ASSESSORE alla cultura da tredici anni, Dio lo conservi. Lo conserverà? E se, invece, cingesse - come qualcuno bucina lo scettro di Presidente dell'Auditorium? Gianni Borgna, prima con Rutelli, oggi con Veltroni, il miglior sindaco romano del dopoguerra, ha fatto per le Muse più di tutti i predecessori che, in altre faccende affaccendati, hanno fatto poco o niente. È un motorino sempre di corsa, un intellettuale amabile e ambizioso, un uomo prudente e paziente, un politico sui generis, che, candidato nelle liste diessine, non è stato eletto. Per sua e per nostra fortuna. Il posto di Borgna è sul Monte Elicona, a tu per tu con Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore e le altre figlie di Zeus e di Mnemosine. Senza mai perdere di vista il vecchio amico Walter che, quando traslocherà a palazzo Chigi, dove giura di non voler andare, ma dove, a buon titolo, non vede l'ora di andare, gli cucirà finalmente sul petto i galloni di ministro dei Beni culturali. Da quanti anni è sul ponte di comando della cultura capitolina? Da tredici: dall'8 dicembre 1993, quando si formò la prima giunta Rutelli. Un buon sindaco? Un sindaco molto decisionista. Perché nessuno rimpiange i suoi predecessori? Ma Nicolini fu un assessore alla Cultura intelligente ed efficiente. Un po' bizzarro con quell'"effimero" che non ho mai capito bene che cosa fosse. Ma bravo. Gli altri, nessuno li ha rimpianti e li rimpiange. Per due motivi. Il primo? Le giunte duravano poco perché giunte politiche, giunte che si formavano, si scioglievano, si riformavano ad ogni stormir di foglie. Perché? Perché elette dai consigli comunali, dai partiti. Il secondo motivo? Proprio perché politiche, trascuravano la cultura. Lei, cosa deve a Walter Veltroni? Siamo reciprocamente debitori di tante cose. Io, segretario dei giovani comunisti, nei primi anni Settanta, lo chiamai a far parte del gruppo dirigente per occuparsi degli studenti. Che tipo era Walter giovane? Alto, magrissimo, capellone, con occhiali enormi e vistosi, molto vivace e pieno d'interessi. Quello che oggi si direbbe un fricchettone. E lei cosa deve a Veltroni? Mi ha voluto al suo fianco, riconfermandomi assessore alla Cultura. Nient'altro? Io, a differenza di Walter, ero un intellettuale prestato alla politica. E con questo? Veltroni, quando incontravamo giornalisti che facevano domande, mi tirava per la giacca. Perché? Perché alle domande io rispondevo molto liberamente. E Walter? Mi ammoniva: «Attento a quello che dici, non ti fidare dei giornalisti, che tradiscono spesso il tuo pensiero». Ma lui è un politico nato. Io, no. Perché lei è di sinistra? Perché ho il senso della giustizia, dell'uguaglianza, della solidarietà. E poi, in quegli anni, l'aria che si respirava nel Paese era aria di sinistra. I suoi collaboratori sono tutti e soltanto di sinistra? Non necessariamente. E lo staff ristretto, di segreteria? Questo è di sinistra perché ha compiti politici. Il rapporto dev'essere fiduciario. A chi ha assegnato la direzione dei servizi culturali? Ai competenti. Il sovrintendente ai Beni culturali del comune di Roma, il professor La Rocca, valente archeologo, l'ho trovato lì, e lì l'ho lasciato. È di sinistra anche lui? Non lo so, non m'interessa saperlo, non gliel'ho mai chiesto. Assessore alla Cultura, lei cos'ha fatto per l'Urbe in tredici anni? Ho creato un sistema culturale. Prima non c'era? No. Quando divenni assessore, Roma era una città culturalmente spenta e marginale. Cosa le mancava? Le cose essenziali. Le avete fatte tutte? Ne abbiamo fatte tante. Pensi all'Auditorium, che è una Fondazione, progettato da Renzo Piano. A quali città si è ispirato? A Parigi, a Londra, a Berlino. Ma anche a Madrid e a Barcellona. E a New York? New York è da sempre il grande punto di riferimento, grazie anche ai privati che, negli Stati Uniti, pesano molto. Perché? Soprattutto perché c'è la defiscalizzazione. Chi investe nella cultura detrae dalle tasse. In che cosa siete all'avanguardia? Chi può vantare un Auditorium come il nostro? Non è solo una sala da concerto: è anche una città della musica. Abbiamo più visitatori e facciamo più incassi di tutti. Cosa offre l'Auditorium oltre alla musica? Presentazioni di libri, proiezioni di film, mostre, spettacoli teatrali e di danza. È un luogo polivalente, d'avanguardia. E i musei? Oggi l'Urbe ha un sistema di musei efficientissimi. Gli orari sono più lunghi che a Parigi o a Londra. Da che ora a che ora? Quelli medi, anche dei piccoli musei, dalle nove del mattino alle diciannove. Ininterrottamente. Si paga o si entra gratis? In alcuni si paga; altri sono gratuiti. Prima di lei quando si potevano visitare i musei capitolini? La mattina e, nel pomeriggio, per non più di due ore. E nei giorni festivi? Sempre chiusi. Chiusi anche quando si votava. Perché? Non l'ho mai capito. Il problema era solo di orari? No. I musei erano malandati, sporchi, senza bagni decenti, senza bookshop, caffé, ristoranti. Lei cosa fece? Li feci restaurare al meglio. Che altro ha fatto, e fa, per avvicinare i romani alla cultura? Le iniziative non si contano. E alcune sono state clamorose. Pensi al concerto di Paul McCartney. Chi l'ha pagato? Non i romani: Telecom. Noi non utilizziamo lo sponsor strumentalmente, chiedendogli solo quattrini. Noi, con lo sponsor, abbiamo un rapporto di partnership anche ideativa. E dopo l'ultimo dei Beatles chi avete fatto venire a Roma? Simon Garfunkel, Elton John. E le biblioteche? Erano trascurate perché non davano, e non danno, visibilità politica. Ma c'è la Nazionale, c'è l'Alessandrina, ci sono le biblioteche specialistiche. Non bastavano. Cosa avete fatto? Abbiamo restaurato e rivoluzionato la gestione di quelle, malfornite, ospitate in sedi di fortuna. Quante? Decine. Almeno una per ogni municipio, con standard di servizi europei. Frequentate da chi? Frequentatissime da studenti, da giovani, ma anche da anziani che trovano, oltre ai libri, i giornali di tutto il mondo, DVD, dischi. Chi le dirige? Quando le ereditai, un amministrativo. E oggi? C'è l'Istituzione, con tanto di presidente, direttore, consiglieri. Tutti uomini di biblioteca, colti e preparati. Qualche nome? Tullio De Mauro, Elisabetta Rasy, Alain Elkann. Tutti di sinistra. E perché non Marcello Veneziani? In futuro, non è detto. Qualcuno di destra da qualche parte ci sarà. C'è Giano Accame nella Commissione toponomastica. È solo lui? No, anche Gino Agnese, consigliere d'amministrazione del Palazzo delle Esposizioni e presidente della Quadriennale. Quali altre gemme, in questi tredici anni, ha incastonato nella sua corona di assessore alla Cultura? Fra le più prestigiose, Le Scuderie del Quirinale. Le grandi mostre organizzate nelle Scuderie? Gli Impressionisti dell'Hermitage, alla fine del 1999, alla vigilia del Giubileo. Le Scuderie sono state una scommessa. Perché? Perché solo una parte era stata restaurata. E l'altra? Un rudere, infestato dai topi. Chi ha fatto il restauro? Gae Aulenti. Quanti i visitatori? Delle mostre degli impressionisti dell'Hermitage, più di mezzo milione. Un record assoluto. Altre grandi mostre? Quella, splendida, di Antonello da Messina. Chi, in questi tredici anni, ha cercato di metterle i bastoni fra le ruote? Direi, nessuno. Neanche la Destra? Neanche la Destra. Cosa non ha fatto che avrebbe voluto fare? Una città della scienza. Perché non è nata? Perché non abbiamo trovato la giusta localizzazione. E per gli enormi costi. Quanto sarebbe costata? A occhio e croce, trecento miliardi di vecchie lire Cos'è la cultura? Studio, ricerca, metodo. Solo questo? No. È anche l'elemento coesivo di una comunità. Definirebbe la cultura «ciò che resta dopo aver dimenticato quel che si è studiato a scuola»? E'un bel paradosso, ma non sono d'accordo. Forse perché ho avuto la fortuna di fare ottimi studi con ottimi insegnanti. C'è cultura solo a sinistra? Non l'ho mai detto né pensato. La cultura non deve avere etichette. Se le ha, è un'altra cosa. Che sarebbe stato di Pasolini a destra? Probabilmente la Sinistra lo avrebbe duramente avversato e la sua parte poco compreso. Pasolini era un uomo solo, com'è solo chi cerca la verità. Pasolini solo? Con tutta la grancassa della Sinistra. L'ho conosciuto. Nel profondo, era abbastanza solo. E cosa sarebbe stato di Prezzolini a sinistra? Forse, gli sarebbe andata meglio. Perché? Perché la Sinistra ha avuto nella vita culturale italiana una presenza attiva, dinamica, organizzata. Chi stava a sinistra godeva di maggior credito e di più seguito. A chi la cultura del Novecento è più debitrice? A Benedetto Croce, a Giovanni Gentile, ad Antonio Gramsci, allievo, in un certo senso, dell'uno e dell'altro. Il merito di Gentile? Schierato, schieratissimo a destra, ha avuto intuizioni di organizzazione culturale riprese e messe in pratica dai comunisti per costruire la loro egemonia. Perché, accanto a via Gramsci, non c'è via Prezzolini? C'è. e, in questi giorni, abbiamo dedicato una via anche a Ezra Pound. E a Giorgio Almirante? E' stato senza dubbio un personaggio politico di spicco, ma dividerebbe la cittadinanza. Del resto, non c'è nemmeno una via intitolata a Enrico Berlinguer. Chi non l'ha voluta in Parlamento? Purtroppo, il mio partito. Ma l'ha candidata. In una posizione impossibile. Le candidature elettorali non tengono conto del merito. Altri sono i criteri di valutazione. Quali? Il territorio, l'appartenenza, il sesso. E poi, come le ho detto, io sono un intellettuale prestato alla politica, sono un outsider. Farebbe volentieri il ministro dei Beni culturali? E lei crede che me lo farebbero fare?
Il Messaggero
11 Dicembre 2006
Gianni Borgna, assessore alla cultura da tredici anni.
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Roberto Gervaso
Il Messaggero
Artista / Persona
Bene culturale
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