La fuga dei grandi architetti dalla bisbetica Firenze ha preso una piega che alimenta la preoccupazione per la deriva isolazionista della città dove Michelangelo e Brunelleschi hanno lasciato eredità universali forse pagando, anche loro, il prezzo di divergenze con i «datori di lavoro». La Storia racconta di celebri artisti del Rinascimento che litigavano con Papi e Principi sul modo di realizzare opere monumentali. Eppure il rifiuto di Jean Nouvel, architetto francese autore del celebre Istituto del mondo arabo a Parigi, a considerare ancora suo il progetto per il recupero dell'ex area Fiat di viale Belfiore (31 mila metri quadrati destinati a centro congressi, galleria commerciale e un albergo) dopo alcune modifiche chieste dai privati e non condivise, aggiunge un inquietante anello alla collezione dei ritiri eccellenti. Solo due anni fa nel programma di governo della giunta di Palazzo Vecchio l'assessore all'urbanistica Gianni Biagi si faceva vanto del fatto che Firenze fosse ancora una palestra per l'architettura contemporanea e che qui lavorassero professionisti come Arata Isozaki, Santiago Calatrava, Norman Foster, Jean Nouvel. Oggi la palestra è ridimensionata da interessi particolari o da ripensamenti pubblici. E' rimasto solo Foster con la sua stazione dell'Alta velocità che non si sa nemmeno se sopravviverà alle baruffe politiche. Gli altri hanno tolto la firma e sono usciti di scena: il povero Isozaki immolato sulla pensilina per gli Uffizi, e lo spagnolo Calatrava che ha rinunciato all'ampliamento del museo dell'Opera del Duomo. Il rapporto fra Firenze e la contemporaneità si conferma difficile da gestire. Fosse per i fiorentini - raccontava ieri Antonio Paolucci - non ci sarebbe neanche la stazione ferroviaria di Giovanni Michelucci. E forse lo stesso Pierluigi Nervi non avrebbe avuto fortuna. Complici il conformismo che accompagna ogni scelta e - ai giorni nostri - anche i tempi lunghi per realizzarla. Un esempio: il nuovo Palazzo di Giustizia a Novoli, presentato negli anni Ottanta da Leonardo Ricci, ancora non è finito (i lavori sono cominciati del 2000) e già non piace più. Il sottile filo che unisce l'architetto al Principe è logoro. Però attenti: svuotare la città di quest'ultima capacità di seduzione che le è rimasta, continuare a frenarla verso una spinta modernista che non le è mai riuscito di accettare, significherebbe condannarla una volta di più a consumarsi unicamente fra le braccia delle sue glorie passate.