una grata. Sulla lastra di marmo, in pezzi, che copre il sarcofago c'è la scritta «Paolo apostolo e martire». Il sepolcro è passato intonso attraverso diverse vicissitudini della basilica, a cominciare dallo spostamento dell'abside, dal nuovo orientamento dell'intero edificio e dall'avvicinamento al corso del Tevere, quando nel IV secolo si decise l'ingrandimento della chiesa. Con gli ultimi lavori è stata ricavata una finestra laterale che rende visibile un lato del sepolcro. Il cardinale arciprete non esclude che in futuro, con l'autorizzazione del Papa, sia effettuata anche l'apertura del sarcofago, rimasto intatto dall'origine, come dimostra, spiega l'archeologo Giorgio Filippi, una «imponente documentazione storico-archeologica». «Su ulteriori interventi sulla tomba - spiega Cordero - non posso anticipare niente, si attende l'autorizzazione papale e il progetto va studiato». Altri eventuali studi, precisa l'arciprete, «non devono dimostrare che la tomba sia di san Paolo, perché sul fatto che lo sia c'è concordanza da venti secoli, e nessuna discordanza». Il sepolcro dell'apostolo, chiarisce Filippi, «in quella posizione assumeva la funzione di tomba del martire da venerare: potrebbe contenere le cose più disparate, ma indipendentemente da cosa contiene è la tomba di Paolo, potrebbe anche essere un cenotafio, eretto a nome del santo e che assumeva lo stesso valore della tomba stessa». «Dal punto di vista storico e archeologico - ha aggiunto - possiamo essere sicuri che il 18 novembre del 390, quando fu consacrata la basilica, il sarcofago è stato indicato al mondo intero dei credenti come la tomba di san Paolo». La cassa è lunga circa due metri e 55, larga circa un metro e 25 e alta 97 centimetri. Il coperchio è alto circa 30 centimetri e spesso 12 nel bordo anteriore. I lavori sulla tomba di Paolo, che in questo prima fase hanno richiesto un periodo piuttosto breve, dal 2 maggio al 17 novembre, fanno parte di un più ampio progetto di risistemazione della basilica che riguarda illuminazione, sicurezza, allestimento museale e archeologico, abbattimento delle barriere architettoniche. Inoltre, le basiliche patriarcali romane, compresa quella di San Paolo fuori le mura - ha annunciato lo stesso cardinale - si chiameranno, per volontà di Benedetto XVI, «basiliche papali».